La crisi del mercato globalizzato: per un piano di rinascita industriale europeo

Dalle crisi energetiche alla carenza di microchip, le tensioni geopolitiche hanno mostrato tutta la vulnerabilità delle filiere globali. Per ridurre la dipendenza dall’estero, l’Europa deve puntare su una nuova politica industriale comune.

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ANSA

Dalla benzina ai fertilizzanti, dal grano ai microprocessori: ogni volta che la situazione geopolitica globale si scalda qualche bene per noi essenziale aumenta di prezzo. Com’è possibile però che nel mondo globalizzato in cui viviamo non ci siano possibilità di approvvigionamento alternative?

Per provare a rispondere a questa domanda è necessario capire a pieno il concetto di filiera produttiva e come la globalizzazione le abbia plasmate fino ad oggi. Quando si parla di filiera produttiva si intende tutto quel percorso industriale che qualsiasi tipo di merce deve percorrere per passare da materia prima a prodotto finito; la globalizzazione ha influito pesantemente su questi processi –i quali erano prima prevalentemente regionali– fino al punto che i diversi passaggi che li costituiscono oggi possono avvenire anche in luoghi lontanissimi l’uno dall’altro.

Ciò è avvenuto perché il mercato globalizzato ricerca fisiologicamente il costo di produzione più basso possibile col fine di massimizzare i guadagni; la conseguenza per molti beni è stata quindi la nascita di una singola filiera produttiva globale che copre la quasi totalità della domanda di un determinato bene a discapito delle molteplici filiere locali, messe quasi sempre fuori mercato o tutt’al più tenute in vita da sovvenzioni statali.

Se da un lato questo ci ha garantito per molto tempo beni e servizi a prezzi ridotti, dall’altro ci ha esposto a qualsiasi tipo di incidente che sarebbe potuto avvenire in uno degli step produttivi di un qualsivoglia bene. Così, in seguito ai conflitti sviluppatisi negli ultimi anni, ci siamo ritrovati a scoprire che la maggior parte dei fertilizzanti che utilizziamo viene prodotta dai paesi del golfo, oppure che molto del grano che utilizziamo per produrre la nostra pasta, che esportiamo in tutto il mondo, non cresce in Italia bensì in Ucraina.

Se da un lato però l’economia europea continuerà a dipendere dalle materie prime che importa dall’esterno, dall’altro è evidente come alcuni passaggi intermedi delle filiere produttive potrebbero tranquillamente essere svolti qui e venivano infatti svolti in Europa fino a prima della globalizzazione. Il processo di de-industrializzazione a cui sono andati incontro quasi tutti gli stati europei è stato però una conseguenza fisiologica di quel sopracitato processo di globalizzazione che ha messo fuori mercato la produzione industriale europea e ha costretti gli stati nazionali, impotenti da soli davanti al mondo globalizzato, a delocalizzare.

Tuttavia, il nuovo mondo multipolare che si sta delineando ha ancora una volta stravolto le regole del gioco costringendoci periodicamente a valutare se possiamo fare affidamento su quei paesi che ci forniscono i prodotti intermedi che poi le nostre economie trasformano in prodotti finiti ad alto valore aggiunto.

La soluzione per uscire da questo stato di costante incertezza sembra essere una sola: serve un piano di rinascita industriale europeo; uno stimolo alla rinascita dell’industria europea sarebbe infatti una manna dal cielo per migliaia di famiglie di operai in tutta l’unione che negli ultimi trent’anni hanno perso il lavoro per via della delocalizzazione delle fabbriche in cui lavoravano. Questa proposta, che fino a pochi anni fa sarebbe potuta sembrare solo un buon proposito, oggi appare come una scelta forzata dalle nuove regole del gioco che si stanno delineando e sarebbe forse l’unica opzione per proteggersi dall’incertezza delle filiere globali, spesso dislocate in zone turbolente del mondo.

Per poter gestire un piano del genere però è necessario un governo europeo degno di essere definito tale. Ad esempio, il NEXT GENERATION EU – ad oggi unico metro di paragone se si parla di piani di investimento comunitari – se da un lato è stato uno stimolo fondamentale per la ripresa delle economie europee post-pandemia, dall’altro ha riscontrato le sue maggiori criticità proprio nella scarsa coordinazione tra le misure a cui rispettivamente gli stati nazionali europei hanno dato priorità e perciò non ha prodotto soluzioni “di sistema” nella dimensione europea.

Possiamo quindi concludere che, seppure sia ovvio che il vecchio continente sarà sempre soggetto alla necessità di importare le materie prime dall’estero, è evidente che le economie europee abbiano “delegato” più passaggi produttivi del dovuto al mercato globale, esponendoci alle sue fluttuazioni. Adesso che il dado è tratto però la scelta per gli stati europei resta una sola: remare insieme per risollevarsi o rassegnarsi a navigare a vista, in balia delle correnti del mercato globale.

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