Nel Mediterraneo che inghiotte vite il fallimento di una politica senza umanità

Dalle tragedie in mare alla necessità di una nuova visione: mettere al centro la dignità umana, aprire canali regolari e costruire una società della convivenza per il futuro dell’Europa.

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ANSA

Quanto scuoterà il nostro animo la notizia che il nostro Mediterraneo continua a inghiottire vite umane che sfidano le sue onde non perché animate da spirito di potenza, ma perché la cattiveria umana obbliga quelle vite a solcare il mare con strumenti di morte quali sono barchini di 10 metri che devono ospitare 117 persone? Come è successo nel nubifragio del 5 aprile, quando sono partite dalla Libia 117 persone: 37 sono morte e 80 risultano dispersi.

È questa distruzione della vita umana che condanna una politica che dice di voler combattere severamente gli scafisti e invece consegna loro il destino di persone che cercano, nell’emigrazione verso le nostre terre, una vita più dignitosa. Condanna una politica basata sulla lotta all’immigrazione clandestina attraverso il controllo delle frontiere, la riduzione degli aiuti in mare, la contrapposizione alle ONG che operano in mare.

Siamo immersi in un momento molto amaro, circondati come siamo da guerre inaudite che mai avremmo immaginato di vivere. La durezza di questo momento deve scuoterci, farci sentire il dovere di riscoprire il valore della vita, testimoniarlo attraverso atti concreti, decidendo di combattere battaglie scomode ma fondamentali per il futuro della nostra Europa. Come quella capace di dire che la vita umana ha valore sempre: i migranti che muoiono in mare ci feriscono, dobbiamo sentire l’umanità che ci lega. Perché il diritto alla sepoltura, il diritto al nome e al cognome sono diritti umani fondamentali, ciò che definisce il nostro essere civiltà umana.

Dunque non possiamo essere indifferenti rispetto a centinaia, ormai migliaia di corpi che si decompongono sulle nostre coste, nei fondali dei nostri mari, come scarti, materiale che si decompone e si confonde con le piante, la sabbia, la terra. Dobbiamo avere il coraggio di dire, oggi, proprio oggi, in questo tempo durissimo, che quelle persone in mare sono nostri fratelli e nostre sorelle, appartengono alla dignità del genere umano, che è formato da persone uniche e irripetibili ed è a sua volta unico e indivisibile.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che ci sta molto a cuore una buona politica per l’immigrazione e che a essa vogliamo dedicare il posto che merita per il bene del nostro Paese. L’esperienza insegna che una buona ed efficace politica dell’immigrazione deve basarsi sul rendere convenienti e praticabili i canali regolari dell’immigrazione, che consentano e facilitino l’ingresso per lavoro di cui ha tanto bisogno la nostra economia. Dobbiamo costruire politiche che consentano ai nostri figli di avere i figli che desiderano, di fronte al grave inverno demografico di cui ci hanno riparlato i recenti, eloquenti dati dell’Istat. Ma, nel frattempo, e come parte dello stesso progetto, dobbiamo dire ad alta voce a tutti gli italiani che, senza di loro, senza i tanto disprezzati immigrati, non reggerebbero né l’economia né la vita delle famiglie: la cura dei nostri carissimi anziani, i nostri padri, le nostre madri, cui dobbiamo tantissimo e a cui vogliamo garantire benessere e cura. Non può bastare «l’anello forte della solidarietà femminile»: le figlie, le nonne, le madri.

Degli immigrati abbiamo bisogno per una società più aperta, competitiva, sicura e solidale. E allora dobbiamo imparare a vivere insieme, a costruire convivenza, attraverso il reciproco riconoscimento e la condivisione del bene comune. Per questo gli immigrati non possono essere considerati solo forza lavoro, ma persone dotate di diritti e doveri. Il nostro Paese ha costruito, nei decenni trascorsi — negli anni ’80, ’90 e 2000 — esperienze importanti di convivenza e i temi del dibattito pubblico erano appunto i diritti e i doveri degli immigrati, la costruzione di una cittadinanza plurale. In questi anni, con il centrodestra al governo, abbiamo vissuto un pesante arretramento delle politiche e anche un arretramento del dibattito pubblico, per cui i migranti sono rappresentati solo come coloro che rubano e delinquono, proponendo un’idea di società basata sull’esaltazione del colore della pelle e dell’identità nazionale. Anche se i fatti concreti li smentiscono, perché sono obbligati dalle necessità dell’economia e del mercato del lavoro a varare decreti per consistenti ingressi regolari per lavoro.

È dunque importante che il tema dell’immigrazione e la costruzione della società della convivenza siano al centro del programma del centrosinistra e che il PD valorizzi le importanti proposte avanzate nel corso di questa legislatura con il lavoro prezioso del Forum Immigrazione.

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