Caro campo progressista, noi abbiamo un sogno!
Dai diritti al lavoro, dalla scuola alla sicurezza sociale: ai giovani non bastano parole ma un progetto concreto e serio, capace di trasformare rabbia e disillusione in partecipazione attiva

ANSA
Caro campo progressista, noi abbiamo un sogno! Sì, un sogno. E se scomodiamo persino il reverendo Martin Luther King per parlarne pubblicamente è perché crediamo che nel lasso di tempo che ci separa dalle prossime elezioni, il centrosinistra tutto debba fare tranne che perdersi in discussioni ombelicali su chi debba essere il leader della coalizione. Si vuol fare ricorso alle primarie? Benissimo. Non abbiamo il feticcio di questo strumento decisionale ma, a patto che siano vere e basate sull'impegno a sostenere lealmente il vincitore o la vincitrice, non è detto che siano un male, tutt'altro. Prima, però, bisogna riattivare, come detto, un sogno.
Del resto, bastava dare un'occhiata agli sguardi di ragazze e ragazzi riversatisi in piazza in tutta Italia lo scorso 23 marzo per rendersi conto di cosa ci stiano chiedendo: unità, coesione ma più che mai proposte concrete per farli uscire dalla condizione di esclusione ed estraneità sociale in cui li ha confinati questo governo. Come ha spiegato da par suo Tomaso Montanari giovedì scorso a Otto e mezzo, la destra non voleva far votare i fuori sede e non si confronta mai con le nuove generazioni perché non possiede un linguaggio in grado di arrivare al loro cuore. Come potrebbe, del resto? Questa non è la destra di Borsellino, a parole tanto cara a Meloni, ma quella che si ritrova felicemente a cena alla Bisteccheria d'Italia. A rendere omaggio a Falcone e Borsellino, se permettete, ci andiamo ogni anno noi: il 23 maggio con la Nave della Legalità (che salpa da Civitavecchia e approda a Palermo) e il 19 luglio prendendoci per mano in via D'Amelio.
Non è certo la destra dell'alterglobalismo: mai visti il 20 luglio in piazza Alimonda a Genova; anzi, in questi venticinque anni si sono sempre distinti per gli insulti rivolti alla memoria di Carlo Giuliani e gli attacchi gratuiti alla sua famiglia e a molti dei suoi cari. Lasciamo stare i diritti umani, la dignità della persona, le donne e il loro bisogno di emancipazione e parità assoluta; lasciamo stare studenti e studentesse; lasciamo stare la scuola, dove hanno tentato, per fortuna con scarso successo, di introdurre una visione punitiva e panpenalista, arrivando addirittura a teorizzare l'umiliazione come metodo educativo; lasciamo stare l'università, dove hanno costretto un'intera generazione a scendere in piazza e a gridare perché il semestre filtro a medicina riesce nell'impresa di essere quasi peggio del numero chiuso (memorabile Bernini che ad Atreju risponde ai giovani che la contestano: «Siete sempre solo dei poveri comunisti! Siete inutili», citando in peggio il Berlusconi d'antan senza rendersi conto che ormai l'eco della gloria berlusconiana è svanito da un pezzo); insomma, lasciamo perdere ogni ambito in cui i ventenni di oggi si muovono e chiedono disperatamente ascolto: di questo stiamo parlando, di una coalizione che avversa, e non ne fa mistero, ogni forma di innovazione e di progresso.
Caro campo progressista, il da farsi è semplice. Questa generazione ha bisogno innanzitutto di felicità, di speranza e di ritrovare un minimo di ottimismo nei confronti di un futuro che, al momento, vede, non a torto, costellato di guerre e di ingiustizie. Poi ha bisogno di un aiuto economico immediato: salario minimo, reddito di cittadinanza, stop agli stage gratuiti, tutele e diritti attraverso la reintroduzione dell'articolo 18 e una revisione in chiave ancora più progressista dello Statuto dei lavoratori e accantonamento del liberismo e della sua malapianta, costata un trentennio di infelicità e spesso di dolorose sconfitte alla sinistra medesima. Venendo alla scuola, bisogna dire basta alla logica della competizione. Anche il concetto di merito, per non parlare di una parola squallida come "meritocrazia" (quando si scomoda il "kratos", cioè il potere, si scende sempre sul terreno della lotta), dev'essere messo da parte. A scuola, per dirla con Maria Montessori, bisogna tornare a insegnare la coesione, il senso di comunità, la solidarietà e l'affetto, a cominciare dall'educazione all'affettività e da un serio supporto psicologico nei confronti di generazioni che si considerano umiliate. Basta con i voti, al massimo qualche giudizio e una valutazione finale. Basta con l'INVALSI, e qui la battaglia va portata anche a livello europeo perché non è che tutto ciò che chiede l'Europa o che deriva da norme europee debba essere per forza considerato il Vangelo. Basta con l'attribuzione dei fondi in base ai test a crocette. Quanto alle ore di lezione, siano rafforzate le compresenze e, a partire dai 15-16 anni, si dia la possibilità a ragazze e ragazzi di avere un piccolo numero di ore di lezione da destinare al potenziamento delle materie che preferiscono, dato che i licei, specie Classico, Scientifico e Linguistico ma non solo, devono servire soprattutto a orientarsi per il dopo.
Si investa, inoltre, sulle scuole aperte anche il pomeriggio, magari coinvolgendo pure gli insegnanti in pensione e immaginando, ad esempio, un pagamento tramite buoni pasto da utilizzare al supermercato. Quanto alla Maturità, il tema può avere un senso perché sapersi esprimere per iscritto è un valore aggiunto ma poi basta: le altre materie sono state ampiamente approfondite nel corso di un quinquennio (che per me tale deve rimanere) e sarebbe molto meglio presentare una tesi sul modello di quella universitaria, incentrando il colloquio non tanto sulle competenze acquisite quanto sui propri orizzonti e sul proprio avvenire. Venendo all'università, bisognerebbe riprendere la proposta avanzata da LeU nel 2018: abolizione delle tasse universitarie e forti incentivi per l'acquisto dei libri, in particolare per i ceti meno abbienti. E poi l'edilizia, attraverso la costruzione di studentati pubblici gratuiti o a prezzi risibili: anziché consumare altro suolo, sarebbe utile convertire in tal senso tanti edifici attualmente vuoti, cercando un compromesso con i costruttori ma facendo valere innanzitutto gli interessi dello Stato.
Anche il capitolo sicurezza meriterebbe un approfondimento. Cos'è, infatti, la sicurezza? Cosa si intende in proposito? Sicurezza dev'essere in primo luogo quella per l'avvenire, poi certo anche l'incolumità fisica, ma tutto questo non si ottiene né con le ronde padane né con i centri in Albania bensì assumendo un po' di forze dell'ordine e utilizzando meglio i vigili urbani. Vigilanza e prevenzione prima di tutto: la repressione selvaggia non è mai servita a niente. Capitolo carceri. Non so se quella di Colombo e Manconi sia un'utopia, ma certo che l'abolizione di questa istituzione, salvo forse per i reati di mafia e terrorismo e quelli a più elevato rischio sociale, se anche dovesse essere un'utopia, sarebbe meravigliosa e varrebbe comunque la pena di coltivarla, magari a lungo termine.
Di sicuro, bisognerà spazzare via i decreti (In)sicurezza con cui questo esecutivo ha riempito di poveri cristi gli istituti minorili e prevedere misure alternative per oltre la metà degli attuali detenuti, facendo sì che l'errore non si trasformi in uno stigma e che anche dei luoghi di sofferenza e di espiazione possano riempirsi di luce. Tanto per dire, l'idea di privare queste persone di attività come il teatro, denunciata di recente da Annalisa Cuzzocrea sul Venerdì di Repubblica, è pura barbarie. Anche chi ha sbagliato, merita una seconda opportunità, specie se si tratta di un ragazzo. E a chi ha paura che un progetto così radicale possa spaventare la società profonda, rispondiamo a viso aperto che la società, per fortuna, è cambiata. Il trumpismo, difatti, ha disgustato quasi tutti, il tale che godeva nel vedere lo Stato che non fa respirare i detenuti è andato a casa e la cortina fumogena del cattivismo spinto ha stancato, in primis le generazioni cresciute in una scuola aperta e in una società multietnica, nella quale spesso il compagno di banco si chiama Ahmed e la compagna di giochi Fatima ed entrambi hanno origini lontane. Una volta mi capitò di recarmi in visita alle Fosse Ardeatine: c'era un album in cui veniva ricostruita, a fumetti, la vicenda e la maggior parte dei bambini e delle bambine della scuola elementare Pisacane avevano nomi stranieri. La nostra Resistenza non solo l'hanno ben imparata ma la incarnano, persino meglio di noi.
Caro campo progressista, sono ancora tante le proposte da fare e i confronti da mettere in atto, ma adesso, scomodando Majakovskij, esci dal chiuso delle tue stanze: non dimenticarti dei ragazzi di strada. Vai nei centri sociali, nelle sedi sindacali, nelle università, persino nei parchi ora che arriva la bella stagione, vai dovunque ed esprimi un concetto semplice e universale: «Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita». Lo sosteneva Enrico Berlinguer, lo stesso che, alla vigilia delle Politiche del '76, declinò in chiave comunista il concetto, tipicamente americano, di perseguimento della felicità.
Ebbene, far comprendere alla miriade di ragazze e ragazzi che al referendum hanno scelto di unire i puntini e coniugare l'indipendenza della magistratura, la difesa della Costituzione e dei suoi valori e il contrasto all'orrore globale che è sotto i nostri occhi che solo attraverso un impegno politico attivo e un voto convinto e motivato come quello che hanno espresso stavolta possono dare un senso alle proprie aspirazioni, questa è, per l'appunto, una missione che può valere una vita. In gioco, mai come ora, c'è molto di più di una semplice vittoria elettorale.