Salari su, crescita anche: il laboratorio spagnolo che sfida l’Europa

Mentre Germania e Francia rallentano, la Spagna sperimenta una via diversa: domanda interna, lavoro stabile e meno dipendenza dall’austerità

Gaia BrambillaApprofondimenti
RIVRINASCITA_20260421164119352_6720766bcde34b368a190337f23e21e7.jpg

ANSA

C’è uno spettro che si aggira per le cancellerie d’Europa, ed è vestito con i panni, insospettabilmente solidi, dell’economia reale spagnola. Mentre la locomotiva tedesca arranca e la Francia resta frenata da fragilità politiche e fiscali, la Spagna ha assunto il ruolo di laboratorio empirico per rispondere ad un quesito ancora senza una risposta univoca: è possibile sostenere crescita e occupazione attraverso una dinamica salariale espansiva, senza passare per la tradizionale compressione dei salari?

Dall’introduzione dell’euro, le economie dell’Europa meridionale hanno operato sotto un vincolo implicito: in assenza dello strumento di svalutazione del tasso di cambio, l’aggiustamento competitivo doveva avvenire attraverso la cosiddetta svalutazione interna, ossia la moderazione o compressione dei salari. Questo paradigma, coerente con l’impostazione della supply-side economics che costituisce parte dell’impalcatura ideologica europea, ha prodotto nel tempo un equilibrio caratterizzato da domanda interna debole, bassa crescita e persistente fragilità sociale. La Spagna stessa ne è stata un caso emblematico: tra il 2010 e il 2013, i salari reali si sono contratti sensibilmente mentre la disoccupazione ha raggiunto livelli record.

A partire dal 2018, sotto il governo di Pedro Sánchez, si è osservata una discontinuità rilevante. Il salario minimo è stato aumentato in misura significativa, la riforma del mercato del lavoro ha ridotto l’incidenza dei contratti temporanei e la contrattazione collettiva ha recuperato un ruolo più attivo nella dinamica salariale anche per i redditi medi. Contrariamente a molte previsioni, questi interventi non sono stati associati a una contrazione dell’occupazione. Al contrario, il mercato del lavoro ha mostrato una notevole tenuta e la crescita del PIL è risultata, negli anni recenti, superiore alla media dell’area euro.

È tuttavia necessario distinguere tra fattori congiunturali e dinamiche strutturali. La recente performance dell’economia spagnola è stata certamente favorita da condizioni esterne positive — dalla ripresa del turismo all’impiego dei fondi europei — ma questi elementi, da soli, non spiegano la qualità della crescita osservata. Ciò che distingue il caso spagnolo non è semplicemente l’intensità della ripresa, ma la sua composizione. L’aumento del salario minimo orario, concentrato nelle fasce a più alta propensione al consumo, ha contribuito a rafforzare in modo stabile la domanda interna, riducendo la dipendenza da fattori esterni e attenuando la tradizionale fragilità ciclica delle economie mediterranee. Dal punto di vista teorico, il meccanismo richiama l’intuizione di John Maynard Keynes: in presenza di capacità produttiva inutilizzata, l’aumento dei redditi medio-bassi può generare un effetto moltiplicatore sulla domanda aggregata, data la loro più elevata propensione al consumo.

Il salario minimo, però, non opera solo sul lato della domanda. Esso agisce anche come vincolo di costo che costringe le imprese a uscire dalla competizione basata sul lavoro a basso prezzo. Per mantenere margini, l’azienda è spinta a riorganizzare processi o a spostarsi verso attività a maggiore valore aggiunto. Questo spostamento non è automatico né indolore: richiede politiche complementari e un contesto economico favorevole, in cui lo Stato è chiamato a svolgere un ruolo di accompagnamento attivo.

Le obiezioni tradizionali restano dunque potenzialmente rilevanti, ma appaiono meno deterministiche di quanto spesso si sostenga. L’esperienza spagnola non le confuta definitivamente ma ne ridimensiona sicuramente la portata empirica: l’aumento dei salari non ha prodotto, almeno nel breve periodo, né un crollo dell’occupazione né un evidente deterioramento del quadro macroeconomico spagnolo. Tuttavia, questo equilibrio resta esposto a shock esterni che possono alterarne profondamente la sostenibilità. In particolare, un prolungamento della crisi nello Stretto di Hormuz — con conseguente aumento del prezzo del petrolio e, a cascata, dei costi energetici — inciderebbe direttamente sui margini delle imprese, comprimendone la redditività proprio nel momento in cui sono chiamate ad assorbire salari più elevati. In questo scenario, la pressione sul tessuto produttivo renderebbe necessario un ulteriore intervento pubblico: il governo di Pedro Sánchez potrebbe essere costretto ad allocare risorse pubbliche in manovra per sostenere le imprese e contenere gli effetti dello shock energetico. Ma così facendo, la sostenibilità della dinamica salariale verrebbe parzialmente trasferita sul bilancio pubblico, riducendo lo spazio fiscale e aprendo una tensione più esplicita con i vincoli europei.

Per le istituzioni europee, il caso spagnolo rappresenta quindi non ancora una soluzione compiuta, ma una tensione teorica difficilmente ignorabile. Se confermato nel tempo, esso suggerirebbe che, anche all’interno dei vincoli dell’unione monetaria, esistono margini per strategie di crescita meno dipendenti dalla compressione salariale. Ma è proprio nei momenti di stress — quando shock esterni e vincoli fiscali si sovrappongono — che si misura la reale replicabilità e tenuta globale di questo modello.

Le cancellerie europee guardano con attenzione…e forse alcune con un certo disagio. Perché se la Spagna dovesse riuscire nell’intento – coniugare crescita robusta, aumento dei salari reali e riequilibrio della domanda – l’intero paradigma della governance economica europea sarebbe da ripensare. E lo spettro che si aggira per l’Europa diventerebbe, per i custodi dell’ortodossia, un vero e proprio incubo.

Se questo articolo ti è utile, abbonati per sostenere Rinascita e ricevere la rivista cartacea.

Abbonati