Barcellona, laboratorio della nuova internazionale progressista
La convention catalana prova a ricucire i fili della sinistra mondiale in un tempo segnato dall’avanzata delle destre

ANSA
Nelle giornate di sabato 18 e domenica 19 aprile, presso il Gran Via di Barcellona, si è svolta quella che sembra destinata a essere soltanto la prima di una lunga serie di edizioni della cosiddetta Global Progressive Mobilisation: un grande appuntamento della sinistra mondiale, nelle sue diverse articolazioni, che ha richiamato nella città catalana leader politici, intellettuali, militanti e dirigenti progressisti provenienti da diversi paesi.
L’evento si è articolato in due giornate, scandite da numerosi panel svoltisi in contemporanea. L’organizzazione è stata affidata al Partito del Socialismo Europeo, all’Internazionale Socialista e all’Alleanza Progressista. Del comitato organizzatore facevano parte la spagnola Hana Jalloul Muro, membro del Parlamento europeo e vicepresidente dell’Internazionale Socialista, Giacomo Filibeck, segretario generale del Partito del Socialismo Europeo, e Machris Cabreros, esponente filippina dell’Alleanza Progressista, nel ruolo di Global Coordinator. Per il Partito Democratico hanno partecipato la segretaria Elly Schlein, alla guida di una folta delegazione composta, fra gli altri, dalla capogruppo alla Camera Chiara Braga, da Giuseppe Provenzano, deputato e responsabile Esteri del partito, e dalla coordinatrice della segreteria Marta Bonafoni. Era presente anche la segretaria dei Giovani Democratici, Virginia Libero, accompagnata a sua volta da numerosi militanti e dirigenti dell’organizzazione giovanile.
Diversi fattori di sistema e di contesto hanno favorito e reso possibile un appuntamento di questo tipo. Anzitutto, l’estremizzazione e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico, accompagnate da una recrudescenza delle destre e, in parte, anche dei conservatorismi più tradizionali. In molti paesi, forze politiche di destra storicamente considerate moderate hanno progressivamente assunto posizioni sempre più radicali, talvolta fino a sovrapporsi, nei contenuti e nei toni, all’estrema destra. Da qui derivano, in alcuni casi, spazi politici sempre più ridotti per le formazioni liberali, che per ragioni di collocazione tendono a mantenersi equidistanti dalla sinistra e dalla destra, pur risultando spesso, di fatto, più convergenti con quest’ultima.
Un caso emblematico è quello dell’Italia, dove formazioni stabilmente centriste come Azione e il Partito Liberal Democratico mantengono non di rado interlocuzioni strutturali con le destre, peraltro da tempo alla guida del paese. A ciò si aggiunge una narrazione mediatica sempre più orientata a destra o, quantomeno, sempre più incline a legittimare e sdoganare posizioni conservatrici e reazionarie. Anche per evidenti ragioni elettorali, infatti, se i partiti dell’estrema destra accrescono il proprio consenso, idee che fino a poco tempo fa sarebbero state considerate irricevibili finiscono per trovare spazio crescente nel discorso pubblico e nei mezzi di comunicazione.
In questo quadro, una narrazione politica progressista – se non apertamente di sinistra – ha la necessità di recuperare spazio e di tornare a orientare il dibattito. Oggi, infatti, le posizioni che sembrano prevalere nello spazio mediatico sono quelle della destra e dell’estrema destra, anche grazie al sostegno, talvolta sistemico, delle grandi piattaforme tecnologiche. Guardando al caso occidentale, basti pensare a Elon Musk, proprietario di X, già Twitter, oppure a Jeff Bezos, fondatore di Amazon e proprietario del Washington Post, testata all’interno della quale non sono mancate, negli ultimi anni, tensioni e controversie anche sul piano occupazionale. Le big tech – con figure come Mark Zuckerberg – hanno peraltro occupato un posto d’onore anche nella cerimonia di giuramento di Donald Trump. Tutto ciò restituisce con evidenza la misura di quanto sia necessaria una contro-narrazione di segno progressista, capace almeno di riequilibrare, se non addirittura di egemonizzare, il campo del discorso pubblico. In questo senso, una convention come quella di Barcellona si inserisce pienamente in questa strategia.
Più volte, negli ultimi tempi, si è inoltre sottolineato come l’algoritmo delle principali piattaforme social favorisca la diffusione e la proliferazione di contenuti a sfondo razziale, spesso alimentati dalle destre e dall’estrema destra. Il tutto senza dimenticare la disinformazione e i contenuti messi in circolo da potenze straniere, interessate a favorire soprattutto partiti euroscettici, se non apertamente di estrema destra. Appare dunque lecito affermare che oggi esista una vera e propria internazionale delle destre, che non si riduce a un semplice coordinamento politico, ma coinvolge anche gruppi editoriali, poteri economici, forze imprenditoriali e interessi industriali.
Uno dei possibili meriti di una convention come questa consiste allora nel riallacciare il filo fra le forze progressiste del mondo, le quali, una volta al governo, potrebbero trasferire il livello dell’interlocuzione dal piano strettamente politico a quello istituzionale. La disaffezione al voto, la crisi dei partiti tradizionali e altri fenomeni analoghi hanno fatto sì che, più che in passato, i rapporti tra partiti “fratelli” si siano fatti talvolta più radi. Ne sono derivate difficoltà di dialogo o, comunque, interlocuzioni più lente perfino tra governi di orientamento progressista, specie quando appartenenti a paesi non tradizionalmente alleati. Riallacciare questi fili significa anche rafforzare l’impianto multilaterale della politica estera.
Il coordinamento delle politiche, inoltre, ne accresce l’efficacia. I grandi gruppi industriali, così come i grandi fondi finanziari, hanno ormai una dimensione strutturalmente internazionale e non sono più radicati, come in passato, entro i confini di un singolo Stato. Ne consegue che anche le soluzioni devono sempre più oltrepassare il perimetro nazionale. Un coordinamento tra forze progressiste e di sinistra su scala globale può dunque favorire l’elaborazione di politiche più efficaci nel contrasto alla povertà e nell’emancipazione degli oppressi, tanto nelle forme dell’oppressione politico-culturale quanto in quelle più strettamente economiche.
Come si è detto, alla guida dell’organizzazione vi era, per ragioni evidenti, il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) di Pedro Sánchez. La sua forza mediatica sul piano internazionale – accresciuta sia dalla postura assunta nei confronti delle politiche genocide condotte a Gaza, sia dal confronto con Trump – ha consentito al primo ministro spagnolo di proporsi idealmente come punto di riferimento del mondo progressista internazionale, oscurando al tempo stesso i molti problemi interni del suo paese. Anche l’organizzazione di un evento di questo tipo può naturalmente essere letta entro questa logica. Ciò non toglie, tuttavia, che una leadership come la sua possa restituire slancio e visibilità alla sinistra internazionale. Talvolta, infatti, è anche la forza percepita – e non soltanto quella reale – a promuovere e rinvigorire, anche sul piano elettorale, le forze politiche progressiste. Anche la comunicazione, dunque, è politica: un elemento che non va affatto sottovalutato.
Nella sua allocuzione conclusiva, Pedro Sánchez ha richiamato più volte, in un passaggio divenuto virale, l’orgoglio di definirsi di sinistra, nonostante i tentativi di ridicolizzazione messi in campo dalle destre, volti a screditare l’identità della sinistra ancor prima di confrontarsi con il merito delle sue proposte. In un contesto in cui le leadership forti sembrano spesso imporsi con maggiore facilità, la presenza di una figura come Sánchez – capace di esercitare leadership senza rinunciare alla dimensione del dialogo, del coordinamento e della mediazione – può contribuire a incanalare in senso progressista pulsioni leaderistiche oggi molto diffuse nell’opinione pubblica. In questo senso, essa può svolgere una funzione di argine.
Nel suo intervento, Elly Schlein ha invece sottolineato la necessità di ripristinare – tanto sul piano concreto quanto, soprattutto, su quello valoriale – la centralità del diritto internazionale, oggi costantemente travolto dalla violenza dei rapporti tra grandi potenze. Una dinamica, questa, alimentata dal discorso bellicista delle destre, sempre più segnato da una dialettica ruvida, fondata sulla logica dello scontro aperto, e sempre meno incline a valorizzare il dialogo multilaterale e gli ordinari strumenti della diplomazia. Eppure proprio questi ultimi, pur essendo spesso più lenti e producendo risultati nel lungo periodo, concorrono a costruire un ordine internazionale più sicuro. Al contrario, la deriva bellicista alimentata dalle destre rende il mondo più instabile, nella misura in cui continua a prospettare nei conflitti armati l’unica possibile soluzione delle controversie, che invece – come stabilisce la Costituzione italiana – non devono essere risolte attraverso la guerra.
Alla luce di quanto detto, è lecito sperare che la Global Progressive Mobilisation di Barcellona rappresenti soltanto l’inizio di una riscossa del mondo progressista. Occorre però mantenere salda la rotta e fare tesoro di quanto emerso dalla convention: la necessità del coordinamento, l’importanza della forza comunicativa e l’urgenza di attuare politiche realmente progressiste e di sinistra in un mondo in cui le disuguaglianze – terreno fertile per le destre e le estreme destre – restano purtroppo ancora profondamente radicate.
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