Prima delle primarie serve un percorso condiviso: è il momento di crearlo
Dai programmi al coinvolgimento di giovani, territori e società civile: l’unità del campo progressista passa prima dalle idee che dai nomi, nel solco di Enrico Berlinguer e con nuove aperture

ANSA
Facciamo le primarie per scegliere il candidato premier, d'accordo, e che vinca il migliore: uomo o donna che sia, per me non fa differenza. Ognuno compia la sua scelta serenamente e guai a dividersi troppo nel momento in cui si tratta di partecipare insieme a una festa della democrazia e della condivisione ideale.
Il punto, dunque, è un altro: il percorso. Perché dire primarie non va bene se non si delinea prima un percorso in grado di metterle al riparo da eventuali disastri successivi, come ad esempio le possibili divisioni determinate dalla vittoria di questo o quel candidato. Urge un tavolo per il programma e siamo già in ritardo, specie se si considera che la maggioranza scricchiola e che la prospettiva di un voto anticipato non si può escludere del tutto. Riuniamoci, insomma, avviamo subito una discussione in merito e soprattutto variamo una strategia volta all'ascolto di cittadinanza e territori. Usciamo dal chiuso delle nostre stanze, per dirla ancora una volta con Majakovskij, e andiamo a cercare i ragazzi di strada (e anche le ragazze, dato che la partecipazione più significativa delle nuove generazioni ha soprattutto il loro volto).
E poi decidiamo pure una strategia e dei tempi, stando attenti a essere flessibili. Come detto, infatti, potremmo avere a disposizione un anno intero oppure sei mesi: non lo sappiamo e dobbiamo prepararci ad affrontare qualunque scenario. E vale anche per le liste elettorali: che si voti col Rosatellum o con una legge elettorale ancora più orrida, non ci deve interessare, sono politicismi sui quali è bene che si avviti e si incarti l'attuale maggioranza; noi abbiamo il dovere di starne fuori e sfidarli. Volete riscrivere le regole del gioco a colpi di maggioranza, come purtroppo fece il PD renziano quando era il dominus del Paese? Male, malissimo, ma fate pure: non abbiamo paura. Se non partiamo da questo presupposto e ci impelaghiamo in trattative di palazzo, diamo l'impressione, a quel punto vera, di essere disposti a scendere a compromessi pur di garantirci uno strapuntino qua e là. Niente di tutto questo. Bisogna essere intransigenti, opporsi alla legge elettorale senza mezze misure, e preoccuparci, piuttosto, di portare in Parlamento il meglio della classe politica e della società civile.
Si coinvolgano, dunque, le ragazze e i ragazzi che hanno salvato la Costituzione: si premi innanzitutto la loro passione e il loro impegno civile. Non sono esperti? Pazienza, cresceranno. Hanno ampiamente dimostrato di avere a cuore la cosa pubblica: l'importante è che abbiano l'umiltà di imparare e non si sentano già arrivati. Si dia, poi, voce alle seconde generazioni, ai nuovi italiani che sono cresciuti e hanno studiato insieme ai nostri figli e ai nostri fratelli e sorelle: se non si parte, almeno, da questo, parlare di Ius soli, o anche solo di Ius scholae, diverrebbe ipocrita. Si mettano in lista anche le donne, ma non in quanto donne bensì in quanto portatrici delle istanze di emancipazione e parità fra i generi a tutti i livelli senza le quali la sinistra semplicemente non è. Si dia voce alle associazioni ambientaliste, perché non si può sostenere Greta Thunberg affidandosi al fossile e, quel che è peggio, ai fossili!
Occhio, tuttavia, alla rottamazione: ha già combinato abbastanza danni ed è un concetto che dev'essere espulso dal nostro orizzonte. In un'autentica comunità progressista non si rottama nessuno, meno che mai con determinati toni, e guai a pensare di poter rinunciare all'esperienza e alle competenze di chi ha tanta storia alle spalle: solo la memoria ci può salvare, intesa come comprensione di ciò che è stato e sguardo al futuro. Senza dimenticare i territori, cui va riconosciuta un'adeguata rappresentanza, a patto di non affidarsi ad altre formule magiche come i sindaci o gli amministratori locali elevati a portatori sani di virtù per il solo fatto di essere tali. Ce ne sono di straordinari e meritano di sedere in Parlamento, avendo dimostrato di saper rappresentare al meglio la propria città o la propria regione, basta che non diventi un feticcio. Infine gli intellettuali, e qui il modello al quale sarebbe opportuno ispirarsi è quello di Berlinguer: la Sinistra Indipendente, un gruppo di personalità di altissimo livello che si metta al servizio della causa e aderisca a un partito in termini valoriali, contribuendo con le proprie conoscenze a formare le classi dirigenti del presente e del futuro e svolgendo poi un lavoro prezioso in Aula e all'interno delle commissioni.
Una volta definito questo terreno di confronto, ci si può confrontare su tutto il resto, a patto di non trasformarla, ribadisco, in un'orgia del potere. Abbiamo, difatti, alle spalle alcune esperienze drammatiche: le primarie fra Bersani e Renzi e altre disfide di Barletta che hanno rischiato di far implodere il Partito Democratico, privandolo delle risorse materiali per affrontare le sfide che la complessità attuale ci pone davanti. Quanto al M5S, va colta l'apertura compiuta da Conte, la sua disponibilità a fare stabilmente parte del campo progressista e la notevole evoluzione che questo soggetto ha avuto nell'ultimo biennio: dall'ambiguità populista dei tempi del grillismo primigenio alla piena consapevolezza attuale del proprio ruolo e della propria funzione storica. Non è poco e merita la massima apertura, in particolare da parte del PD, un partito in cui non tutti sembrano ancora aver capito che senza un'alleanza organica con il M5S la prospettiva di tornare al governo svanisce, e il PD, per com'è fatto, non può permettersi di trascorrere lunghi periodi all'opposizione.
E allora crediamoci, andiamo avanti, non abbiamo timore di confrontarci anche a viso aperto e teniamoci pronti, perché non è detto, ribadisco, che la legislatura arrivi alla scadenza naturale. Hanno detto bene Fratoianni e Bonelli di AVS: prima i programmi e il coinvolgimento attivo delle nuove generazioni, poi ben vengano le primarie. Le posizioni, insomma, eccezion fatta per qualche sedicente "riformista", sono assai più vicine e compatibili di quanto non vengano descritte, a condizione che nessuno ponga veti, nessuno forzi i tempi e nessuno si illuda di poter fare a meno degli altri. La destra, questa destra che nega persino il riconoscimento di interesse culturale al film dedicato alla tragedia di Giulio Regeni, non merita un simile favore.
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