La Spagna di Sanchez. Ritratto di un leader e di una valida alternativa socialista

Dalla crisi del PSOE alla guida del progressismo internazionale: la parabola politica del premier spagnolo tra crescita economica, difesa del multilateralismo, diritti civili e scontro con populismi, tecnoligarchie e nazionalismi reazionari.

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ANSA

È una lunga marcia quella compiuta da Pedro Sanchez, leader del socialismo spagnolo ed europeo, che nel recente congresso dei progressisti a Barcellona ha avuto la consacrazione a leader del socialismo internazionale. Il carattere di novità della riunione dei progressisti e socialisti è stato quello di spostare l’asse di azione politica a livello globale, di contrasto alle offensive provenienti dalle destre reazionarie che ammalano le democrazie occidentali. In loro difesa sono scese diverse personalità politiche dei cinque continenti, tutte orientate a lavorare per il ripristino e la ricostituzione del multilateralismo politico e diplomatico, uno degli obiettivi che l’offensiva neoliberista è riuscita a scalfire e colpire ma non a sconfiggere.

Pedro Sanchez non nasce nella cupola protetta della burocrazia consolidata del PSOE. Nel giro di dieci anni ha scalato i ranghi del partito, partendo dalla dimensione municipale - come consigliere comunale di Madrid nel 2004 - e arrivando a ricoprire il ruolo di segretario nazionale nel 2014. Nel 2016, quando il popolare Rajoy necessita, dopo il voto elettorale, di una maggioranza parlamentare e si appella ai socialisti affinché garantissero il loro sostegno, Sanchez si rifiuta e rassegna le sue dimissioni da segretario. Da quella sconfitta, Sanchez trasse il necessario carburante per imporsi nuovamente alla guida del partito socialista, per poi successivamente vincere di misura la battaglia parlamentare dopo aver presentato una mozione di sfiducia nei confronti del Governo Rajoy.

Sanchez seppe imporsi anche a quella parte del suo partito che non desiderava affatto stringere alleanze né con il movimento Podemos e tantomeno con i partiti che rappresentavano le comunità autonome - innanzitutto quelli come Junts X Cat e Esquerra Repubblicana, che rappresentavano sul piano parlamentare gli epigoni dell’insurrezione della turbolente Catalogna, che aveva dominato il decennio della politica spagnola sino alla vera e propria confrontazione di piazza in occasione del 1 ottobre 2017, soffocata dai manganelli della polizia di Madrid e finita con mezzo gruppo dirigente separatista alla sbarra e l’ex presidente della comunità autonoma Puigdemont in esilio in Belgio.

Sanchez e i socialisti hanno avuto pazienza, dovettero attendere le elezioni del novembre 2019, che succedettero quelle senza esito di aprile, per poter mettere in piedi un’alleanza politica che consentisse loro di governare. E fu così che, con una maggioranza politica risicata e caleidoscopica, Sanchez impostò la sua politica dagli effetti insperati volendo unire ingredienti di limpida tradizione socialdemocratica aperta alle istanze laburiste della sinistra più “radicale”, ad elementi di pragmatismo liberale e all’attenzione - quasi spasmodica - nei confronti delle comunità autonome, senza mai venire meno all’impianto costituzionale retto dalla Monarchia dei Borbone (nonostante questa fosse indebolita nell’immagine dalle peripezie del vecchio Re Juan Carlos) ma in sella, innanzitutto per il debito di riconoscenza che la Spagna democratica continua a tributare loro per aver respinto il tentativo di Golpe dei Colonnelli l’indomani della morte di Francisco Franco.

La politica interna

Sul terreno della memoria storica, Sanchez è stato intransigente, e lo è stato dal momento nel quale le frange, un tempo minoritarie, del falangismo dell’ultradestra ritrovavano, attraverso la nascita di un partito che ad esse si ispiravano (VOX), un terreno di cultura che a mano a mano si è trasformato in una vera e propria realtà nazionale in cui populismo reazionario, nazionalismo nostalgico, lotta senza quartiere all’immigrazione e al separatismo catalano si sono fuse in una miscela perfetta per insidiare le caduche tradizioni democratiche della Spagna.

Navigando fra difficili marosi politici e in uno stato pressoché permanente di precarietà numerica della sua maggioranza, Sanchez, che è di formazione economica, ha saputo abilmente sfruttare gli assists che gli giungevano dalla Comunità Europea, prima di tutto quelli della cosiddetta Next Generation EU che gli hanno consentito spese fuori dal bilancio ordinario con le quali ha finanziato la transizione ecologica e alcuni investimenti pubblici di importanza strategica. Basti pensare che, sotto il suo mandato, la quota di energie rinnovabili nel mix elettrico spagnolo ha registrato una crescita eccezionale, passando da circa il 38-40% del 2018 al 55,5% rilevato nel 2025. La linea di politica economica, che ha raggiunto i risultati di crescita registrati, rappresenta un indubbio successo dell’amministrazione Sanchez, rispondendo ad un’altrettanta chiara linea di orientamento politico che ha sfidato il mainstream ricorrente in altre grandi democrazie europee che sovente sconsigliano di aumentare spesa pubblica in condizioni di crescita incerta.

Dopo il crollo del Pil del 2020 (-10,9%) per gli effetti del coronavirus, il Pil spagnolo dal 2021 al 2025 ha avuto una crescita media del 4,3% nel 2025. Questo è il dato più elevato della media dei paesi dell’eurozona. Una crescita che ha determinato un aumento sensibile dell’occupazione, del 2% rispetto al 2024, e riducendo la disoccupazione, che rimane pur sempre una questione da affrontare (al 10%). L’incremento dell’occupazione ha riguardato soprattutto il settore privato, concentrandosi sull’industria, poi sui servizi e sull’edilizia. I dati economici hanno avuto una ricaduta positiva anche grazie alla riqualificazione del salario minimo portato a 1184 € mensili sulle 14 mensilità e a 1381 € su 12 mensilità con un incremento del 4,4 rispetto al 2024; significativo è stato l’aumento delle spese sociali che hanno rafforzato in molti settori lo Stato sociale, pur mantenendo delle criticità sul terreno sanitario che è gestito dalle singole comunità autonome.

È significativo l’approccio che ha avuto Sanchez in materia di immigrazione, la regolarizzazione di oltre mezzo milione di immigrati, che ha fatto salire a due milioni le persone accolte in sette anni, una misura di civiltà che ha determinato anche un incremento fiscale e contribuito notevole in relazione all’aumento dell’occupazione in molti settori del paese, così come significativa è la battaglia ingaggiata con i colossi dell’hi-tech. Sanchez sostiene che oramai: «I social media sono uno Stato fallito nel quale prevale la legge del più forte, dove vige un anonimato che calpesta i diritti non solo degli adulti ma anche dei nostri giovani… Questo primato deve finire e i techn-oligarchi devono rispondere delle loro responsabilità, non sono solo i responsabili di quel che accade sui media, ma non pagano neanche le tasse…».

Pedro Sanchez ha sottolineato come debba essere innanzitutto l’Unione Europea a far fronte alla crescente arroganza di questi poteri irresponsabili. Molti insinuano che la sua battaglia sia nata dal fatto che siano stati i media i primi responsabili ad ingaggiare contro di lui una campagna che gli americani avrebbero definito di “character assassination” sul piano mediatico, a causa di una serie di scandali piccoli e grandi che hanno investito tanto il PSOE quanto la stessa famiglia Sanchez; egli ha saputo resistere non senza esprimere fortissimi dubbi sull’uso politico della giustizia, contrastando le azioni della magistratura spagnola e gli abusi dei singoli magistrati compiuti nei suoi confronti , rinnovando così l’impronta fortemente garantista ed antiautoritaria del socialismo spagnolo.

##La politica estera

Analoga condotta coraggiosa ha avuto sul terreno della politica internazionale. Lo scontro con Donald Trump per il ripristino del rispetto del diritto internazionale, tuttavia, non gli ha impedito di corrispondere sul piano economico alle richieste dell’alleato americano in materia di adeguamento economico dei contributi alla Nato. La richiesta a gran voce del rispetto del diritto internazionale da parte di Sanchez è stata invocata sin dal terribile attacco del 7 ottobre ed è proseguita con maggiore vigore denunciando la sproporzione della rappresaglia israeliana, che non ha avuto paura a definire come una vera e propria azione “genocida”.

Questa posizione così radicale ha tuttavia trascinato la stessa Unione Europa verso una posizione maggiormente assertiva sulla questione mediorientale ed ha certamente contribuito a rafforzare le posizioni di Germania e Francia ed anche della stessa Gran Bretagna sulle questioni daziarie e, in generale, costituendo un blocco coeso sulle crescenti involuzioni di Trump. E per quanto appaia contraddittorio «è proprio il rafforzamento del pilastro europeo che consolida il legame transatlantico… per ottenere una relazione sana ed equilibrata nell’interesse di tutto l’Occidente e del mondo in cui viviamo» - così Sanchez spiegava la sua relazione con Stati Uniti ed Europa, in una recente intervista concessa all’Espresso.

Senza attardarsi nella descrizione di un uomo politico contemporaneo, che è stato circondato da attenzioni del sistema mediatico che vengono solitamente riservate ai protagonisti dello star system, indubbiamente egli rappresenta – a maggior ragione in una fase così povera di personalità illuminate da una precisa cultura politica - indubbiamente una felice eccezione.

Non bisogna cadere nella trappola di rispolverare l’antico adagio per il quale il compito della sinistra italiana dovrebbe essere quello di “fare come…” Sanchez. Semmai quello di osservare che l’intero movimento del socialismo internazionale lotta per cercare risposte efficaci per affrontare le questioni cardinali del nostro tempo, cercando di riportare la politica democratica alla guida dell’economia globale che ha nel multilateralismo la sua bussola principale; Il socialismo si deve misurare con la realtà, e la realtà di oggi ci ha ricondotto alla necessità di difendere la democrazia, ricercare le vie della pace, ridurre le diseguaglianze sociali, proteggere la Terra dalle insidie del cambiamento climatico e i nostri cittadini dalle offese dell’intolleranza verso la diversità di genere, etnia e religione.

Un giornale ha titolato che l’esperienza di Sanchez è giunta “alle corde”; mai stata così in salute la traiettoria di questo uomo politico che ispira socialisti e progressisti di cinque continenti. Ed è una buona cosa per la democrazia nel Mondo.

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