Tra guerra e disuguaglianze: alla ricerca di una risposta socialdemocratica

Dalla normalizzazione del conflitto al bisogno di una nuova risposta socialdemocratica: ricostruire pace, giustizia sociale e cooperazione internazionale

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Archivio Rinascita

Intorno a noi tutto è caos, è guerra. Come se tristemente ci fossimo abituati o ci avessero abituati, da anni a questa parte, a normalizzare il conflitto aperto, la guerra alle nostre porte, le conseguenze nefaste in termini economici, sociali e, se qualcuno l’avesse dimenticato, ambientali.

Il rischio recessione è imminente e, per scellerate decisioni assunte unilateralmente da alcuni governi in deriva sempre più autoritaria, i costi indiretti della guerra, sotto la forma del rincaro energetico da cui siamo dipendenti, li sconteranno cittadini, famiglie, imprese. Il mondo è in subbuglio perché non esiste la funzione rassicurante della diplomazia, il rispetto delle forme democratiche, la tutela dei diritti umani garantita per mezzo del diritto internazionale. Assistiamo spettatori impotenti, e il livello dello scontro sembra alzarsi sempre più.

Cosa accade quando il dialogo politico cessa di esistere? Quando i toni della comunicazione politica non rispettano più alcun limite di decenza? Quando la politica peggiore si riappropria di uno dei suoi etimi originari: polemos, guerra?

Non basta dichiararsi contrari a ciò a cui si assiste. Bisogna agire per evitare che la spirale dell’aggressività si attorcigli su se stessa. Bisogna proporre un’alternativa e poggiare le prime pietre per la sua costruzione. Un’alternativa ai tempi bui che viviamo esiste e la strada per costruirla è quella della pace. Nazionalismi e sovranismi diventano per loro natura intransigenti verso l’altro perché utilizzano la logica dell’interesse nazionale per giustificare il proprio predominio. Questo avviene a livello economico ma la storia più recente ci insegna che non è difficile trovare un casus belli. L’auspicio è che i paesi democratici riabilitino il valore del rispetto e della cooperazione reciproca perché le crisi che viviamo sono globali e richiedono una risposta congiunta, non posson essere ridotte a scontri tra nazioni e risolte secondo la logica di potenza.

Le destre nel mondo hanno vinto promettendo sicurezza, tutela delle identità nazionali e prosperità economica. I risultati, con tutta evidenza, non sono quelli attesi. La guerra è tornata a bussare alle nostre porte, il dialogo tra religioni è messo in difficoltà e la situazione economica è disastrosa. E chi in questi anni ha osato criticare il modo di gestire la politica estera è stato definito nemico dell’Occidente. Appare dunque opportuno chiedersi: cosa ha reso l’Occidente tale? Non è forse la comune appartenenza a società di stampo liberale, società laiche in cui i diritti civili sono garantiti, così come il pluralismo religioso, e in cui impera lo stato di diritto? Eppure, le democrazie occidentali vivono molteplici crisi interne e sono attraversate da crescenti disuguaglianze sul piano socioeconomico. La democrazia si è indebolita perché la partecipazione politica non è più sentita, e lo scotto l’hanno pagato soprattutto le forze della sinistra, che nella fase di profonda trasformazione dell’assetto sociale ed economico proprio della globalizzazione avrebbero dovuto tutelare le classi più svantaggiate ma, di fatto, hanno lasciato terreno alle destre europee e mondiali con la loro risposta di chiusura conservatrice.

I decenni degli anni 2000 sono stati intervallati da crisi. Quella finanziaria e del debito sovrano, la crisi pandemica, e oggi i fronti di guerra aperti con le conseguenti crisi geopolitiche ed energetiche. Il contesto nel quale viviamo determina l’esigenza di una risposta sul piano della politica estera e, contestualmente, sul piano della politica interna. Una risposta socialdemocratica ai grandi terremoti del nostro tempo ha tardato ad arrivare ma ora è quantomai necessaria.

Le società in cui viviamo non sono sempre eque, spesso i diritti sulla carta non sono garantiti nella sostanza, e una democrazia che accetta tali disuguaglianze sul piano socioeconomico soffre di un’endemica contraddizione, lasciando un vuoto politico che forme di democrazie illiberali o autoritarismi possono voler riempire. Per evitare tali derive e riabilitare il significato profondo dell’assetto democratico è arrivato il tempo di costruire un presente ed un futuro maggiormente equi, attraverso la riorganizzazione e il rafforzamento delle forze politiche di ispirazione socialdemocratica.

Il recupero della cultura politica socialdemocratica significa, sul piano ideale, concettualizzare la giustizia sociale e, sul piano della prassi, attuarla con le politiche adeguate; la cultura politica del progressismo deve essere pensata a livello internazionale sul solco delle ispirazioni globaliste della sinistra.

In questi giorni, a Barcellona, si svolge una grande manifestazione globale delle forze politiche progressiste, unite attorno alla consapevole esigenza di uno sforzo collettivo per la creazione di un movimento transnazionale che riunisca gli attori sociali e politici del progressismo. Attraverso il confronto tra partiti politici - caratterizzati dalle specificità nazionali ma accomunati da una simile visione di giustizia sociale, sviluppo, uguaglianza e tutela dei diritti - e il mondo associativo, sindacale e accademico è possibile giungere ad una nuova ridefinizione della cultura politica progressista, che torni a parlare alle persone con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze socioeconomiche e rafforzare le nostre democrazie. Per riabilitare la speranza verso un futuro più giusto questo è un primo passo necessario, a cui deve seguire quella che Gramsci ha chiamato prassi sociale, l’azione concreta volta al cambiamento sociale, economico e politico.

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