Appalti: stesso lavoro, stesso salario, stessi diritti
La proposta della CGIL come campo di battaglia per tutti i progressisti.

ANSA
Non c’è attività, pubblica o privata, in siti produttivi grandi o piccoli, dove non vi lavorino donne e uomini in appalto, subappalto, fornitura. Quasi sempre lavorano accanto ai dipendenti dell’impresa committente, fanno lo stesso lavoro all’interno del ciclo produttivo “core” dell’azienda madre, assicurano la produzione o i servizi ai clienti e, nel caso delle pubbliche amministrazioni, ai cittadini. Eppure hanno meno tutele. Semplicemente hanno spesso salari più bassi, vengono applicati loro CCNL con minori garanzie e sono più esposti/e ad infortuni e malattie professionali, oltre che a pressioni e ricatti quando lo stesso appalto scade e va rinnovato.
Parliamo di un universo di almeno 3/4 milioni di persone, tra appalti pubblici e privati, proporzionalmente (vedi dati INAIL e INL) più esposti ad infortuni (soprattutto nei secondi o terzi livello di subappalto) e a condizioni di irregolarità. Spesso sono italiani espulsi dal ciclo produttivo e, se pensiamo agli appalti di servizi, moltissime donne costrette a part-time involontari. Ma sono anche giovani e migranti, molte volte reclutati proprio per svolgere i lavori più pericolosi.
Sono probabilmente (almeno un parte) quei lavoratori poco visibili che, vedendo peggiorare le proprie condizioni materiali in tutti questi anni, hanno anche sviluppato risentimento, rabbia, finanche disillusione se non verso il sindacato (ma anche verso il sindacato) verso gli strumenti della partecipazione, dell’impegno politico ed elettorale.
Del resto proprio sotto i loro (ed i nostri) occhi e sotto il peso della loro fatica e precarietà hanno visto come lo strumento dell’appalto, nel tempo, si sia radicalmente trasformato in peggio. In molti casi, in una vera e propria condizione di sfruttamento permanente legalizzato a causa di leggi sbagliate e di scelte imprenditoriali poco lungimiranti, secondo un’impostazione (che potremmo far risalire al “libro bianco” di Maroni all’inizio degli anni 2000) per cui, non potendo più competere sulla svalutazione della lira, come Paese abbiamo “imboccato” la via della competizione sui costi. In particolare sui costi del lavoro, svalutandone “il valore”.
Tutta una serie di scelte normative (a partire dalla legge 30/03 e relativo decreto attuativo, quel d.lgs. 276/03 che oggi chiediamo di cambiare, per non dire delle controriforme sul contratto a termine o sull’orario di lavoro fino al Jobs act) hanno infatti agito in quella direzione, favorendo - attraverso la liberalizzazione degli appalti e la più “facile” cessione di rami d’azienda e la moltiplicazione di tipologie contrattuali - la destrutturazione dei cicli produttivi e, quindi, la divisione dei lavoratori, il moltiplicarsi di applicazioni contrattuali diverse (qualche volta “ccnl pirata”, qualche volta no), la riduzione dell’unità e potere dei loro stessi rappresentanti sindacali e organizzazioni collettive.
In sintesi una permanente gara “al massimo ribasso”, dove lavoratori (in appalto) oltre ad essere più sfruttati sono usati come leva anche per tenere sotto pressione gli stessi lavoratori diretti delle grandi aziende private o degli stessi servizi pubblici (pensiamo al mondo della sanità), contribuendo così ad abbassare tutele e salari di tutte e tutti.
Per contrastare tutto ciò, come Cgil, il 27 aprile scorso abbiamo presentato una proposta di legge su cui, dal 15 maggio e fino a settembre chiederemo a lavoratori e lavoratrici, cittadine e cittadini una firma, sfidando anche le principali forze politiche e le amministrazioni locali per un sostegno pratico e coerente alla nostra battaglia.
Una firma a sostegno della proposta, ma anche un impegno per sostenere le tante vertenze e iniziative di mobilitazione che come sindacato, anche unitariamente, portiamo avanti, tanto nei confronti delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali che nei confronti delle varie imprese, pubbliche e soprattutto private.
Più nel dettaglio la proposta che avanziamo vuole essere la continuazione e soprattutto la generalizzazione di una vertenza che negli ultimi tempi la Cgil sta portando avanti nel territorio e nei principali settori economici, attraverso strumenti come il referendum popolare - certo sconfitto - ma con oltre 13 milioni di persone schierate a sostegno delle nostre tesi, o con specifiche vertenze a livello di rinnovo dei CCNL (pensiamo al grande lavoro che si sta facendo nei contratti collettivi dei servizi o ai ccnl sottoscritti in ambito della logistica, dell’edilizia, del settore metalmeccanico o dell’agroindustria) , a livello aziendale, di sito e filiera (si pensi alle esperienze in Emilia Romagna ma non solo), in materia di reale genuinità degli appalti, contrasto allo sfruttamento e al dumping contrattuale, estensione di diritti e tutele lungo le catene produttive, maggiore salute e sicurezza, contrasto alla criminalità (si perché è spesso proprio nel sistema degli appalti e subappalti che la penetrazione delle mafie è massima!).
Il tutto secondo il principio per cui “a stesso lavoro debbono corrispondere stessi diritti e tutele” e di questo principio il committente deve esserne responsabile, sempre di più (anche con riferimento a tempi e quantità di lavoro giuste e congrue), mettendo il valore del lavoro, la salute e la sicurezza dei lavoratori, la loro dignità e libertà prima del profitto a tutti i costi.
La proposta di legge è inoltre parte integrante della campagna nazionale della Cgil denominata “I diritti non si appaltano”, naturale evoluzione del positivo percorso intrapreso dalle organizzazioni sindacali, spesso unitariamente, sin dal 2016. Percorso che ha visto le grandi organizzazioni dei lavoratori prima rivendicare tutele aggiuntive e specifiche in materia di appalti pubblici (fino alla positiva definizione di diritti specifici nel Decreto PNRR e poi nella legge delega 78/2022 e nel D. Lgs. 36/23) e poi chiederne il recepimento nei settori privati, per principi e tutele fondamentali, a partire dal concetto che è l’attività svolta che determina il CCNL da applicare e le relative tutele economiche e normative. Da questa battaglia nasce l’introduzione del nuovo comma 1 bis all’articolo 29 del D. Lgs. 276/03, avvenuta con la legge 56/24, dopo le mobilitazioni e gli scioperi generali della primavera 2024 di Cgil e Uil a seguito dei drammatici fatti di Brandizzo, Firenze, Bologna, Palermo.
Una modifica su cui, dopo le mobilitazioni sindacali, si è ritrovato l’intero schieramento delle opposizioni – da Italia Viva ai 5 stelle- con una ruolo importante e fondamentale dello stesso Pd (a presentare l’emendamento al decreto legge 19, poi accolto nelle legge di conversione, che raccoglieva la proposta del sindacato, fu proprio la segretaria del PD Elly Schlein).
Percorso che ha prodotto anche significative vertenze e accordi tanto in ambito di appalti pubblici (protocolli di Roma, Bologna, Firenze, Napoli, Emilia-Romagna, Torino, Lombardia, Milano, Trento, Bari, ecc.) che privati (grande distribuzione, tessile-abbigliamento, logistica, multiutility, legno arredo, ecc.).
Oggi, anche alla luce delle positive esperienze e vertenze aperte in questi mesi, riteniamo esserci le condizioni politiche e sindacali per una più generale iniziativa che riunifichi le varie battaglie intraprese. E farne anche, nella rispettiva autonomia, un possibile punto di iniziativa di tutte quelle forze politiche che si candidano a rappresentare il mondo del lavoro, i suoi protagonisti, i suoi bisogni. E portare quei bisogni e quella voglia di cambiamento al Governo del Paese.
Più nel dettaglio la nostra proposta vuole:
- migliorare diritti e tutele per chi lavora in appalto e subappalto, riconoscendo ad essi le stesse tutele (e lo stesso inquadramento) dei lavoratori dipendenti dell’impresa madre se svolgono attività core o tipiche del committente. E questo sia se si è lavoratori subordinati che autonomi, rompendo cioè anche le convenienze (che diventano abusi) di ricorrere alle c.d. “Partite Iva monocommittenti”, giocando sulla loro “convenienza” fiscale e previdenziale. I loro costi complessivi devono essere uguali (almeno) a quelli di un lavoratore dipendente di pari qualifica;
- difendere i livelli occupazionali ed i diritti di chi lavora nelle imprese committenti e la qualità delle produzioni perché si riduce la convenienza meramente economica ad esternalizzare ad altre aziende anche il loro lavoro;
- aumentare la responsabilità sociale del committente (pubblico e privato) per il rispetto dei contratti e delle professionalità (spesso il dumping agisce anche attraverso i “sotto inquadramenti”). Ma anche per verificare la corretta esecuzione dell’appalto (come nel pubblico, anche nel privato il committente deve verificare che il numero dei lavoratori sia congruo ed i tempi di esecuzione giusti; troppi infortuni sono legati alla “fretta” e a ritmi e carichi di lavoro incopatibili con la realizzazione corretta dell’attività in appalto) e - in caso di appalto illecito - assumere direttamente i lavoratori in appalto;
- ridurre i rischi per la salute e sicurezza e combattere il lavoro nero, individuando quei settori a maggior rischio, dove vietare il ricorso ai subappalti;
- dare più diritti di informazione ai lavoratori e ai loro rappresentanti dentro le aziende committenti, anche per verificare il rispetto di diritti e tutele.
Più salario, più diritti e più sicurezza non sono solo una necessità urgente per i lavoratori e le lavoratrici, ma sono una condizione necessaria per uno sviluppo sociale sostenibile, per aumentare la produttività, la qualità e la capacità di competere di tutto il sistema produttivo italiano e del nostro “made in Italy” e per sostenere, così, la più generale battaglia per salari più alti e maggiore partecipazione dei lavoratori. In una parola, maggiore democrazia sostanziale. Perché non c’è vera libertà e vera democrazia se non si è liberi dai ricatti di un modello di sviluppo sbagliato e opprimente.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati