Pace, Costituzione e crisi del tecnocapitalismo: la sfida di un’alternativa democratica

Dalla deriva neoliberale e guerrafondaia alla necessità di un nuovo modello fondato su giustizia sociale, controllo pubblico delle tecnologie e cooperazione internazionale

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ANSA

Nel voto referendario è emerso il forte legame tra politica interna e internazionale. Alla vittoria del No hanno concorso la difesa della Costituzione e dello stato di diritto, la contrarietà all’accentramento del potere, l’avversione crescente verso la deriva securitaria e xenofoba del governo Meloni. Ma ha contribuito anche la domanda di pace dei giovani, delle donne, delle forze cattoliche e progressiste del Paese. L’incertezza del futuro preoccupa soprattutto i giovani, che vedono svanire progetti di vita e legittime aspettative di studio e di lavoro. La guerra è la negazione del futuro, infrange sogni e speranze, trasferisce risorse ingenti dal welfare al warfare, peggiora la condizione delle fasce sociali più deboli, alza barriere, suscita ostilità, non rapporti di amicizia e di solidarietà. Pace e Costituzione, a mio avviso, devono costituire le coordinate principali dell’impegno democratico e di un’iniziativa unitaria per la costruzione di un’alternativa politica e di programma alla destra conservatrice e neofascista.

Sembra un’altra epoca, eppure è passato solo poco tempo da quando autorevoli leader politici e illustri economisti liberali – con articoli, report, convegni internazionali (primo fra tutti il World Economic Forum di Davos) – accreditavano l’idea di un capitalismo dal “volto umano”, dotato magari di un’anima “verde”. Secondo la narrazione corrente, anche se una ricchezza smisurata si stava concentrando in poche mani, i nuovi paperoni si sarebbero presi cura delle sorti del pianeta e del benessere dell’umanità. La guerra russo-ucraina si è incaricata di infrangere questa (finta) certezza. A stretto giro sono seguiti il genocidio dei palestinesi di Gaza, l’occupazione della Cisgiordania, l’allargamento del teatro di guerra al Libano da parte di Israele, e ora l’attacco congiunto statunitense-israeliano contro l’Iran.

In questo scenario, la questione del cambiamento climatico e lo stretto rapporto che lega la salute del pianeta a quella dei suoi abitanti sono del tutto oscurati. Di più, a causa dello shock petrolifero molti governi si sono affrettati a mettere la retromarcia alla transizione energetica. Si è innescata una nuova ondata inflazionistica che è destinata ad accompagnarsi a un lungo periodo di recessione economica. Ursula von der Leyen, presidente della commissione europea, con estrema disinvoltura, proclama urbi et orbi che «dobbiamo prepararci alla guerra» e teorizza che la via maestra della pace sia la deterrenza, la capacità di dissuasione dei sistemi di difesa, non il dialogo e la ricerca del compromesso. L’attenzione dell’Unione europea e dei governi è rivolta principalmente agli investimenti sul riarmo, per i quali è previso lo sforamento del patto di stabilità e, quindi, nuovo debito. Aiuti di stato vengono autorizzati per le imprese in difficoltà, mentre una nuova stagione di “austerità e sacrifici” viene prospettata alle famiglie. Sulle disuguaglianze crescenti e sul dramma dei migranti è calato il silenzio.

Al di qua e aldi là dell’Atlantico il capitalismo si è tolto la maschera, come si dice, sta mostrando il suo volto aggressivo e guerrafondaio. È importante chiedersi come siamo arrivati a questo punto. Le analisi di geopolitica, pur sofisticate, ci parlano di stati, dei loro interessi strategici nei vari quadranti del mondo, ma non rendono conto della particolare impronta che il neoliberalismo ha impresso all’espansione del capitalismo nel mondo. Negli ultimi decenni, le nuove configurazioni tecnologiche, tanto invasive e di uso universale quanto rigidamente gestite e guidate da potenti e ristretti gruppi privati, hanno spostato decisamente in avanti le frontiere della produttività, dello sfruttamento e del profitto, hanno permesso di sottomettere tutto e tutti alle logiche del massimo profitto, invadendo ogni aspetto della vita sociale, appropriandosi di territori ricchi di materie prime, controllando in modo pressocché assoluto le reti di comunicazione e i luoghi di transito del commercio mondiale, promuovendo il connubio con l’industria militare per affinare i sistemi di difesa e renderli sempre più sofisticati e micidiali.

Un’espansione avvenuta all’insegna del tecnocapitalismo: un capitalismo potenziato dalla tecnica. Grazie alle straordinarie novità tecnologiche, il momento dell’accumulazione ha superato i cancelli della fabbrica e si è esteso alla società, alla natura, ai paesi ex coloniali. Lo sfruttamento investe sia la sfera della produzione che quella della riproduzione, assume la forma della sottomissione femminile e di un nuovo proletariato diffuso, spesso difficile da unire e organizzare, sparpagliato in tante attività. Si tratta di milioni di migranti, ma anche lavoratori italiani ed europei – braccianti stagionali nelle campagne, manovali dell’edilizia, autisti di furgoncini nella logistica della grande distribuzione, fattorini (rider) al servizio di piattaforme digitali, vigilantes, lavapiatti e camerieri nella ristorazione, colf e badanti, altri lavori servili – che vivono con salari di fame. L’estrazione di valore avviene al prezzo sempre più insostenibile della devastazione ambientale e dell’oppressione di interi popoli, depredati delle loro ricchezze (terre, miniere, fonti energetiche, ecc.). Le piattaforme digitali sono le principali responsabili della perdita di lavoro, della scomparsa del tessuto commerciale al dettaglio e di numerosi servizi urbani (edicole, agenzie di viaggio, altre attività), hanno messo in crisi il mercato degli affitti, diventato inaccessibile per chi non ha una casa in proprietà, hanno cambiato i comportamenti, le abitudini, la vita dei cittadini, disperdendo e frantumando i rapporti di comunità, e l’elenco potrebbe continuare. Eppure, nessun governo le ha richiamate alle loro responsabilità, magari attraverso una tassazione finalizzata a trasferire alla collettività – a mo’ di parziale risarcimento dei danni provocati – una parte dei loro spettacolari profitti. Non si esce dalla subalternità della politica all’economia fino a quando lo stato non farà prevalere la sua supremazia usando l’imposizione fiscale come grande leva di redistribuzione sociale. Finora, purtroppo, non c’è stata la volontà di governare le nuove tecnologie e di esercitare un controllo pubblico che avrebbe consentito la “condivisione” degli algoritmi e una regolamentazione del loro uso. Al capitalismo, in poche parole, è stata lasciata la più ampia libertà di dare sfogo, con l’aiuto di una tecnica raffinata, alla sua natura predatoria.

L’evoluzione dell’ultimo ventennio ci dice che la rete, e ora l’IA si configurano non solo come il “Grande Fratello” orwelliano, ma sono diventate anche un supporto fondamentale di un’azione tendente a mantenere, costi quel che costi, il controllo delle risorse e dei nodi strategici dell’economia. Invece di puntare alla cooperazione e ad una visione multipolare del mondo, si cerca di usare il cambiamento tecnologico per modellare un sistema globale di tipo gerarchico, con un centro di comando collocato saldamente in Occidente. Quando il contrasto di interessi diventa tale da non trovare una composizione, si ricorre alla legge del più forte, si delegittima il ruolo delle istituzioni sovranazionali e la guerra prende il posto della politica e del negoziato.

La questione del controllo pubblico e della regolamentazione democratica delle nuove tecnologie si pone, dunque, come grande questione politica. Quello che avviene nell’America di Trump, con la caccia e la deportazione dei migranti, con l’attacco al potere giudiziario, all’informazione, alla libertà d’insegnamento, di ricerca e d’informazione, ci interroga sui timori e sullo stato confusionale delle élite al potere negli Stati Uniti (e anche in Europa). Ma ci interroga anche sulla responsabilità della sinistra e del campo progressista, che molto spesso si approcciano alla crisi parlando genericamente di economia, di finanza, di tecnologia, di energia, non di capitalismo, di un modello di società che ha esaurito ormai la sua “spinta propulsiva” e tenta comunque di sopravvivere.

L’ideologia neoliberale, che, per quarant’anni, ha guidato l’espansione economica globale si sposa ora con il peggiore nazionalismo, con la chiusura dei confini, dà vita a un mix di fondamentalismo religioso, di tradizionalismo, di razzismo, che trova il suo collante nello svuotamento dello stato di diritto, nella regressione della democrazia, nella limitazione di diritti, nella repressione del dissenso. Ebbene, conviene all’Europa e agli stessi Stati Uniti che la tenuta di un ordine economico e sociale, «storicamente determinato» e come tale non naturale ed eterno (Marx), venga identificato e confuso con la difesa della “civiltà occidentale”? Non è lecito chiedersi se la “policrisi” che ci travolge abbia precise cause “strutturali” ed è semplicemente suicida pensare che una “guerra infinita” possa ripristinare il comando e il controllo dell’Occidente sul resto del mondo? Non è forse il caso di raccogliere la domanda di pace e di cambiamento che sale dentro e fuori i confini dell’Europa e dell’Occidente? Come non capire che l’ordine sociale capitalistico si regge su uno scambio ineguale tra una parte di mondo che continua a beneficiare di un relativo benessere e, un’altra parte, dentro e soprattutto fuori dall’Occidente, condannata alla subalternità permanente, semmai inserita in lavori residui e “a perdere”, sottoposta a condizioni di vita e a ritmi di lavoro disumani, al limite di una moderna schiavitù?

Pace e cambiamento sono inscindibili. Lo stato di guerra in cui ci siamo infilati può essere superato con l’affermazione di nuove “ragioni di scambio” tra i paesi dell’Occidente e i paesi dell’Oriente e del Sud del mondo, fondati su equità e solidarietà. L’obiettivo della pace richiede che le logiche neocoloniali, comunque mascherate, siano abbandonate e che all’Onu sia riconosciuto il ruolo di garante del diritto internazionale. Proprio quello che gli Stati Uniti, insieme ai peggiori nazionalisti europei si rifiutano di fare, trincerandosi dietro l’ideologia della remigrazione e la pretesa superiorità occidentale.

Politica internazionale e politica interna sono strettamente intrecciate. Tocca alla sinistra – alle forze che si richiamano alla storia, gloriosa e burrascosa, del movimento operaio – farsi interprete e di una politica che superi la scissione tra progresso e sviluppo, mettendo le nuove tecnologie al servizio di un cambiamento che metta al centro l’essere umano, la sua libertà, la sua intelligenza creativa, il suo talento, le sue aspirazioni. Senza conflitto sociale e politico, non c’è progresso economico, umano e civile. A oltre due secoli dalla Rivoluzione francese del motto «liberté, egalitè. fraternitè» resta solo, una parvenza di libertà. Dell’uguaglianza e della fraternità si sono prese le tracce. Ripartiamo da qui.

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