Valditara e la scuola della Destra: identità contro critica

Tra riforme, identità nazionale e critica al pensiero progressista, si apre uno scontro sul ruolo democratico dell’istruzione pubblica.

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ANSA

Valditara vuole distruggere la nostra scuola, quella che hanno voluto le madri e i padri Costituenti, che ha difeso la nostra democrazia, che ha creato donne e uomini di grande levatura e ha permesso al nostro paese di avere lustro nel mondo. Le sue riforme non sono soltanto un attacco alla scuola, ma alla nostra democrazia, quella democrazia che è nata dalla esperienza devastante del fascismo e del secondo conflitto mondiale e che ha fatto della Costituzione una sua arma di difesa.

Esse mirano a piegare la cultura a una logica di potere e a farne uno strumento di propaganda lontano da quegli obiettivi che sono propri di un progetto educativo. Le riforme della scuola non possono essere imposte. Devono emergere da un confronto, da un coinvolgimento di tutto il personale educativo, degli studenti e di quanti operano nel mondo della scuola e nelle Università. Devono partire dalle esigenze reali di chi lavora in questi luoghi del sapere e ne conosce i meccanismi e le finalità, dalle richieste formative degli allievi, che non sono determinate dalla esclusiva esigenza di competenze professionali, ma mirano alla formazione dell’essere nella sua totalità.

Lo richiedono la rapida evoluzione di una società in continua trasformazione e il ruolo che il cittadino è chiamato a svolgere come parte attiva della storia. Una risposta valida è offerta dalla scuola ma da una scuola che abbia come fine quello di costruire l’uomo, farne un essere pensante, formare il senso critico.

Le riforme di Valditara non vanno in questa direzione. Esse rappresentano il ritorno a un’istruzione obsoleta, incapace di dare una formazione adeguata e di preparare gli studenti alle sfide del futuro. Necessita altro.

Ma non si può chiedere di più a un ministro che rappresenta la Destra più conservatrice, formato sui principi di un sistema autocratico, erede e sostenitore di una scuola ideologizzata, piegata a logiche economiche e di partito e che tenga in conto più una preparazione professionale che quella umana, un appiattimento delle coscienze sulle logiche del potere piuttosto che la creazione di un libero giudizio. D’altra parte è nella tradizione della Destra soffocare una cultura che educhi a uno spirito critico.

La critica può essere un ostacolo al potere, soprattutto se questo è autoritario, è sempre nemica di un governo che non voglia governare ma comandare, è l’espressione della libertà. Può dar luogo a contestazioni, a sollevazioni, a ribellioni, ad azioni collettive sgradite a una destra al potere, atti visti come moti destabilizzanti, sedizioni pericolose e perciò fenomeni da impedire o colpire con interventi energici, con misure severe.

L’azione educativa per questa destra al governo deve essere inquadrata in un progetto che miri al controllo del cittadino, che lo comprima in un sistema succubo del potere, in cui ognuno debba rispondere a un ruolo ben preciso, quello voluto dall’alto, da cui non è concesso deviare.

Un intervento che trasforma l’autorità in autoritarismo, che sostituisce al momento educativo la coercizione e al rispetto delle libertà individuali l’imposizione gerarchica di ordini. Nulla di più lontano dalla democrazia, nulla di più vicino a quei sistemi che hanno caratterizzato il ventennio fascista e che si vogliono riproporre in forme apparentemente edulcorate ma che rispondono alla politica e alla stessa funzione oppressiva.

Come può essere interpretato lo strumento della “umiliazione” proposto da Valditara se non attraverso questa logica? Perché umiliare un alunno, ferirlo nella sua dignità, nella sua autostima, perché sottoporlo a una mortificazione e provocare in lui frustrazione? L’azione educativa non può usare tale mezzo.

Deve far leva sull’amor proprio e mettere in moto quella capacità di autocritica per un ripensamento e un ravvedimento e porsi come momento di dialogo e di confronto in cui l’educatore, pur conservando la sua autorevolezza, si mostri disponibile ad ascoltare per capire le motivazioni dei comportamenti e poter quindi intervenire.

La Scuola deve essere inclusiva, non discriminatoria. E questo vale anche sul piano del sapere. Il suo compito è quello di abbattere tutte quelle barriere che emarginano i più deboli, quelli che sono definiti diversi, escludendoli dal contesto culturale e di offrire a tutti le stesse possibilità, un diritto questo sancito dalla Costituzione che si basa sui principi della uguaglianza e della libertà.

Aprire le menti alla comprensione del mondo, non un mondo chiuso da barriere e limitato nei suoi confini, ma un mondo aperto in cui l’umanità viva in simbiosi, in un interscambio culturale che ha permesso lo sviluppo e il progresso.

Per Valditara, al contrario, il ruolo della scuola è quello di inquadrare i futuri cittadini all’interno del sistema, educarli al concetto di nazione, suscitare l’orgoglio etnico, creare una patriottica identità contro un nemico esterno che ne annullerebbe i valori. Inventarsi un “nemico” è proprio della Destra. Fa parte della sua politica generare paure, diffidenza verso il diverso, per poi speculare su di esse. La vecchia retorica nazionalista utilizzata per confondere le menti e appiattirle con una facile azione di omologazione. È proprio della Destra creare ostilità se non addirittura odio per chi non la pensi allo stesso modo, per l’avversario politico.

In questa ottica egli vuole dare alle discipline un’impronta e un taglio che privilegino la nostra cultura, la nostra storia, senza offrire a queste una visione universalistica, e vuole ridurre o non dare spazio a quelle discipline e proposte educative che stimolano la critica e aprono la mente alla ricerca e al confronto. Una concezione chiusa che mira a trasformare la scuola in un organismo di propaganda utile per costruire consensi e a imporre un’egemonia culturale conforme ai dettami della Destra.

Gli intenti rimangono quelli di rivedere i programmi scolastici costruiti attorno a concetto della “identità italiana” definita da “una nuova storia”, di escludere quei contenuti, quegli autori, quei pensatori che non rispondano alle concezioni di una Destra nazionalista e autoritaria.

Eliminare Carl Marx e Spinoza dal programma di filosofia risponde a un progetto ben preciso, come i Promessi Sposi nella seconda classe del biennio, o introdurre lo studio del libro Cuore di De Amicis perché in esso sono contenuti i valori della Patria e della italianità. Ritorna il principio della purezza della razza contrabbandata come difesa di una identità. Appare evidente che Valditara persegue un progetto che pone al centro l’obiettivo di rifondare la struttura scolastica secondo parametri di irrigidimento della disciplina e di una revisione dei contenuti formativi.

Un progetto che si muove nella stessa logica perseguita, circa venti anni fa, dal capogruppo di Alleanza Nazionale al Consiglio regionale del Lazio, che aveva chiesto al presidente della regione, Storace, di istituire una commissione di esperti per individuare “carenze” e “ricostruzioni arbitrarie” arrivando a proporre la produzione di nuovi libri i cui testi fossero più consoni alla cultura della Destra.

Il ministro applica le stesse modalità quando alla fine di giugno 2025 chiede di modificare alcuni passaggi del manuale Trame del Tempo in cui si afferma che FdI è l’erede del MSI e AN. Fatti che rivelano la volontà della Destra di imporre delle regole, la sua insofferenza verso la libertà di scelta dei testi scolastici e, ancora più grave, il tentativo di un Ministro della Repubblica di intimidire e imporre correzioni ad autori ed editori.

Un’operazione tanto più pericolosa in quanto la scuola opera su una realtà umana in fase di crescita e maturazione culturale in cui si ha bisogno di punti di riferimento e di modelli sui quali costruire la propria identità. Valditara interviene là dove i risultati possono essere assicurati per la permeabilità e la fragilità delle menti, nella scuola, nell’istruzione scolastica, con l’obiettivo di creare una cultura di destra e gettare le basi per una egemonia culturale.

Non sono da sottovalutare i suoi richiami e i provvedimenti punitivi nei confronti di alcuni insegnanti e alcuni Istituti per delle iniziative culturali concordate con gli alunni e nel collegio dei docenti non conformi al suo pensiero, né i suoi attacchi contro i movimenti e la cultura sessantottina, a cui imputa le cause della caduta del prestigio della scuola e lo scadimento della classe docente, un giudizio condiviso dalla Presidente del Consiglio e da tutti gli esponenti della Destra. Significativo il suo giudizio espresso sullo sciopero del 7 maggio promosso dai sindacati contro la riforma degli istituti tecnici e professionali. Non è un caso che Valditara ritenga che sia stato usato dai manifestanti «un linguaggio di 60 anni fa, da vetero comunismo, fuori dalla storia».

Ma è lui fuori dalla Storia. Il suo pensiero è negazione della Storia, come pure il mancato riconoscimento e valore di quegli eventi che hanno provocato una rivoluzione culturale e del costume e hanno segnato la nascita di una nuova generazione. Anche la demolizione della scuola pubblica fa parte di questo disegno. Il privato si piega più facilmente al dettame del potere in quanto ne ricava degli utili ed è una fonte di consensi. L’aumento dei fondi elargiti alle scuole e alle università private, il bonus dato a chi si iscriva a una scuola privata, il taglio dei fondi alla scuola pubblica sono tutti provvedimenti che vanno in un’unica direzione. Favorire il privato è proprio della politica della destra.

Anche le riforme degli Istituti tecnici hanno come scopo quello di agevolare le imprese. Esse ridefiniscono indirizzi, articolazioni, quadri orari e percorsi di studio allo scopo di rendere il curricolo più aderente al tessuto produttivo del territorio e di adeguarsi costantemente alle esigenze dei diversi settori. In tal modo si subordina l’istruzione tecnica all’interesse dell’impresa, compromettendo il suo ruolo formativo generale.

Modificando i quadri orari delle discipline, superando la logica del biennio comune e riducendo drasticamente le ore delle discipline fondamentali, quelle più formative sul piano culturale, e aumentando le ore di alternanza scuola lavoro, la riforma impoverirà la formazione delle allieve e degli allievi, ridurrà la possibilità di passaggio tra indirizzi diversi e indebolirà il valore legale del titolo di studio. A questo si aggiunga la notevole contrazione delle cattedre con la conseguente espulsione dalla scuola di insegnanti e operatori scolastici.

Molto grave di questa riforma è che con la legge delega si prevede che già gli iscritti nell’anno 2026/27 per acquisire un titolo di studio direttamente spendibile nel mondo del lavoro dovranno integrare il percorso con altri 2 anni di formazione presso gli ITS, ossia delle fondazioni di privati, a cui lo Stato ha delegato il compito di preparare i ragazzi al lavoro in aziende del territorio. Un provvedimento che intende favorire Confindustria, in quanto i costi della formazione vengono scaricati sui contribuenti e sulle famiglie dei ragazzi, e che viene a ledere il diritto allo studio.

Un drastico intervento si ha anche per altri ordini e gradi di scuola. La riprova è nel documento del Ministro “Indicazioni nazionali”, linee guida che orientano l’insegnamento scolastico, approvato con decreto nel dicembre 2025 e in vigore per l’anno scolastico 2026-2027, che sono tutte orientate a ripristinare le radici culturali europee, l’identità italiana, la cultura classica, il latino e la grammatica. Non ci sarebbe nulla da obiettare se non fosse per il fatto che è l’impostazione quella da contestare. L’impostazione è quella di una scuola tradizionalista e nazionalista, orientata a una revisione della storia, a una educazione civica e cultura del rispetto, che vanno in un’unica direzione, che è quella di esaltare le tradizioni del mondo occidentale cristiano come fossero l’unico esclusivo punto di riferimento per la costruzione di una sana società.

Una dottrina che può anche essere sintetizzata nel motto Dio, Patria e famiglia, lo slogan divenuto onnipresente durante il ventennio fascista e ripreso come vessillo da esponenti politici conservatori di destra per sintetizzare la difesa della tradizione, dell’identità nazionale e della famiglia naturale.

L’intento di questa operazione politica prevede un rigido controllo da parte del potere, mira a trasformare la scuola in un organismo di propaganda utile per costruire consensi e a imporre un’egemonia culturale conforme ai suoi dettami. Siamo in presenza di una Destra pericolosa che deve essere combattuta con fermezza. È necessario e impellente fermare il tentativo di Valditara di stravolgere i principi su cui si basa la nostra democrazia, di operare una sostituzione culturale.

La cultura della destra, quella che il ministro vorrebbe imporre, non può farsi interprete delle grandi trasformazioni sociali avvenute dal dopoguerra ad oggi, di tutto quel patrimonio di valori nati dall’antifascismo. Egli vorrebbe combattere quella che viene definita egemonia culturale della sinistra.

Ammesso che questa sia esistita ed esista, essa non può essere demolita in quanto rappresenta le grandi conquiste ottenute dalla lotta al Fascismo ed è un baluardo della nostra Costituzione.

È nata dal sacrificio di quelle donne e uomini che hanno combattuto per la libertà e hanno creduto in una società più giusta e nella quale fossero garantiti i diritti. Difendere e salvaguardare una cultura democratica è un obiettivo che può e deve essere raggiunto. Ma non basta la sola volontà. È necessario che essa sia accompagnata da un forte impegno politico, da una battaglia che non deve rimanere chiusa nelle aule parlamentari, ma che alimenti le piazze, che coinvolga tutto il popolo e, soprattutto, il mondo della scuola. Perché in primo luogo è questa che va salvaguardata.

Il suo ruolo è determinante per la crescita morale, sociale e politica delle nuove generazioni a cui va delegata la salvaguardia della nostra democrazia. Per queste ragioni non è pensabile rinviare un’azione rivolta a contrastare tali politiche. Si presenta come impellente la necessità di impedire che i valori di una istruzione sanciti dalla Costituzione (artt. 33-34) siano stravolti, modificati, cancellati.

È necessario che le forze progressiste e democratiche conducano in modo più intenso una ferma opposizione e siano promotrici in tempi brevi di un progetto alternativo, definito con un confronto serrato con i cittadini, per ridare all’istruzione quel ruolo che le compete nella formazione delle nuove generazioni nel rispetto della Costituzione e nella prospettiva di un vero progresso

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