L’UE e la pace: conseguire l’autonomia strategica per ricostruire il multilateralismo
Tra crisi dell’ordine multilaterale e nuova competizione globale, l’Europa è chiamata a scegliere tra riarmo e diplomazia per costruire un futuro di sicurezza condivisa e pace duratura.

ANSA
Non vorrei iniziare questo articolo senza condividere prima un sentimento personale. È un immenso onore per me pubblicare su “Rinascita” perché questa rivista fa parte della memoria della mia infanzia. Mio padre, Alfonso Comín, fu dirigente del PSUC — partito centrale della lotta antifranchista in Catalogna — durante gli anni Settanta e uno dei principali riferimenti dell’eurocomunismo catalano. La conversione del PSUC all’eurocomunismo non si può comprendere senza il PCI di Berlinguer né senza i suoi strumenti di dibattito e riflessione, tra i quali “Rinascita” occupava il ruolo principale. Sono cresciuto in una casa di Barcellona sui cui tavoli si accumulavano diverse riviste della sinistra europea e “Rinascita” ha sempre avuto un posto di rilievo nella pila. Non mi sarei mai immaginato allora che, quasi mezzo secolo dopo, un giorno ci sarei finito a scrivere — e mi riempie di orgoglio poterlo fare.
1. La fine dell’ordine multilaterale del dopoguerra
Esiste un consenso abbastanza generalizzato sul fatto che l’ordine multilaterale del dopoguerra — il quale, pur avendo attraversato diverse crisi ed essendosi modificato notevolmente nel corso della sua esistenza, era stato capace di sopravvivere per ottant’anni — oggi è saltato in aria. Un ordine che ha avuto le Nazioni Unite e il diritto internazionale come colonna vertebrale, che nelle prime decadi successive alla Seconda guerra mondiale ha facilitato i processi di decolonizzazione e che — ed è questo l’aspetto più importante — si sosteneva sugli equilibri geopolitici della Guerra Fredda. Solo la correlazione di forze tra il blocco occidentale e il blocco guidato dall’URSS spiega che le Nazioni Unite potessero esercitare, non senza difficoltà, il ruolo di arbitro mondiale durante decenni e che il diritto internazionale non potesse essere del tutto ignorato nelle relazioni tra gli stati.
Quando più di trent’anni fa gli Stati Uniti hanno vinto la Guerra Fredda si è generata l’apparenza che la “pax americana”, unita alla globalizzazione neoliberale, stesse favorendo una primavera dell’ordine multilaterale basato su regole. Però, dal mio punto di vista, si trattava di tutto il contrario: con quella vittoria molto probabilmente era iniziata la sua sentenza di morte. Perché a partire da quel momento, gli Stati Uniti sarebbero stati impegnati con il diritto internazionale solo se questo fosse stato loro funzionale. In caso contrario, potrebbero farne perfettamente a meno senza che nessun’altra potenza — o alleanza di potenze — potesse impedirglielo. La fine della Guerra Fredda poneva le condizioni per transitare dal multilateralismo basato su regole all’unilateralismo basato sulla forza.
La successione delle guerre degli Stati Uniti in Medio Oriente dalla fine della Guerra Fredda fino a oggi è eloquente in questo senso:
- Nella prima guerra contro l’Iraq, quella di Bush padre, per forzare il ritiro dal Kuwait, gli Stati Uniti hanno ottenuto l’avallo delle Nazioni Unite e una coalizione internazionale di cui facevano parte la maggior parte dei paesi europei e la Russia.
- Nella seconda guerra contro l’Iraq, quella di Bush figlio, gli Stati Uniti sono andati a cercare l’avallo dell’ONU e hanno fallito nel tentativo, ma i “neocon” americani hanno deciso di intervenire ugualmente, anche senza autorizzazione legale, e l’Europa si è mostrata divisa — solo il Regno Unito e la Spagna di Aznar chiaramente a favore, e la Francia a guidare il fronte contrario.
- Oggi, per attaccare l’Iran, Trump non si è nemmeno preso la briga di tentare l’avallo del Consiglio di Sicurezza e, d’altra parte, nessun paese dell’UE si è unito alla sua avventura militare.
Trump si è azzardato a teorizzare (se è che questo verbo è applicabile all’attuale inquilino della Casa Bianca) una fonte di legittimazione alternativa a quella del diritto internazionale per giustificare l’illegalità evidente e indiscutibile del suo attacco. Ha messo sul tavolo il “principio della sorpresa”, cioè la necessità di cogliere il nemico impreparato, per spiegare il suo disprezzo del Consiglio di Sicurezza. “Non vorranno mica che avvisi un paese in anticipo quando mi dispongo a iniziare una guerra contro di esso, vero?” ha dichiarato in modo quasi letterale. L’efficacia come fonte di legittimazione, al di sopra di qualsiasi considerazione legale. Vale a dire, la legge del più forte — che è la legge della giungla — come criterio rettore delle relazioni internazionali.
Il problema si aggrava se ci rendiamo conto che questa rottura brutale e spogliata del multilateralismo basato su regole da parte degli Stati Uniti implica, inevitabilmente, il collasso del multilateralismo su scala generale. Perché se gli Stati Uniti, approfittando della loro superiorità militare e tecnologica ancora oggi indiscutibile, si danno il permesso di aggredire un altro paese ogni volta che vogliono e dove vogliono, “perché possono”, le altre potenze prenderanno nota e faranno lo stesso “quando potranno” e “dove potranno”. Di fatto, Putin ha già giustificato a suo tempo l’invasione della Crimea con l’argomento che non stava facendo nulla di molto diverso da ciò che gli Stati Uniti, con il sostegno del Regno Unito e della Spagna, avevano fatto nella seconda guerra in Iraq. E ora ha nuovamente utilizzato questo argomento in modo reiterato per giustificare la guerra in Ucraina. Dopo la guerra attuale contro l’Iran, quale non sarà la tentazione della Russia di Putin nel suo slancio espansionista nell’area di influenza dell’antica URSS?
2. E l’Europa, cosa dovrebbe fare?
Ma non confondiamoci. È importante distinguere tra le forme grottesche e crudeli del presidente Trump e le ragioni strutturali che spiegano la svolta geopolitica che stanno compiendo gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono ossessionati dalla Cina. E hanno buoni motivi per esserlo. Sanno che la potenza asiatica è molto vicina a fargli il sorpasso economico e tecnologico, se è che non lo ha già fatto. E temono il giorno in cui l’esercito cinese sarà il più potente del mondo —in un XXI secolo in cui la superiorità militare dipende fondamentalmente dalla capacità tecnologica. Per questo cercano di frenare la penetrazione e le alleanze della Cina in Africa, in America Latina —una delle chiavi dell’intervento in Venezuela, peraltro— e in Medio Oriente —una delle chiavi dell’intervento in Iran. Per gli Stati Uniti il grande rivale da contenere da molto tempo non è più la Russia ma la Cina. E pertanto il patto transatlantico —che era stato pensato per proteggere l’Europa occidentale dalla minaccia sovietica— ha cessato di essere prioritario. Per questo, la NATO è destinata inesorabilmente a un progressivo indebolimento —benché, naturalmente, la fine del legame atlantico in ambito di sicurezza non si produrrà da un giorno all’altro. Questo dovrebbe essere visto da parte della sinistra europea, a priori, come un’opportunità? Senza dubbio. La sinistra alla sinistra della socialdemocrazia nella maggior parte dei paesi europei è stata tradizionalmente anti-atlantista. Dato che la geopolitica e il modello economico sono, in realtà, le due facce della stessa moneta, la NATO, come istituzionalizzazione del blocco occidentale, era la massima espressione del sistema capitalista. L’anti-imperialismo (americano) di questa sinistra era anche —e soprattutto— una forma di anticapitalismo. Per quanto riguarda la sinistra socialdemocratica, nella misura in cui tradizionalmente ha puntato ad avanzare verso l’Europa federale, l’idea che l’UE si faccia carico della propria difesa e si liberi dalla dipendenza nordamericana dovrebbe, in linea di principio, essere vista con simpatia.
Ci riferiamo a ciò che il gergo brussellese denomina “autonomia strategica”: smettere di dipendere dall’esercito statunitense per garantire la nostra sicurezza come europei. Tuttavia, questo ci obbliga a porci alcune domande scomode e a navigare tra alcune contraddizioni. Lo scopo di queste pagine è, precisamente, non evitare nessuna di queste domande e cercare di non rimanere irrimediabilmente intrappolati in nessuna di queste contraddizioni. Per cominciare, se l’esercito statunitense —le sue basi, le sue truppe, i suoi aerei e le sue portaerei, i suoi missili e i suoi satelliti, ecc.— smette progressivamente di fare da garante della sicurezza europea, in modo più o meno accelerato, è immaginabile non delegare questa stessa funzione a un esercito alternativo? Non sembra che la società europea sia disposta a transitare verso l’orizzonte di un’Europa senza difesa. Allora, la domanda seguente sembra ovvia: questa “sostituzione” delle capacità militari statunitensi deve essere realizzata dagli attuali eserciti nazionali, rafforzandosi ciascuno per conto proprio? Oppure dovremmo puntare sulla costruzione di un unico esercito europeo, nel quale dovrebbero integrarsi gli attuali eserciti nazionali? Per rispondere, stabiliamo prima i criteri che una sinistra del XXI secolo dovrebbe porsi come frontespizio: non si tratta solo di optare per ciò che contribuisce più efficacemente alla difesa e alla sicurezza dell’Europa, ma di optare per ciò che contribuisce in modo più chiaro ed efficace alla pace mondiale.
L’orizzonte di un unico esercito europeo integrato può offrire, in primo luogo, un vantaggio di bilancio tutt’altro che trascurabile: coordinare meglio tutti i bilanci della difesa implica delle “economie di scala” che permetterebbero di aumentare le capacità difensive dell’UE senza necessità di incrementare in modo sostanziale la spesa pubblica per la difesa. Per sostituire il ruolo attuale dell’esercito statunitense in Europa non è necessario che, in prima battuta, i 27 Stati dell’UE spendano di più in difesa, ma che spendano in modo più integrato. In secondo luogo, liberarci dalla dipendenza dagli Stati Uniti significa anche smettere di fare ordini all’industria militare statunitense —e anche, peraltro, all’industria della sicurezza israeliana— e disporre di un’industria militare europea capace di sostenere questa nostra “autonomia strategica” ancora inedita.
D’altra parte, vi sono ragioni geopolitiche che consigliano anch’esse di scegliere la strada della difesa europea integrata: la capacità dell’UE di difendere il multilateralismo basato su regole —l’ordine che altre potenze come la Russia e gli Stati Uniti stanno distruggendo— e la sua capacità di ricostruirlo sarà maggiore se la sua politica estera e di sicurezza è unica e comune, piuttosto che se è la giustapposizione di 27 politiche estere e di sicurezza differenti. Tuttavia, questa opzione ci confronterà, prima o poi, con la necessità di compiere il passo dall’attuale governance confederale dell’UE —nella quale il potere risiede in un Consiglio europeo che, per quanto riguarda le questioni essenziali, decide all’unanimità— a una governance federale —nella quale il potere risieda in una Commissione riconvertita in un vero governo europeo e in un Parlamento con piene facoltà legislative.
Si tratta del passo tante volte rivendicato dai federalisti europei, per decenni e decenni, ma che ora diventa una condizione indispensabile se vogliamo realmente costruire una politica di difesa comune. Un passo complicato perché richiederà la legittimazione democratica diretta di questo eventuale governo dell’UE e, quindi, l’articolazione di un unico demos europeo sostenuto più di venti lingue diverse. La sfida è enorme, senza dubbio. Ma forse a questo vecchio sogno dei federalisti europei è arrivato il suo momento, dato come evolve la geopolitica mondiale. D’altra parte, non dovremmo ignorare che il passaggio dall’attuale governance confederale dell’UE a una nuova governance federale è anche una condizione di possibilità di altri obiettivi tanto o più prioritari per la sinistra europea, come per esempio costruire un sistema fiscale armonizzato capace di combattere in modo molto più efficace le attuali disuguaglianze di reddito e di ricchezza. Ciò che è certo è che, così come l’unificazione della moneta è stata compatibile con l’attuale modello di governance confederale, l’unificazione degli eserciti non lo è. In effetti, la politica monetaria è indipendente dai governi e, in questo senso, la BCE non richiede l’esistenza di un unico ministro dell’Economia europeo. (Lasciamo ora da parte il dibattito su se la politica monetaria dovrebbe essere coordinata con la politica fiscale e su se, in realtà, sia stata una temerarietà creare l’euro e, quindi, unificare le banche centrali senza unificare parallelamente i ministeri delle Finanze).
Ciò che è certo è che un unico esercito ha bisogno di un unico stato maggiore e che questo, in una democrazia, dovrebbe rispondere davanti a un ministro della difesa. Come potremmo dunque avanzare verso una difesa europea unificata senza disporre di un vero Ministero della difesa europeo? Come si legittima un ministro della difesa europeo, se non perché è stato nominato da un capo di governo? E come si legittima quest’ultimo se non per mezzo di un’elezione democratica diretta (sia nel quadro di un regime parlamentare sia di un regime presidenziale)?
3. Il paradosso della deterrenza: l’UE alla guida della diplomazia per la pace
L’idea dell’esercito europeo è corretta, anche solo come male minore rispetto alla situazione attuale —cioè di un’UE dipendente dal legame transatlantico che delega la propria difesa alla NATO— ma presenta anche rischi immensi. L’UE, come qualsiasi altro paese o potenza della comunità internazionale, giustifica nella dottrina della deterrenza la propria politica di difesa. Secondo questa dottrina, è necessario disporre di un esercito proprio che assicuri che non sarai attaccato, perché la tua capacità di risposta potrebbe infliggere un danno sufficientemente grande all’aggressore da rendere l’attacco non conveniente. La capacità di deterrenza sarebbe, in sintesi, la chiave della sicurezza.
La dottrina della deterrenza può sembrare molto razionale ma, a seconda di come, è una trappola mortale. A prima vista, sembra ragionevole che i paesi abbiano la forza militare necessaria per assicurare che non saranno aggrediti dall’esterno. Ma quando un paese si arma per dissuadere, gli altri paesi possono percepirlo come una minaccia. Allora, anche loro, volendo garantire la propria difesa, sentiranno la necessità di armarsi di più. Così si innesca, in nome della deterrenza, una corsa agli armamenti. E nel tentativo di garantire la nostra sicurezza, otteniamo solo un mondo sempre più pieno di armi —e, quindi, un mondo più pericoloso. Non un mondo più sicuro, ma un mondo più preparato alla guerra. La dottrina della deterrenza, dunque, non dovrebbe trasformarsi in una giustificazione per un’escalation globale degli armamenti. Tuttavia, questo è precisamente il punto in cui ci troviamo oggi. Qual è la soluzione a questo paradosso? Non è sostenibile proporre un’Europa disarmata in mezzo a un mondo drammaticamente armato. Ma dalla sinistra non possiamo nemmeno accontentarci, in assoluto, della dottrina della deterrenza così come è stata formulata tradizionalmente. La soluzione a questa contraddizione può essere una sola: puntare sulla diplomazia —non sul riarmo— come centro della nostra politica estera e di sicurezza. Diplomazia al servizio della pace. E questo significa mettere alcune cose al vertice dell’agenda estera de l’UE:
- Lavorare senza sosta per la de-escalation degli armamenti a livello globale, con i trattati di non proliferazione nucleare come massima priorità, nella consapevolezza che il disarmo o è multilaterale o non è —e che il disarmo unilaterale, in un mondo pieno di potenze rivali, non esiste.
- Puntare sulla ricostruzione del multilateralismo basato su regole in tutti gli ambiti, non solo nella sfera della sicurezza e della difesa, ma anche in quella economica e commerciale, in quella dello sviluppo e dei diritti sociali e in quella dell’agenda 2030 in generale.
- Al limite, promuovere la sempre rinviata riforma delle Nazioni Unite, aprendo la porta a una nuova governance globale nella quale il Sud globale abbia il posto che gli spetta secondo la sua realtà demografica, economica e culturale (un seggio per l’India, uno per il Brasile e un altro per il Sudafrica come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza? Chi in rappresentanza dell’ASEAN? E chi in rappresentanza del mondo arabo?).
Concludiamo. Di ciò che si tratta è avere chiaro che la deterrenza da sola, se non è accompagnata da un incessante attivismo diplomatico, è un errore. Senza uno sforzo sostenuto per avanzare nei trattati internazionali di non proliferazione nucleare —e non nucleare— non ha senso. Di fronte a una “dottrina della deterrenza” che finisce per servire a legittimare la corsa agli armamenti, dobbiamo difendere una “dottrina” in cui la deterrenza sia solo l’altra faccia della moneta di un orizzonte mondiale di disarmo, di cooperazione e di primato della diplomazia. Così, la costruzione di un esercito europeo è giustificata solo se lo mettiamo al servizio di una robusta azione diplomatica europea a favore della pace, dello sviluppo economico e della giustizia sociale su scala globale —che sono, come sappiamo, la vera garanzia della sicurezza.
Serve a poco un pacifismo senza realismo: senza autonomia strategica, senza la capacità di garantire la nostra propria difesa, la voce dell’Europa difficilmente sarà ascoltata. Ma non vale nemmeno un realismo senza pacifismo: se l’avanzamento verso una difesa europea integrata deve servire affinché la voce dell’UE sia ascoltata nel concerto internazionale, più importante di ciò è che questa voce dica ciò che deve dire. Vale a dire, che guidi gli sforzi per la de-escalation multilaterale degli armamenti. Che parli dalla consapevolezza che la pace e la sicurezza si radicano principalmente nella cooperazione e nell’interdipendenza in cui tutte le parti escono vincenti, e non nella spesa militare.
Come tante volte in politica: facile da dire e molto difficile da fare. Ma imprescindibile, se non vogliamo essere complici per omissione del precipizio geopolitico al quale alcune potenze stanno portando le relazioni internazionali. Un precipizio al cui fondo non possiamo escludere che si nasconda una terza guerra mondiale, non più come guerra “fredda” —questa è già iniziata da tempo— ma come guerra reale.
Dall’UE o, per essere più precisi, dalla sinistra europea, bisogna trovare tutti quegli alleati interessati alla ricostruzione del multilateralismo basato su regole —alleati in America Latina, negli Stati Uniti e in Canada, nel mondo arabo e in Africa, nonostante la loro relativa debolezza geopolitica, ma anche in India e nel sud-est asiatico e, perché no, in Cina— e rifondare insieme a loro un ordine internazionale in cui le Nazioni Unite e il rispetto del diritto internazionale tornino al centro. Un cammino che, a prima vista, può sembrare troppo utopico, ma che probabilmente non lo è tanto se ricordiamo che l’alternativa non sarebbe altro che **una hobbesiana guerra di tutti contro tutti **su scala globale.