La scuola del righello: sulla svolta autoritaria dell’istituzione più permeante del nostro Paese.

Dalle riforme del dopoguerra alla svolta securitaria, come la destra ridisegna l’istruzione per formare obbedienza più che cittadinanza

Elettra StamboulisApprofondimenti
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ANSA

Perché quando le destre vanno al governo mettono subito mano al sistema scolastico? No, non è perché vogliono investire sull’ignoranza. Ci sono aspetti molto più ideologici e, se vogliamo, raffinati, in questa spinta compulsiva alla manomissione della scuola democratica e della pedagogia attiva. Opporsi a quella che Morin definiva «una testa ben fatta», è uno degli obiettivi più ricorrenti. E l’aspetto più preoccupante è che non ce ne accorgiamo, perché in parte siamo figli di una scuola autoritaria. Come siamo arrivati fin qui?

Quando Katharina Rutschky scrive Pedagogia nera: fonti storiche nell’educazione civile, si fa una domanda molto semplice. Come è stato possibile che in Germania, che negli anni’20 e ‘30 era considerata il cuore della migliore cultura europea e forse mondiale, sia nato, e soprattutto si sia radicato senza troppi intoppi, il nazionalsocialismo? Non è una domanda banale. E non vale la tesi ad esempio economicista del ricatto finanziario derivante dalla crisi del ‘29 a rispondere. Certo, la crisi economica facilita certi processi, stimola la ricerca dell’uomo forte, acerba gli animi, ma non spiega la reazione del silenzio e della socializzazione del fenomeno nazionalsocialista e del suo pensiero.

La Rutschky nel 1977 introduce questa definizione, “pedagogia nera”, che diventerà poi diffuso da Alice Miller, per descrivere tutte quelle pratiche in ambito educativo e pedagogico che in tedesco sono racchiuse nel termine Erziehung: con questa definizione vuole indicare tutte quelle pratiche con cui si crescono i bambini che li portano a diventare soggetti traumatizzati, educati alla sottomissione e all’obbedienza. Sono considerati soggetti da raddrizzare, portati al capriccio, che crescono se continuamente criticati e che grazie al confronto anche umiliante con gli altri possono redimersi. Rutschky setaccia gli scritti, i manuali per maestri, il discorso pubblico dalla fine del ‘700 agli anni ‘30 del novecento. Ne viene fuori un paesaggio che costituisce la premessa naturale e il terreno fertile per l’ascesa del nazismo. La pedagogia nera prepara questa attitudine alla accettazione cieca della violenza e si basa su una sottile catena di violenze, non sempre e non solo fisiche. In Italia?

Nel nostro Paese ad inizio Novecento si sperimentano le prime scuole montessoriane e cresce un movimento trasversale in Europa, dalla Spagna repubblicana alla Francia democratica, che mette al centro l’educazione attiva. Maria Montessori pensa che educare alla pace sia l’obiettivo prioritario dell’atto educativo, obiettivo che non si può ottenere «predicando la pace», ma agendo e rendendo il soggetto responsabile e consapevole delle proprie scelte. Il Fascismo ovviamente interrompe questo movimento nel belpaese e Montessori prende la via dell’esilio.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale nel tentativo di ricostruire non solo le mura, ma l’etica dell’Italia devastata dal ventennio, la riforma della scuola fu inizialmente pensata da Carleton Wolsey Washburne, un educatore americano fortemente influenzato dalla visione progressista di Dewey: attenzione forte all’educazione affettiva, alla salute mentale e fisica, allo sviluppo delle caratteristiche personali degli alunni. Concetto cardine dell’impostazione era imparare ad identificare il proprio benessere con quello della comunità, aveva abolito tutti i contenuti nazionalisti e razzisti perché la finalità dell’educazione era coltivare sentimenti di umana fraternità tra popoli. Uno degli aspetti peculiari della riforma del pedagogista americano fu anche l’abolizione del voto di condotta, che fu reintrodotto nel 1955 da Ermini, il ministro democristiano che rivide i programmi della scuola elementare in modo radicale, riportando la scuola italiana in un quadro più centralistico, prescrittivo, vicino alla cosiddetta tradizione cattolica. C’erano in questi programmi larghi spunti provenienti dall’attivismo pedagogico e di certo l’Italia del dopoguerra si formò su di essi, visto che sono stati in vigore fino al 1985. Una delle ragioni per cui Ermini mise mano alla riforma Washburne, era che risultava lontana dalla esperienza e dalla formazione degli insegnanti italiani, che erano cresciuti nella visione elitaria, classista e centralista gentiliana. Insomma, una grande opportunità fu polverizzata perché gli insegnanti italiani venivano considerati incapaci di cambiare, un po’ come sono stati considerate incapaci le famiglie di comprendere la riforma sulla valutazione della primaria dal governo Meloni.

La pedagogia nera, che muove da una visione meritocratica, gerarchica e che fonda la sua pratica sulla mortificazione e sul premio dell’adulto, permette di preparare continuità e omogeneità per un Paese con tradizione totalitaria così, quando la destra (uso questo termine in modo molto ampio) prende il potere si concentra sullo smontaggio degli aspetti che mettono a rischio la crescita di soggetti naturalmente democratici.

La paura del soggetto come promotore del proprio sapere, dell’educazione nella responsabilità dell’individuo e dell’approccio sperimentale alla pedagogia è fortissima in chi promuove ordine e disciplina come finalità prioritaria. La scuola italiana, che negli anni ‘70 e ‘80 esprime nuovamente il meglio della propria evoluzione, introducendo elementi specifici come il concetto di inclusione e di personalizzazione, introduce gli organi collegiali, sperimenta nuove forme di crescita in una stagione di straordinaria realizzazione di esperienze importanti, diventa così nuovamente il campo minato della svolta autoritaria nel nuovo millennio.

Gli anni ‘90 sono intervenuti con riforme che hanno teso da un lato a rendere fortemente procedurale il lavoro educativo, dall’altro hanno spinto verso l’autonomia progettuale degli istituti, senza però entrare nel merito della riflessione pedagogica. O meglio, i testi normativi andavano in una direzione, ma le pratiche e le procedure si indirizzavano ad un’altra. Anche la legge 148/1990 che istituiva il modulo e aboliva la figura del maestro unico, a firma dell’odierno presidente della Repubblica, fu sicuramente un passo importante, ma non portò a frutto decenni di esperienze pedagogiche avanzate se non nella riorganizzazione e nella ripartizione dei saperi. Sono anni in cui si rivedono piani orari, si aggiungono o tolgono indirizzi e materie, si costruisce una pluralità di curricoli, ma su come si sta insieme a scuola non c’è una vera elaborazione.

Il Testo unico 297/1994 di fatto mette ordine e dispone quanto il dibattito pubblico, la stagione della scuola come luogo in cui avviene il cambiamento sociale e da cui si promuove il cambiamento. La legge Bassanini introduce l’autonomia scolastica che trasferisce in modo imperfetto una miriade di responsabilità al dirigente scolastico. Tuttavia il concetto di comunità educante che si fa carico del progetto educativo intrapreso è seminato.

Il secolo breve si chiude con la riforma Berlinguer che rimane sospesa: un progetto che codificava il meglio di quanto sperimentato e osservato fino ad allora. Una riforma mai entrata in vigore, se non per alcuni spunti e in modo disarticolato. La riforma Gelmini nel 2008, il cui relatore era l’odierno ministro Valditara. causa 10 miliardi di tagli al bilancio di scuola e università, di cui 8,5 miliardi solo all’istruzione e il resto all’università. La ricetta? Ritorno del maestro unico, visione ragionieristica dell’educazione, ma soprattutto discorso ideologico sulla scuola. Il taglio più sanguinoso non è alle risorse, ma è alla visione di scuola: «Se nel nuovo secolo applichiamo gli schemi del secolo precedente la scuola andrà a rotoli» diceva alla radio la ministra Gelmini nel 2008. Di quali aspetti si parlava? Il sindacato, che «tiene in ostaggio docenti», la «divisione tra scuola pubblica e privata» che è un retaggio del passato, il ‘68 colpevole di tutti i mali dell’Italia, il merito. Forse le posizioni dell’ex ministra sono state sottovalutate e non si è compreso che il suo armamentario ideologico era il bignami di quanto si stava preparando per la scuola italiana.

La riforma della Buona scuola, che trovò uno stratagemma veramente pericoloso per non essere emendata, ovvero una legge scritta come un unico articolo in modo che non ci potessero essere interventi che ne scardinassero la stesura, fu infatti quasi applaudita da Gelmini, che trovò finalmente qualcuno a sinistra che le dava ragione, non tanto nei tagli, ma negli aspetti più prettamente di principio, tra cui il merito. Poi arriviamo alla svolta del governo Meloni che ha messo a sistema e riordinato pezzo per pezzo tutto quanto poteva essere sfuggito o realizzato per promuovere un sistema abbastanza democratico e inclusivo di scuola.

La corazzata parte direttamente a novembre del 2022, con il primo decreto legge che mostra l’intento “rivoluzionario” di questo governo: il Ministero dell’Istruzione diventa per la prima volta dopo il 1946, Ministero dell’Istruzione e del Merito. Si tratta di una scelta programmatica: l’uscita del nuovo logo MIM con la scelta molto contestata di avvalersi di un logo temporaneo che echeggiava i fasci littori e anche il simbolo di Fratelli d’Italia. L’occhio vuole la sua parte nella propaganda. Alla fine il logo è rimasto lo stesso, ma intanto è stato mandato un messaggio visivo.

Il concetto di merito segue una linea chiara da Giuseppe Prezzolini che lo vedeva come argine alla democrazia (e aveva ragione!), e arriva a Diego Fusaro che lo considera l’antidoto ai parassiti, confondendo l’emancipazione sociale con questa visione elitaria e passatista. Roger Abravanel con il suo Meritocrazia ha dato la necessaria sistematizzazione a questo compatto pensiero ultraconservatore e autoritario. Questa nuova denominazione del ministero sintetizza la portata della controriforma. Nel diario della pedagogia nera c’è un tema ossessivo: la sicurezza, la disciplina, come cantava De Andrè. Il divieto di uso degli Smartphone è del luglio 2023, il Decreto-Legge 105/2023, consente l’uso di metal detector nelle scuole. «Al fine di prevenire fenomeni di violenza e di criminalità all'interno degli istituti scolastici, i dirigenti delle istituzioni scolastiche possono disporre l'installazione di rilevatori di metallo all'ingresso delle stesse, nonché l'utilizzo di sistemi di videosorveglianza». Di fatto però praticamente nessuno ha proceduto ad attivare questa possibilità, ed è per questo che ad ogni episodio c’è questa esacerbazione e questo tentativo di far sì che le scuole si conformino a questi sistemi cosiddetti di prevenzione, ma che sono appunto sistemi pedagogici che portano gli alunni a trasformarsi sempre più in oggetti controllati, non in soggetti responsabili. Risulta curioso che dopo il tragico episodio costato la vita ad uno studente a La Spezia nel 2026, la frase del ministro sui metal detector è stata trattata come qualcosa di futuribile, invece era già stata disposta da tre anni.

Sulle Nuove Indicazioni Nazionali per la Scuola dell'Infanzia e Primo Ciclo hanno scritto in molti e persino gli organi tecnici hanno rimandato al mittente per ben due volte il testo, eppure bisogna prendere il primo testo per capire l’intento reale e l’altissimo rischio di deriva autoritaria che rappresenta questo documento. Scritto in tempi record, non è stato in alcun modo arricchito con i contributi di soggetti che non fossero membri del comitato nominati direttamente dal Ministero. Il documento parla un linguaggio univoco e prescrittivo, anche se la legge sull’autonomia limita l’impatto delle Indicazioni come ha compreso benissimo Ernesto Galli della Loggia, che in un’intervista del 22 luglio 2019 su La 7 disse chiaramente di ritenere l’autonomia degli istituti «una delle cause della rovina della scuola».

L’orizzonte valoriale è quello più importante e quello più critico: etnocentrismo senza mondialità, la storia risulta tutta circoscritta nello spazio stretto del cosiddetto Occidente che solo conosce la Storia. La Storia della primaria insiste sul Risorgimento, ma poi salta alla Costituzione, come se non fosse nata dall’antifascismo. Ritorna la distinzione noi e loro, gli studenti stranieri e quindi estranei, evita tutta l’esperienza e la riflessione sull’intercultura. Il maestro non è il bambino, come scriveva Montessori, ma il maestro in cattedra (ovviamente al maschile) che è magis, è di più e che in qualche straordinario modo modella la voglia di imparare. L’agenda 2030 da elemento cruciale e trasversale diventa una nota a piè pagina (d’altro canto la crisi climatica è un’invenzione…). Tutte le linee di indirizzo dell’Unesco e sottoscritte dall’Italia nel 2024 sono disattese.

A dicembre 2024 ritorna il tema della sicurezza: lo smantellamento si concentra sul voto di condotta, che reintrodotto da Ermini, non condizionava la promozione fino alla ministra Gelmini che aveva dato un ruolo essenziale a questo voto così pregno di elementi discrezionali. Chi ha lavorato in una scuola secondaria sa che su questo voto ci si può scannare per ore, visto che ciascun docente ha la sua particolare valutazione della condotta, essendo una osservazione che ricade in ampia parte su elementi valoriali. Il decreto attuativo della Buona Scuola aveva invece ricondotto questa valutazione ad un approccio più generale dello studente e sulle sue potenzialità di recupero. Valditara in piena continuità con Gelmini inasprisce questo strumento peculiare e lo rende indipendente da tutte le altre materie oggetto di osservazione. Oltre a precludere il successo scolastico da solo, determina la valutazione anche delle discipline in modo irragionevole: se il voto di condotta è minore di 8, a prescindere dalla valutazione complessiva delle singole materie, si perdono fino a tre punti di credito nel conteggio del voto di accesso alla maturità. Un voto tra 6 e 7 porta ad essere “promossi con riserva” togliendo il valore di sufficienza insito nel numero 6. Per dirla in soldoni, non conta se sai veramente la Matematica, ma quanto sei stato apprezzato dai docenti, quanto ti sei mostrato obbediente. Tutto il processo valutativo, già pieno di ambiguità e contraddizioni, diventa in questo modo una specie di tribunale della condotta.

Ci sono poi le multe per le famiglie di studenti che offendono o aggrediscono docenti, così anche loro imparano. Aggiungiamo l’abolizione dei livelli descrittivi per la primaria, peraltro in corso d’opera, che ha portato alla soluzione surreale di pagelle che nel primo quadrimestre riportavano un sistema di valutazione e al termine dell’anno un altro sistema. Tutte queste misure non sono servite a cambiare nulla, se non, in piena sinergia con quelle del Ministero dell’Interno, a riempire i carceri minorili all’inverosimile come segnalato più volte da Antigone. Così, dopo l’accoltellamento di una docente in provincia di Bergamo, il ministro ha deciso di promuovere un nuovo decreto sicurezza con il Daspo urbano dai 14 anni e l’ammonimento dai 12 anni, introdurre norme severe contro criminalità giovanile e la ripetizione di iniziative peraltro già in atto da anni come il servizio di supporto psicologico interno alle scuole, che non si sa con quali fondi però lo debbano pagare.
Si potrebbe continuare: è chiaro che l’operato del ministero insiste su alcune parole chiave e su scelte molto definite, che mirano a rendere la scuola italiana un luogo di controllo dei corpi dei minori, che vanno raddrizzati. Il righello dei tagli è parallelo a quello usato sulle mani di docenti riottosi al nuovo ordine, dirigenti che si ostinano a non conformarsi al non detto autoritario e in generale a chi presenta un’idea veramente tradizionale, nel senso della migliore tradizione italiana, di scuola.

Perché nella scuola autoritaria tutto sommato basta soltanto il righello: la pedagogia nera come un ‘metodo educativo’ perché al centro del processo evolutivo non ci sono i bisogni e le inclinazioni del bambino, ma i bisogni e le frustrazioni dell’adulto.