La banalizzazione della guerra: come cambia la semantica delle parole nel mondo del post-diritto

La guerra si normalizza nel linguaggio e nell’immaginario collettivo, mentre il diritto internazionale si indebolisce e il rischio nucleare torna pensabile.

Luca BoccoliApprofondimenti
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ANSA

Il mondo che abitiamo è bruscamente entrato in una nuova fase storica, in cui il diritto viene progressivamente e inesorabilmente smantellato per essere rimpiazzato da forme più o meno complesse di “stati naturali” hobbesiani. Non è però, questa volta, ottemperata l’ipotesi fattuale di un sovrano con cui stipulare un contratto pacificatore: ognuno è coinvolto in una lotta senza quartiere contro l’altro, simile o dissimile a noi, nella speranza di poter prevaricare e vincere sul campo, con ogni mezzo possibile, qualsivoglia partita.

Se è vero che stiamo assistendo al crollo del sistema internazionale che, con tutti i limiti e i problemi del caso, regolava le relazioni tra Stati, con Trump e Netanyahu che giocano ad essere i padroni del mondo, è altrettanto vero che fatichiamo a formulare proposte concrete per contrastare questa deriva, che rischia di segnare l’epilogo della nostra specie su questo pianeta. Si, perché quando tali atteggiamenti si associano a un mondo di relazioni internazionali diseguali e asimmetriche, nel quale potenze mondiali dispongono di ordigni atomici, non è così difficile immaginare quale possa essere l’esplosivo finale.

Stiamo preparando il funerale di quel diritto internazionale che da tempo vive in uno stato di coma vegetativo, tenuto in vita da istituzioni intergovernative incapaci di assolvere al compito di facilitatori delle controversie. Il nodo centrale è che, giorno dopo giorno,** ci stiamo abituando alla guerra, normalizzandola**. E ciò è assai pericoloso.

Questo accade perché le parole hanno un peso e sono il mezzo attraverso il quale i concetti che sviluppiamo all’interno della nostra mente vengono codificati. Se però ormai veniamo continuamente esposti allo sdoganamento, nel tempo e nello spazio, della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie, e se ne parla come di qualcosa di inevitabile o addirittura legittimo, ci abituiamo al fatto che tutto questo sia normale.

I video della Casa Bianca e dell’US Air Force che mostrano i missili sganciati sull’Iran con la musica della Macarena, o quelli dell’IDF israeliana accompagnati da altre musichette, ci fanno comprendere quale sia il piano di chi sta cercando di ridisegnare gli equilibri mondiali: farci abituare alla guerra come se fosse ineluttabile, a tratti persino desiderabile, e non più qualcosa da ripudiare.

Può sembrare un’osservazione banale ma non lo è se si guarda alla psicologia cognitiva che descrive un fenomeno noto come saturazione semantica: la ripetizione continua di una parola può indebolirne progressivamente il significato. Se un termine viene usato in modo costante e in contesti che ne alterano la carica emotiva, finisce per perdere densità. Ed è esattamente ciò che sta accadendo con la guerra: viene scorporata dal suo significato concreto e trasformata in un orizzonte linguistico neutro, quando non addirittura positivo.

Questo processo è particolarmente pericoloso in un mondo che dispone ancora di migliaia di ordigni nucleari e in cui una parte significativa di essi è mantenuta in stato di elevata allerta. La deterrenza nucleare, come sostengono molti studiosi, ha probabilmente contribuito finora a evitare uno scontro diretto tra grandi potenze. Ma se cambia il modo in cui le società percepiscono la guerra, se muta il linguaggio con cui la nominano, allora anche ciò che sembrava impensabile può tornare a essere concepibile.

La mente umana è un sistema complesso. E se cambia la percezione della realtà perché cambia il significato delle parole, non è più così insensato immaginare scenari che fino a ieri apparivano fuori da ogni possibilità.

C’è chi dirà che la violenza è sempre esistita e sempre esisterà. Ed è vero. Ma nel mondo contemporaneo cambia la scala della distruzione possibile, cambia la velocità della diffusione delle immagini, cambia la capacità di assuefazione prodotta dalla comunicazione permanente. In passato la violenza era spesso il mezzo dominante nei rapporti di potere; oggi incontra strumenti tecnologici e capacità distruttive incomparabilmente superiori.

E se a questo quadro si aggiunge l’integrazione crescente delle intelligenze artificiali nei sistemi militari, il rischio si amplifica ulteriormente. Secondo uno studio del King’s College London, che ha messo tre tra i più avanzati modelli linguistici del momento — GPT-5.2, Claude Sonnet 4 e Gemini 3 Flash — alla guida simulata di potenze nucleari in scenari di crisi internazionale, nel 95% dei casi i modelli hanno spinto l’escalation fino a minacciare il ricorso all’arma atomica. Un dato che, pur provenendo da simulazioni, impone una riflessione seria sul rapporto tra automazione, decisione e guerra.

Per questo è necessario, anzitutto, riappropriarsi del significato delle parole. Restituire peso ai nomi, sottrarli alla banalizzazione, rifiutare l’assuefazione all’idea che l’attuale disordine internazionale sia inevitabile.

Se vogliamo invertire la rotta, servono almeno quattro cose. La prima è ricostruire una coscienza collettiva critica: connettersi, unirsi, fare comunità, riaffermare la possibilità di un mondo mosso dalla cura e non dalla violenza. La seconda è restituire speranza: credere che le idee possano tradursi in pratica politica. La terza è rilanciare un orizzonte alternativo concreto, recuperando anche intuizioni come quella di Alexander Langer, che già più di trent’anni fa immaginava i corpi civili di pace come strumenti di prevenzione dei conflitti. La quarta è contrastare la banalizzazione culturale della guerra prima che diventi irreversibile.

Costruire un mondo diverso è ancora possibile. Ma è necessario mettersi in cammino subito, prima che il linguaggio si pieghi definitivamente alla narrativa bellicista.