Su Gaza l'Occidente diviso perde i suoi valori
Le nuove generazioni rifiutano guerra e suprematismo, mentre politica e cultura restano divise su identità, diritti e ruolo dell’Occidente nel mondo

ANSA
Il grande artista italiano Zucchero Fornaciari qualche mese fa ha osservato come, con sua grande sorpresa, fosse difficile organizzare un impegno umanitario del mondo della musica in favore dei palestinesi di Gaza: «ho chiesto a un importante manager perché non si fa un Live Aid per Gaza. Mi è stato risposto che tanti artisti non vogliono esporsi e in molti altri casi viene chiesto loro di non schierarsi e non esporsi». Lamentandosi come negli anni ’80 gli artisti “globali” fossero invece molto più disponibili e generosi in tempo e denaro verso un’altra causa, quale la lotta all’apartheid in Sudafrica, per altro altrettanto degna e mobilitante.
Perché dunque negli anni ’80 era più facile per gli artisti occidentali mobilitarsi unitariamente contro l’apartheid in Sudafrica, mentre oggi tale impegno è percepito quantomeno come divisivo? Certamente siamo in un’altra epoca, e sono cambiati i caratteri dell’impegno sociale e politico. Esso è meno “strutturato”. Però tale impegno certo non è quantitativamente minore. Basti pensare alla Flottilla, e prima ancora alle manifestazioni dei giovani e dei giovanissimi contro il cambiamento climatico, e genericamente contro il “futuro oscuro” a loro riservato. E da loro giustamente temuto. Manifestazioni che hanno preceduto e in certi casi preparato il protagonismo delle nuove generazioni sul tema più “politico” della guerra a Gaza e della postura di Israele nel mondo.
La questione è dunque caso mai una diversa qualità dell’impegno, non la minore quantità. Alcuni tratti distinguono quello degli anni ’80 contro l’apartheid da quello di oggi per Gaza. Innanzitutto, esso è prettamente generazionale, al contrario che negli anni ’80. Sono stati i figli a portare - trascinare quasi - i padri alle manifestazioni contro lo scempio fatto a Gaza, e non il contrario, come fu invece nella lotta contro l’apartheid. Questo può essere spiegato anche con la destrutturazione delle organizzazioni sociali e politiche rispetto a 40 anni fa. In queste organizzazioni più “istituzionali”, a “dare la linea” erano i già affermati padri. Inoltre i producer e i dirigenti dello star system erano coetanei dei promotori, dirigenti a loro volta della “politica”. Oggi, i giovani si sono dovuti auto organizzare. In un moto dai caratteri spontanei, ma talmente vasto per fortuna da non divenire ribellistico. Ci si è provato ad esorcizzarlo ma non era un movimento ghettizzabile, fosse solo per dimensione. E così nel ghetto ci sono finiti invece coloro che volevano demonizzarlo. Al momento questa generazione non si è fatta spingere, al contrario che negli anni settanta, nel ghetto del ribellismo e poi magari dell’eversione. Dimostrando un istinto politico assai maturo.
Ma la causa di una mobilitazione comunque meno universalistica e più controversa rispetto al passato non sembra essere questo vizio di “spontaneismo”. Perché quindi oggi vi sono resistenze così forti all’interno dell’occidente a raccogliere il grido di rivolta delle nuove generazioni rispetto a ciò che è avvenuto ed avviene a Gaza? Tanto da ostracizzare chi osa analizzare pubblicamente questa torsione stragista del governo di Israele? Tacciando di tradimento ed estremismo perfino ebrei come Gad Lerner con il suo “Gaza” e Anna Foa con il suo “Il suicidio di Israele”? Imponendo nel dibattito pubblico non la discussione nel merito di ciò che sta avvenendo in quella affollata lingua di terra, ma paradossalmente su ciò che invece se ne dice o ne riesce ad uscire? Contrapponendo l’urgenza di una nuova legislazione sull’antisemitismo che imbrigli invece proprio quella medesima discussione pubblica?
Una battaglia interna. Politica o umanitaria?
Sono domande inaggirabili per determinare il perimetro del fenomeno. Ma per rispondere occorre porsene prima un’altra: la questione di Gaza riguarda solo Israele, come quella dell’apartheid riguardava solo il Sudafrica? La risposta non può essere che negativa. Essa infatti ci riguarda direttamente. Del resto, molti dei cartelli per Gaza dicono “not in my name” (“non in mio nome” ndr.). Il 7 ottobre 2023 produce infatti dentro Israele, ma anche nell’ebraismo diasporico che innerva le nostre nazioni occidentali, un trauma paragonabile a quello che l’11 settembre provocò negli Usa. Tra le conseguenze vi sarà anche che, dopo la inevitabile e legittima guerra di difesa dei primi mesi per ristabilire la deterrenza contro il nemico, Netanyahu riuscirà a riprendere il comando e il timone e a cominciare un’altra guerra. La “sua” guerra. A questa guerra fatta in nome dell’Occidente, dai caratteri prima di controproducente vendetta, poi stragisti ed infine apocalittici e messianici, si ribellano i giovani del medesimo occidente: “Not in my name”, noi siamo diversi. Non siamo “questo occidente” implacabile e cieco, impazzito e furioso come un Polifemo accecato da Ulisse. «Noi siamo – sembrano dire le nuove generazioni - per riconoscere il diritto di esistenza nostro ma anche dell’altro, e quindi per la politica e non per la guerra infinita. Non abbiamo come voi quasi consumato la candela della vita. Abbiamo molto di più da vivere. E non vogliamo vivere come soldati bensì come civili» . È tutto qui il pacifismo contemporaneo. Non ha i caratteri universalistici e se si vuole utopistici o spiritualmente religiosi di quello del secolo scorso.
Del resto, la questione di Gaza è simile a quella dell’apartheid solo nei suoi contorni, nel suo perimetro morale. Il suo contenuto è specifico e diverso. Malgrado tutte le insistenze della sinistra terzomondista, che semplificando la questione non la mettevano a fuoco e quindi perdevano di efficacia, non si tratta infatti dello stesso fenomeno. Per questo ha avuto sinora gioco facile la destra ebraica (e non) a assorbire le proteste che dipingevano Israele come uno “Stato di apartheid”. Mentre lottare contro l’apartheid in Sudafrica era unificante, perché si trattava di essere o non essere complici con uno Stato terzo alla deriva - alimentati anche dal risentimento della ex potenza coloniale inglese per la riduzione dei legami commerciali preferenziali da parte dell’ex colonia - quando si parla di cosa Israele fa a Gaza si parla di noi. Dell’Occidente. E più precisamente di come una parte dell’Occidente, la destra occidentale capitanata dal suo capo e ideologo Benjamin Netanyahu, propone di trattare il rapporto tra “The West” e “The Rest”. Come ci si deve rapportare all’“alieno”. La ricetta proposta dalla destra è di cancellare dalla nostra cultura politica occidentale europea la memorabile frase di Terenzio “Homo sum, nihil humani a me alienum puto” (sono un essere umano, nulla di umano lo ritengo a me estraneo, ndr.), e farsi invece suprematisti.
E da quel trono fare guerra, inevitabilmente perenne, al resto del mondo. Un modo di risolvere la crisi dell’occidente che le nuove generazioni hanno rifiutato. “Not in my name” hanno detto, seguendo l’esempio coraggioso dell’appello di sparuti ebrei della diaspora contro Netanyahu. “noi non siamo così” hanno detto le nuove generazioni. Appunto, si trattava di rifiutare un’identità suprematista e sceglierne una umanista ed universalistica. Solo Hard power o anche Soft power? Una diversa concezione del potere, non certo una ribellistica tentazione anarchica.
Proprio questo però presuppone una dura battaglia politica interna per far prevalere la seconda rispetto alla prima. Zucchero Fornaciari ha incontrato tante porte chiuse. Si possono aprire solo se si vince la battaglia interna per l’egemonia interna all’occidente. Una battaglia che è identitaria, e ci frattura all’interno, non ci unisce. Tutta un’altra partita rispetto ai concerti per il Sudafrica degli anni ’80. Anche perché si somma alla riedizione della medievale lotta per le investiture tra il Papa e l’Imperatore, cioè Donald Trump.
Un Lobby ebraica?
La battaglia da ingaggiare è dunque duplice: tra generazioni – esattamente come in Iran, peraltro, tra giovani e regime – ma anche tra destra e sinistra occidentali. Il conflitto è “dentro” le civiltà, non “fra” di esse. Ed è anche dentro la diaspora ebraica, con tutti gli imbarazzi, vincoli e limiti imposti in questa situazione da una “doppia lealtà” – la propria patria e lo Stato ebraico - che ricorda quella dei comunisti italiani tra Italia e Unione Sovietica. Una questione su cui ha scritto pagine illuminanti Franco De Felice. Un’identità politica e culturale complessa, potremmo dire composita. Che costituisce una ricchezza e un arricchimento quando la componente nazionale è predominante. Ma invece può divenire ingombrante fino ad esplodere in una contraddizione quando ad essere predominante è la componente “estera”. Che sfugge al nostro controllo ma di cui si è comunque visti come corresponsabili.
La torsione stragista imposta da Netanyahu all’identità sionista, e quindi anche all’ebraismo diasporico che vi si riconosce, è stata violenta anche se non improvvisa. Questo ha generato non solo drammi ma anche inerzie e rimozioni. Perfino censure. Responsabili di cosa, di una dinamica che non controllo? Molti hanno scartato il problema. Solo in pochi hanno scritto “il Mio Carso” come fece Scipio Slataper nel 1912, dilaniato tra l’identità triestina e una vita personale più autentica. Il conflitto era arrivato dentro l’occidente stesso, dentro di noi. Ha spaccato famiglie, e rotto amicizie. Creato zone di silenzio e di incomunicabilità. Che non basta la musica di un concerto a spezzare. Bisognerà prima discutere e decidere cosa vogliamo essere.
La lotta è “dentro” le civiltà, non “fra” le civiltà. Per questo la resistenza su fare i conti con Gaza è fortissima, ed è interna. Non riguarda solo alcuni governi come negli anni ’80, che facevano affari con il Sudafrica e non volevano rinunciarvi. Adesso ci sono pezzi di società, di apparati culturali, di apparati della sicurezza che “sono” quell’occidente. Per questo è riduttivo e semplificatorio parlare di “lobby ebraica”. Non si tratta di un corpuscolo da rigettare in quanto estraneo ad un corpo terzo. É una semplificazione che istintivamente bordeggia il complottismo no vax e non spiega i processi politici e la trama di legami che li produce e li sostiene. Sono invece carne viva nostra, che dice “per difenderci si fa così”. I nostri ragazzi non sono d’accordo, e nemmeno la maggioranza del popolo, per fortuna. Ma le due opzioni sono interne, e sono – dopo Minneapolis e Gaza – ad un confronto così duro che al comando ne rimarrà una sola, come dopo la seconda guerra mondiale. Zucchero Fornaciari dovrà aspettare ancora un poco.
Per poter costruire un movimento politico con afflato universalista bisogna quindi prima vincere la battaglia interna. Sconfiggere la destra che ha preso la guida dell’occidente. Una destra sempre più estrema e sovranista, che si è tinta con Gaza di suprematismo. La sua ricetta è inadeguata, ma ciò non basta a decretarne il fallimento e un’uscita dalla crisi non apocalittica. Paradossalmente infatti il suo crescente fallimento costringe anche la sinistra a ripensare la sua cultura politica e la sua identità. Perché la politica è sempre dialettica, anche qualora non si trovi più la sintesi. E due concezioni occidentali in crisi, la destra ma anche la vecchia sinistra liberale, non fanno un intero sano.
La crisi della sinistra liberale è madre e speculare di quella della destra
La sinistra liberaldemocratica occidentale è entrata in crisi dapprima quando ha tematizzato la difesa dell’Ucraina aggredita dalla Russia con schemi anacronistici da mondo unipolare degli anni novanta, legandola più alla Guerra Fredda che al mondo anarchico del caos che veniva invece avanti. Non che il popolo ucraino non andasse difeso, anzi. Ma la crisi andava “contenuta” e non spinta verso una regolazione fatta solo sul campo di battaglia. Perché si combatteva in assenza di regolatori di ultima istanza, come invece era il caso delle “guerre locali” durante la Guerra Fredda. Si trattava di una “nuova guerra” non di un episodio della vecchia Guerra Fredda, dove poi intervenivano Urss e Usa. Oggi Russia e Usa non sono più parte anche della soluzione, ma sono anzi moltiplicatori del problema.
Il colpo finale al vecchio assetto liberaldemocratico è venuto poi quando a questa prima “nuova guerra del XXI secolo” se ne è sommata una seconda: la guerra di Netanyahu dal 2024 a Gaza. Anch’essa, una guerra del nuovo secolo e non un episodio o cascame del vecchio conflitto israelo-palestinese. Nuova, sia per la forte componente di “info–war”, se si vuole la vecchia e cara propaganda, ma solo tossica in un una guerra di narrative - sia perché si è cercata non la negoziazione bensì la “vittoria totale”. Cosa impossibile con un attore non statuale dentro un popolo quale Hamas. Ma Netanyahu ha voluto proclamarla, puntando a renderla credibile con l’asimmetria delle tecnologie occidentali in campo e rompendo ogni limite allo “ius in bello”. Eppure, la verità asiatica dei vietcong e dell’Afghanistan non ci ha messo molto a venir fuori: la guerra ad un attore asimmetrico “nazionale” non si può vincere solo con le armi. Anche in questo caso l’armata degli straccioni a piedi ma motivati sconfiggeva l’esercito digitale dagli obiettivi confusi e velleitari.
Sotto la spinta del sovranismo suprematista, l’universalismo della sinistra liberale è rimasto subalterno a questa visione olistica dell’Occidente. Ed è così franato nel doppio standard: difendere l’ucraina come non ci fosse Gaza, ignorare Gaza come non ci fosse la libertà dell’Ucraina. I nostri ragazzi ci dicono invece di volere un altro occidente. Ed anche un’altra sinistra. Come in Iran anche in Europa i giovani dicono alla vecchia generazione “grazie per quello che avete fatto, ma adesso vogliamo di più. Soprattutto più spazi e quindi più libertà”.
Pace e libertà. Un programma “rivoluzionario”
La lotta politica deve adeguarsi al livello dello scontro interno sul concetto di “libertà”. Essere capace quindi di passare da una concezione della libertà assoluta di stampo suprematista - la libertà la merito solo io in quanto etnia o religione o civiltà “superiore” - ad una “illuminista” e relativa: “la mia libertà finisce dove inizia la tua”. Non è un salto da poco. Vi è una discontinuità forte.
Da dove cominciare? Dalla ridefinizione dei delitti e delle pene, direbbe il grande illuminista lombardo Cesare Beccaria. Per quanto riguarda i primi, basti accennare alla controversia suscitata dal tentativo della destra suprematista di usare la lotta all’antisemitismo come una clava per zittire il dissenso (soprattutto giovanile) sulle azioni di un governo come quello israeliano. Per mezzo di una definizione del fenomeno coniata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), nata nel 1998 quando molti dei giovani manifestanti non erano neppure ancora nati. Occorre ridefinire cosa sia penale e cosa no. La destra tende a dire che tutto è penale, la sinistra libertaria tende ad un irenismo in cui nulla è veramente penale. Occorre trovare piuttosto un nuovo compromesso oppure, se si preferisce, un nuovo patto o codice penale condiviso.
Per quanto concerne le pene, invece, lo scontro destra – sinistra, che in parte è anche generazionale, riguarda non solo il tipo di pena da usare. È più profondo, ed entra nelle contraddizioni della cultura politica della sinistra occidentale figlia degli anni novanta. Così come l’esportazione dei valori liberali, ritenuti talmente universali da sconfinare in una torsione suprematista della “guerra giusta”, anche il modo subalterno della sinistra “liberale” di combattere il panpenalismo suprematista della destra è rifiutato dalle nuove generazioni. Una ribellione che ritiene “complice” della destra suprematista anche l’establishment liberale che, al comando dal 1996 in Italia, ha fatto bancarotta nel 2022.
Pensiamo al grande scalpore che ha suscitato la pena di morte automatica in Israele, proposta dal ministro Ben Gvir: da comminare entro 90 giorni senza tribunale e solo per palestinesi. Uno scempio così grande alla cultura occidentale soprattutto europea da suscitare sincero sperdimento anche nelle povere coscienze dei derelitti liberali naufragati nel nuovo mondo suprematista dell’ homo homini lupus. Ma come ci si oppone? La vulgata di questi variopinti liberali è stata “è una stortura, ma verrà sanata dall’intervento della Corte Suprema di Israele”. Insomma, è affare interno di quel paese, che in quanto democrazia ha di per sé tutti gli anticorpi necessari per reagire senza la necessità di pressioni dall’esterno. In poche parole, ogni boicottaggio o pressione dall’esterno, compreso per esempio la sospensione del gemellaggio tra Tel Aviv e Milano che tanto clamore ha suscitato, sarebbe non solo inutile ma perfino controproducente. In un sovranismo a contrario, siccome si presuppone un popolo sano lo rimarrà anche lo Stato. Può essere che il gemellaggio Tra Milano e la “liberal” Tel Aviv non sia il problema centrale, né la modalità più efficace per fare pressioni sul governo di Israele. A patto però di trovarne uno più efficace, anche a Milano: come per esempio aderire e sostenere la campagna per la liberazione di Marwan Barghouti, il Nelson Mandela Palestinese. Oppure quella per la sospensione dell’accordi di associazione tra Ue e Israele.
Il vizio populistico del “riformismo mite”
Purtroppo l’esperienza storica, ancorché i fatti contemporanei perfino in Israele, smentiscono l’efficacia di un “riformismo mite” fondato sull’illusione della migliore qualità del Popolo rispetto alla Politica. Il fascismo vinse le elezioni, e infettò tutta l’Europa. I nazisti vinsero alla grande le elezioni nel 1933. E la cosa finì in una guerra mondiale con più di trenta milioni di morti.
Da dove viene il vizio e la subalternità di questo velleitario “riformismo mite” che diventa sinonimo di “debole”? Da un’altra fase. Ed ha radici antiche. Negli anni ’80, un PCI in cerca di legittimazione internazionale tra i riformisti socialdemocratici europei trovò nell’europeismo un surrogato a posizionamenti internazionali sempre più anacronistici. Una scorciatoia ad una più compiuta rielaborazione. La cosa in un certo senso funzionò e fece scuola 20 anni dopo. Negli anni novanta, arrivata al governo del paese dopo 100 anni di opposizione, la sinistra istituzionalizzata sentì infatti tremare le vene e i polsi per il fardello del comando e pensò di usare ancora una scorciatoia. L’uso preminente dello strumento del diritto per far avanzare cambiamenti politici. Anche perché per via giudiziaria e non meramente politica era franata la Prima Repubblica e avvenuta con successo la sua cooptazione nella seconda.
La scorciatoia giuridica
Lì dove servirebbe la politica – una nuova autonomia politica – per battere le destre, si è pensato di prendere dai democratici americani non solo la proiezione internazionale ma anche il metodo di affidarsi ad un “attivismo giuridico” top-down per affermare un’agenda politica liberale. Un metodo “anglosassone” forse più sbrigativo e veloce, che però non può sostituire quello più tradizionale europeo bottom-up della costruzione del consenso dal basso, poi solo eventualmente cristallizzato in una norma giuridica. Diritto anglosassone versus diritto romano.
In questo, ancora una volta, il laboratorio politico israeliano è stato precursore. E attraverso il cortocircuito con la causa palestinese, la lotta per difendere la Corte Suprema e il bilanciamento dei poteri dall’assalto della destra eversiva ha rafforzato la tentazione “anglosassone” del riformismo mite di usare il diritto per sopperire alla politica. A partire proprio dal delegare alla sola e ritenuta salvifica Corte Suprema di Israele la lotta per stoppare l’indegnità della pena capitale su base automatica ed etnica. Purtroppo rischia di essere una scorciatoia pericolosa. Il problema infatti dell’”attivismo giuridico” in luogo della prioritaria ricerca del consenso popolare risiede nel fatto che le istituzioni giudiziarie sono dei contenitori più che dei motori. Le Corti possono bloccare una legislazione ma non possono costruire coalizioni o ricostituire una legittimità politica. E i democratici americani si sono recentemente accorti nel XXI secolo quanto puntare tutto su una Corte Suprema a maggioranza liberal, che tanto ruolo aveva avuto nell’avanzare un’agenda progressiva negli Usa, potesse essere precario quando questa maggioranza fosse venuta a mancare o cambiare perché cambiava l’orientamento politico del Popolo. A cui paradossalmente questa delega nel frattempo contribuiva. Mentre infatti affidarsi alle aule di tribunale smobilitava la sinistra nella società in una postura puramente difensiva da establishment, al contempo mobilitava la destra contro la Giustizia, con il rischio di travolgerla anche nella sua funzione di arbitro e contrappeso nell’equilibrio dei poteri. Un fenomeno occidentale che, partito da Israele, ha contagiato gli Usa ed è poi arrivato anche in Europa e in Italia, fermato appunto dalla mobilitazione dei giovani.
I nostri giovani ci dicono che la via giudiziaria alle riforme e alla libertà ha fatto il suo tempo. Così come invocare il salvifico totem il diritto internazionale, in sé cognizione precaria, recente e solo fotografia pragmatica dei rapporti di forza per sanare le ingiustizie dei conflitti. Ognuno dunque faccia il suo. Loro hanno alzato la voce. Ma essendo pochi e non più maggioranza come lo erano invece i loro padri, a cui bastava unirsi per fare un ’68, devono per forza cercarsi alleati nella piramide demografica rovesciata dell’occidente dei vecchi. E lo devono fare con le vecchie generazioni che non vogliono morire nella difesa sempre più disperata del vecchio assetto in una guerra infinita. Il liberalismo non fallisce quando perde le elezioni. Fallisce quando abbandona lo sforzo di vincerle. I giovani hanno bisogno di alleati, che gli facciano non da capi bensì da sapienti ed esperti consiglieri. Schierandosi con loro invece che con i loro coetanei impauriti dal nuovo mondo. Saprà la sinistra figlia degli anni novanta dividere la propria generazione tra vecchio e nuovo e lavorare a questo patto intergenerazionale?
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