La scelta del leader può aspettare. Oggi opposizione e programma

Una vittoria ampia ma non risolutiva: il NO apre una crisi politica nel governo ma impone anche all'opposizione di trasformare il consenso referendario in progetto credibile per le prossime elezioni.

Goffredo BettiniApprofondimenti
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ANSA

La vittoria così netta del NO al referendum sulla giustizia ha tolto ogni credibilità al governo di centrodestra, che appare come un pugile suonato.
 D’altra parte, in situazioni simili, anzi meno stringenti, sia D’Alema che Renzi diedero immediatamente le loro dimissioni dall’incarico di primo ministro.
 La Meloni tenta di resistere, invece. Ma cadono persone chiave della sua squadra, scomparendo una dopo l’altra, come i 10 piccoli indiani.
 La pretesa di difendere, invitando a votare “SÌ”, un principio garantista ha svelato tutta la sua ipocrisia. Loro vogliono l’impunità. D’altra parte, la mano forte verso i giovani, l’introduzione di nuovi profili penali repressivi, l’accondiscendenza nei confronti di Orban e di Trump dimostrano il cuore autoritario che le batte dentro, in coerenza con la loro storia.

Ciò non toglie, anzi esalta, l’esigenza di intervenire sui mali fondamentali della giustizia italiana, che rimangono intatti o persino peggiorano: i processi lunghissimi, le carcerazioni facili, la condizione intollerabile delle carceri italiane, nel disprezzo più totale della dignità umana. La premier oggi pare incerta. Votare subito? È una strada, ma perderebbe il racconto sulla stabilità del suo governo, dichiarando di fatto un fallimento.
Oppure rilancia, cambia qualche ministro e tenta di arrivare alla scadenza naturale della legislatura. Ma anche in questo caso i rischi sono assai grandi: chi le garantirà che non emergeranno altri casi insostenibili di scandalo? Come governerà il pessimo stato di salute interna dei partiti della sua coalizione? Come affronterà la legge di bilancio in piena recessione economica, che nei prossimi mesi via via si manifesterà più pesante? Sono alcune domande, tra le tante, alle quali troverà difficoltà a rispondere. Ma se il governo di destra arranca e sente tutto il peso della batosta che ha ricevuto, anche noi che abbiamo vinto abbiamo i nostri problemi. Anche le vittorie sono complicate da gestire.

Un voto così ampio di sostegno al NO, come si può trasformare in un consenso alla nostra coalizione nelle prossime elezioni politiche? Ecco il tema che si pone dinanzi a noi.

Nel NO ci sono tante cose diverse. Una paura diffusa ed esistenziale di tanti giovani a fronte di una svolta autoritaria che restringerebbe i loro spazi di associazione, di manifestazione, di creatività, di autonomia. Un ritorno al voto di chi questa volta ha avvertito la possibilità di contare. Un risveglio di un elettorato astensionista del Movimento 5 Stelle, fino ad ora deluso e ormai lontano. Le difficoltà di tante famiglie che hanno voluto protestare rispetto alla loro povertà. E, infine, la paura di Trump e della guerra. Dopo l’euforia, abbiamo dato qualche segnale sbagliato.
Conte ha aperto all’idea delle primarie per la scelta del candidato premier. Lo ha fatto, credo, per dare un segnale di afflato unitario. In fondo, delle primarie ha parlato per primo il PD, e il leader dei pentastellati ha voluto dire: “Io ci sono, sono fino in fondo nella partita, in modo irreversibile”.

Ciò tuttavia non è stato colto. È stato interpretato, dalla grande stampa, in modo malevolo: il desiderio, cioè, di porre subito la propria candidatura in competizione con gli altri leader. Sono giorni che si parla solo di questo. Delle divisioni nella coalizione progressista, delle ambizioni che ognuno coltiva, dei reciproci sospetti e, infine, nelle ultime ore è divampata la ricerca verticistica, irrealistica, inopportuna del cosiddetto federatore. Occorre essere chiari: troveremo il modo più largo, trasparente e sensato di scegliere il leader delle forze progressiste, il candidato premier. Allo stato attuale, tuttavia, occorre il più rapidamente possibile levare dal campo questo tema divisivo e prematuro. Questo affanno personalistico e distraente. Occorre agire, piuttosto, da subito, insieme, come opposizione al governo Meloni, che allo stato attuale resta. Neanche per un attimo si può allentare la presa. La vita degli italiani peggiora, tutti i dati lo confermano, da ultimo quelli di Confindustria. Dobbiamo interpretare il malessere e la speranza. In secondo luogo, nel modo più ragionato, pacato e responsabile vanno create le condizioni perché i vari partiti della coalizione elaborino una posizione comune sulle grandi questioni del futuro. Il declino industriale italiano e una necessaria e possibile ripresa. Le garanzie fondamentali per i ceti più colpiti dalla povertà, circa la scuola, la sanità, il sostegno al reddito. Un fisco giusto. Un sostegno a chi produce beni reali. E infine, decisiva, una visione internazionale di pace e multipolare, con al centro un ruolo diverso dell’Europa. Non sono affatto pessimista. Il nostro campo può riunirsi attorno a ognuno di questi problemi, se cadono strumentalità, egoismi e visioni particolari. Infine: occorre aiutare le energie giovanili che sono confluite nel NO ad auto-organizzarsi, discutere e proporre idee e programmi. Non un semplice ascolto, talvolta paternalistico. Piuttosto accettare il loro peso autonomo, la loro voce, la loro spontaneità e farle valere negli orientamenti generali del nostro campo.

Per quanto ci riguarda, le reti civiche e le autonomie locali saranno il confine più avanzato della nostra iniziativa politica e di massa, con classi dirigenti abituate al confronto “terragno” con le difficoltà e le energie positive dei territori. Oggi occorre muovere la parte del Paese che ha detto NO, ma che non si fida ancora dei partiti della sinistra. Essa chiede da noi comportamenti dignitosi, trasparenti e solidali, in grado di ricreare uno spirito di collaborazione e di laboriosa speranza. E la convinzione, che deve appartenere a tutti, che al di là delle legittime ambizioni delle singole persone conta il risultato che ci preme maggiormente: vincere per il bene dell’Italia.