Crisi, capitale e democrazia: la sfida mancata della sinistra europea
Dalla richiesta di aiuti di Stato di Emanuele Orsini alle contraddizioni del capitalismo tecnologico di Peter Thiel, passando per il tentativo di rilancio progressista di Elly Schlein: perché l’assenza di un’alternativa credibile ha favorito l’ascesa della destra e un nuovo blocco di potere globale vicino a Donald Trump.

ANSA
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, di fronte agli effetti devastanti della guerra sulla bolletta energetica chiede misure adeguate del governo nazionale e dell’Ue per evitare che l’economia possa collassare. Viene confermata una vecchia verità: quando le cose vanno male i capitalisti invocano aiuti di stato, la sospensione dei vincoli europei di bilancio e quant’altro, quando si mettono bene reclamano la deregulation.
Si dà per scontato che le compatibilità economiche e la stretta fiscale debbano valere solo per i salari e per le politiche sociali. Avere assecondato acriticamente, negli ultimi decenni, questa asimmetria di trattamento tra lavoro e impresa con un’azione di governo pro-impresa, totalmente sbilanciata a favore del business e del profitto, spiega bene le ragioni dell’arretramento della sinistra nelle ultime elezioni politiche e l’avanzata della destra populista e nazionalista. È venuta a mancare la contrapposizione politica al predominio del capitale e all’ideologia liberista, l’unica rimasta su piazza.
Negli ultimi 15 anni, in Europa, i partiti dell’area socialdemocratica hanno perso complessivamente 25 milioni di voti, mentre le formazioni di estrema destra hanno guadagnato 17 milioni di elettori. La bassa affluenza alle urne, inoltre, segnala che per larghi strati popolari la partecipazione al momento elettorale non è più considerato un momento di cambiamento. Questi dati rappresentano una sonora bocciatura dell’adesione delle socialdemocrazie al mantra liberista dei tagli al welfare state. Sono dati eloquenti che mostrano l’urgenza di discontinuità politica in Europa e in Italia, conditio sine qua non per costruire uno schieramento democratico e progressista in grado di battere la destra. La sinistra italiana e le socialdemocrazie europee non possono limitarsi a correggere gli eccessi o i fallimenti del “libero mercato”.
Diventa dunque inevitabile riannodare i fili di una discussione sul rilancio di uno schieramento democratico, progressista e socialista. Per prima cosa occorre riavvolgere il nastro che, più di trent’anni fa, ha portato i comunisti a diventare d'emblée di «sinistra…ma liberali» per poi raggiungere rapidamente la sponda dei «liberali…ma di sinistra». Non per nostalgia del passato ma per recuperare alcune categorie del pensiero critico che ci aiutino a interpretare la complessità dei nostri tempi. In questa direzione cerca di muoversi la segretaria del Pd, Elly Schlein, con le battaglie sul salario, sullo stato sociale, sulla difesa della Costituzione, incontrando però la preconcetta opposizione dei cosiddetti “riformisti” del Pd, che l’accusano di “massimalismo”. A questo punto bisogna intendersi.
I processi di regressione democratica non hanno forse un legame col fatto che le problematiche del lavoro, della domanda abitativa, della salute, dell’istruzione, della mobilità e, in generale, dei bisogni e delle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, da grandi questioni sociali siano retrocesse a questioni attinenti alla sfera individuale, abbandonandole in sostanza ai giochi di mercato? Sarebbe strano, per dirla tutta, che una sinistra autoreferenziale, convertitasi alla favola che il capitalismo offre maggiori garanzie sul piano della democrazia e della libertà, favorevole ad abbassare le imposte sui profitti d’impresa, senza un progetto di cambiamento credibile, ne fosse uscita politicamente ed elettoralmente indenne.
Il problema politico del Pd e delle forze progressiste è, dunque, quello di trovare un raccordo stabile con i movimenti che si battono contro i bassi salari, per una sanità pubblica ed efficiente, per il diritto allo studio, per il contrasto al cambiamento climatico, per la parità di genere, per un’accoglienza regolata, civile e umana dei migranti, per la pace. Non mancano le lotte né le idee, manca una sponda politica unitaria e credibile. Il campo democratico progressista e socialista può vincere se diventa il riferimento politico unitario dei movimenti e riesce a costruire un blocco sociale con tutti i soggetti colpiti dalle trasformazioni intervenute in questi anni.
Il pensiero, a questo proposito, corre al presidente di Palantir Technologies, Peter Thiel, e alla sua conferenza romana sull’Anticristo identificato con la democrazia, che imbriglierebbe, a suo dire, il ruolo salvifico delle nuove tecnologie. Sarebbe bene riflettere seriamente sulla parabola intellettuale e politica di molti degli ex ragazzi della Silicon Valley. Il capitalismo tecnologico, infatti, ha approfondito lo iato tra crescita e progresso, sia nel senso che la crescita non si è tradotta in una maggiore redistribuzione di reddito e in un maggiore benessere sociale, sia nel senso che le strabilianti scoperte scientifiche non sono condivise nella fase applicativa, sfuggono ad un reale controllo pubblico, hanno una gestione esclusivamente privata, stanno approfondendo le disuguaglianze sociali. L’alta marea del capitale tecnologico «non ha sollevato tutte le barche ma solo lussuosi yacht», e su questa realtà si è arenata l’iniziativa della sinistra.
I padroni delle nuove tecnologie hanno affinato la loro vocazione predatoria e hanno allargato lo spettro dello sfruttamento dalla fabbrica a tutti gli aspetti della vita umana e sociale. Stanno allargando a dismisura le file di un nuovo proletariato sottopagato, composto da rider, autisti dei furgoni della logistica, braccianti stagionali, addetti alla pulizia, vigilantes privati. Penalizzate sono anche tante figure di ceto medio impoverito per la chiusura di centinaia di migliaia di negozi sostituiti da Amazon e dalle altre piattaforme di acquisti online, oltre che da supermercati, centri commerciali, outlet. Alla desertificazione del tessuto commerciale segue quello dei servizi con la drastica riduzione degli sportelli bancari, delle agenzie di viaggi, delle edicole e quant’altro. L’intelligenza artificiale (IA) sta già provocando un’altra ondata di disoccupazione intellettuale e di declassamento sociale.
Dalla scoperta dei primi strumenti rudimentali e della ruota non si era mai verificata una tale dissociazione tra tecno-scienza e progresso umano e civile. Il fatto è che le nuove tecnologie sono nella disponibilità di pochi signori, sono “proprietà privata” e la loro gestione è mirata al conseguimento del massimo profitto. Ma se le piattaforme digitali e l’IA, com’è evidente, sono tecnologie di “interesse generale”, con grandi implicazioni sul lavoro e sulla vita di ognuno di noi, è possibile che siano affidate (e per di più esentasse) a privati cittadini, i quali, attraverso sofisticati algoritmi, esercitano un potere senza limiti? Lo sperimentiamo con la manipolazione dell’informazione, con i sistemi di sorveglianza, con il ruolo micidiale che giocano nei teatri di guerra, a partire dal genocidio di Gaza. Internet e IA si configurano, ormai, più come il “Grande Fratello” orwelliano che come una rete globale libera e priva di un centro di comando. Invece di porsi al servizio di una visione multipolare del mondo - e, quindi, aiutare la cooperazione internazionale, la coesistenza pacifica e la convivenza civile - operano in base ad una visione gerarchica delle relazioni, che prevede un centro di comando unico, collocato saldamente negli Stati Uniti.
Alla luce di queste considerazioni, diventa “strategica” la battaglia per la regolamentazione e il controllo delle nuove tecnologie, a partire da quelle che hanno una valenza pubblica e generale. Chi concentra nelle proprie mani una ricchezza e un potere smisurati, maggiore di quello di molti stati, diventa allergico al diritto, vive come un impaccio le regole della democrazia, è facile preda del delirio di onnipotenza. Il patto tra Trump e i padroni del web e dell’IA indica la direzione di marcia di un nuovo blocco di potere insofferente alle regole, che punta a delegittimare e a disfarsi delle istituzioni nazionali e internazionali, che aspira al dominio assoluto. È fantapolitica o dobbiamo preoccuparci?