Una politica industriale per il futuro dell’Europa
La competitività non nasce dalla deregulation ma da investimenti, innovazione, salari dignitosi e una nuova politica industriale comune.

ANSA
L’Europa si trova davanti a una crisi industriale che non può più essere letta come una semplice fase congiunturale. L’aumento dei costi energetici, la fragilità delle catene globali del valore, la dipendenza da fornitori esterni in settori strategici, la concorrenza internazionale sostenuta da massicci interventi pubblici e il rallentamento degli investimenti stanno mettendo sotto pressione la base produttiva europea. Il rischio non riguarda soltanto la perdita di competitività delle imprese, ma la tenuta complessiva del modello sociale europeo: lavoro di qualità, coesione territoriale, capacità tecnologica e autonomia democratica.
Da questa consapevolezza muove il documento congiunto di CGIL e DGB, realizzato con il contributo della Fondazione Di Vittorio e della Friedrich-Ebert-Stiftung: rimettere la politica industriale al centro del progetto europeo. La crisi dell’industria europea non è il risultato di un eccesso di regole, di un costo del lavoro troppo alto o di un welfare troppo generoso. È piuttosto l’esito di debolezze strutturali accumulate nel tempo: sottoinvestimento pubblico e privato, politiche industriali frammentate, dipendenze energetiche e tecnologiche, domanda interna debole. Per questo, la risposta non può ridursi a una generica agenda di deregulation. Semplificare procedure lente e ridondanti può essere necessario; trasformare la semplificazione in un indebolimento delle tutele sociali, ambientali e del lavoro sarebbe invece un errore politico ed economico.
Per comprendere la crisi attuale bisogna guardare anche alla traiettoria storica della politica industriale europea. Nel secondo dopoguerra, e fino alla fine degli anni Settanta, l’intervento pubblico ebbe un ruolo centrale nella ricostruzione delle economie europee: gli Stati orientavano investimenti, sostenevano l’occupazione e proteggevano settori strategici anche attraverso imprese e banche pubbliche. Dagli anni Ottanta, però, questo modello è stato progressivamente ridimensionato. L’integrazione europea, la costruzione del mercato unico, le privatizzazioni e un approccio sempre più orientato alla concorrenza hanno ristretto lo spazio dell’intervento pubblico diretto. La politica industriale ha perso il suo carattere strategico, lasciando spazio a incentivi generali e misure orizzontali più che a una vera capacità di orientare lo sviluppo produttivo.
Solo negli ultimi anni si è aperta una parziale inversione di tendenza. Gli Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo (IPCEI) hanno consentito un maggiore uso degli aiuti di Stato per progetti di interesse comune europeo, mentre Next Generation EU ha mostrato che una capacità fiscale comune è possibile. Ma questa svolta resta incompiuta: l’Europa ha riscoperto la politica industriale proprio mentre deve affrontare trasformazioni enormi, senza essersi però dotata di strumenti permanenti e risorse adeguate. Il deficit di investimenti è il segnale più evidente di questa contraddizione. La transizione ecologica e digitale richiede reti energetiche, infrastrutture, ricerca, tecnologie pulite, formazione, materie prime critiche e capacità produttiva nei settori strategici. Eppure, l’Europa continua a muoversi con mezzi insufficienti rispetto alla scala della trasformazione.
Al deficit di investimenti si sommano altre vulnerabilità decisive: la dipendenza energetica, l’accesso alle materie prime critiche e il crescente divario tecnologico con Stati Uniti e Cina. Nonostante i progressi sulle rinnovabili, l’Unione resta fortemente dipendente dall’esterno per l’approvvigionamento energetico e rischia di sostituire vecchie dipendenze con nuove: meno combustibili fossili russi, ma più gas statunitense e più tecnologie verdi importate dalla Cina. Allo stesso tempo, la limitata capacità europea di estrazione, raffinazione e trasformazione delle materie prime critiche espone l’industria a shock geopolitici e oscillazioni dei prezzi. Anche sul piano tecnologico il ritardo è evidente: la quota europea della spesa privata globale in ricerca e sviluppo si è ridotta negli ultimi vent’anni, aumentando la dipendenza da fornitori extraeuropei.
Il Clean Industrial Deal (CID) nasce dentro questa contraddizione: da un lato segnala un passaggio importante, perché riconosce la necessità di una politica industriale più attiva e collega la decarbonizzazione alla crescita industriale; dall’altro resta insufficiente se non viene accompagnato da una vera strategia finanziaria e da una dimensione sociale vincolante. Lavoro di qualità, contrattazione collettiva, formazione e partecipazione dei lavoratori devono essere parte integrante della trasformazione. Preoccupa invece il crescente ricorso ai pacchetti “omnibus”, che dietro il linguaggio della semplificazione rischiano di indebolire norme su sostenibilità, catene di fornitura e standard sociali. La competitività europea non si costruisce abbassando le tutele, ma rafforzando investimenti, autonomia strategica e buona occupazione.
Il confronto tra Italia e Germania aiuta a capire la profondità della questione. Si tratta di due economie centrali per l’industria europea, diverse per struttura e traiettoria, ma accomunate da una crescente vulnerabilità. In Italia, la lunga stagnazione degli ultimi vent’anni si è accompagnata a un indebolimento della capacità produttiva e tecnologica. Investimenti insufficienti, divari territoriali e una specializzazione spesso collocata in segmenti a minore intensità tecnologica hanno limitato produttività, innovazione e crescita salariale. La manifattura italiana conserva competenze importanti, ma è esposta a forti dipendenze da input esteri e a una domanda interna debole.
Queste fragilità produttive si riflettono direttamente sulla qualità del lavoro. La crescita dell’occupazione non sempre coincide con lavoro stabile e ben retribuito. Precarietà, part-time involontario, bassi salari e lavoro povero sono il segno di un modello che ha spesso compensato la debolezza degli investimenti con la compressione del lavoro. Ma un’economia fondata su bassi salari e bassa innovazione non è più competitiva: è semplicemente più fragile.
Anche la Germania, a lungo considerata il motore manifatturiero d’Europa, attraversa una fase critica. L’industria tedesca è colpita da costi energetici elevati, rallentamento della domanda globale, trasformazione dell’automotive, pressione competitiva cinese e statunitense, carenze di competenze e ritardi negli investimenti pubblici. Settori come acciaio, chimica e automotive sono sottoposti a ristrutturazioni profonde. La crescita dei servizi può compensare in parte la perdita di occupazione industriale, ma non può sostituire automaticamente posti di lavoro qualificati, contrattualizzati e ad alta produttività.
La crisi riguarda dunque il cuore produttivo dell’Europa. Ed è proprio per questo che serve una risposta europea. Affidarsi alle sole capacità nazionali significa aumentare le divergenze tra Stati membri, alimentare competizione interna e rendere più fragile il mercato unico. Una nuova politica industriale europea dovrebbe fondarsi su alcuni assi essenziali: investimenti comuni, ruolo attivo dello Stato, autonomia strategica, domanda interna e partecipazione democratica.
Il primo asse è un’agenda europea degli investimenti. Reti energetiche, trasporti, digitalizzazione, ricerca, formazione, tecnologie pulite, semiconduttori, batterie e materie prime critiche richiedono risorse stabili, non interventi episodici. Non è realistico pensare che questa trasformazione possa essere sostenuta solo dai bilanci nazionali, per di più dentro regole fiscali che spesso limitano la capacità di intervento degli Stati. L’esperienza di Next Generation EU ha mostrato che strumenti comuni sono possibili: ora occorre renderli permanenti.
Il secondo asse riguarda il ruolo dello Stato. Non basta correggere i fallimenti del mercato dopo che si sono prodotti: serve una capacità pubblica di orientare lo sviluppo, coordinare investimenti, creare mercati, sostenere l’innovazione e vincolare l’uso delle risorse pubbliche a obiettivi sociali e ambientali. In questo quadro rientra anche la costruzione di una vera autonomia strategica europea, attraverso appalti pubblici mirati, criteri “Buy European”, sostegno alle filiere industriali e protezione contro pratiche di dumping sociale, ambientale e commerciale.
Il terzo asse è sociale e democratico. Un’industria forte ha bisogno di domanda interna, salari dignitosi, contrattazione collettiva, servizi pubblici e riduzione delle disuguaglianze. I lavoratori e le loro rappresentanze devono partecipare alla definizione delle strategie, alla gestione delle ristrutturazioni, ai piani di formazione e alle scelte sugli investimenti. Per questo le condizionalità sociali devono diventare parte integrante delle politiche industriali europee: chi riceve fondi pubblici o partecipa ad appalti strategici dovrebbe garantire qualità dell’occupazione, salute e sicurezza, formazione, stabilità e rispetto dei diritti.
La scelta che l’Europa ha davanti è quindi molto concreta. Può inseguire l’illusione di competere abbassando standard e riducendo vincoli, oppure può costruire una politica industriale fondata su investimenti, innovazione, autonomia strategica e lavoro di qualità. La prima strada rischia di aggravare le fragilità esistenti. La seconda può rafforzare la capacità dell’Europa di produrre, innovare e decidere democraticamente il proprio futuro.
Salvare l’industria europea non significa difendere ciò che esiste così com’è. Significa orientare la trasformazione. Significa scegliere quali produzioni sostenere, quali competenze sviluppare, quale lavoro creare, quale modello sociale difendere. In questo senso, la politica industriale è molto più di una politica economica: è una scelta sul futuro dell’Europa.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati