Le sfide della mobilitazione progressista globale

L’iniziativa promossa da Pedro Sánchez e dal Pse rilancia il campo progressista internazionale, ma senza un pensiero strategico e radicamento sociale rischia di restare incompiuta, nonostante il coinvolgimento di leader come Luiz Inácio Lula da Silva e Claudia Sheinbaum.

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ANSA

La riunione di Barcellona promossa da Pedro Sanchez e dal Pse ha un valore politico reale, perché rappresenta il tentativo di rimettere in campo una iniziativa progressista su scala globale, dopo anni in cui la destra sovranista e nazionalista ha avuto quasi ovunque il monopolio dell’iniziativa.

Il tratto più interessante dell’iniziativa è il suo carattere apertamente internazionale. Non siamo più dentro il perimetro tradizionale del socialismo europeo, ma dentro un tentativo più largo di ricomposizione del campo progressista, che coinvolge figure come Lula, la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum, esponenti della sinistra democratica americana e altri protagonisti del mondo progressista globale. Questo allargamento è fondamentale.

Il punto, però, è che questa mobilitazione, pur importante, non basta ancora. Il suo limite principale è la mancanza di un pensiero politico all’altezza della crisi della globalizzazione. Un’agenda progressista è necessaria, ma non sufficiente. Non basta evocare diritti, inclusione e giustizia sociale, se non si affrontano i grandi nodi del tempo presente: i cambiamenti climatici, l’impatto dell’intelligenza artificiale, l’emancipazione femminile negata in larga parte del mondo, i mutamenti demografici, le migrazioni globali, il rapporto tra guerra e pace dentro una fase storica che assomiglia sempre più a una terza guerra mondiale a pezzi, come aveva intuito Papa Francesco.

Il problema è che, nonostante le difficoltà evidenti del trumpismo e delle destre sovraniste nel costruire un nuovo ordine mondiale, oggi non si vede ancora un campo progressista capace di giocare fino in fondo questa partita. In troppe parti d’Europa e del mondo la competizione reale è tra destra nazionalista e destra moderata.

Per questo la mobilitazione progressista globale ha bisogno di un doppio approfondimento. Il primo è sociale. Occorre tornare a pensare la costruzione di alleanze sociali vere, fondate su una idea di democrazia economica ed ecologica, sul piano nazionale e globale. La mobilitazione progressista non può essere soltanto una rete di leadership politiche: deve includere strutturalmente sindacati, organizzazioni sociali, movimenti, corpi intermedi. In qualche modo bisogna recuperare, in forme nuove, quella osmosi originaria tra partiti e organizzazione sociale che stava alla base del movimento operaio, prima che tutto si irrigidisse in una distinzione burocratica tra politica e società.

Il secondo approfondimento riguarda la proposta politica. Non basta dire che il nazionalismo produce caos, guerre e disordine. Bisogna spiegare come il progressismo intenda costruire un’alternativa credibile. Non basta dire no alla guerra, se non si indicano strumenti efficaci di governo mondiale capaci di costruire una pace fondata sulla giustizia e sulla cooperazione. E questo significa anche affrontare il tema della forza, perché altrimenti si resta nel destino dei profeti disarmati di cui parlava Machiavelli.

Da questo punto di vista, il tema decisivo è la costruzione di democrazie post-nazionali continentali. Per l’Europa questo significa portare fino in fondo il progetto di una Unione europea federale e politica, non ridotta a mercato, e dunque anche capace di una propria difesa comune. Non la logica dei riarmi nazionali, ma nemmeno l’illusione di poter ignorare i rapporti di forza. Lo stesso ragionamento vale, con forme diverse, per altre aree del mondo: America Latina, Africa, spazi regionali che dovrebbero diventare soggetti politici capaci di sottrarre il mondo a un bipolarismo Usa-Cina sempre più instabile.

Su questa base può prendere forma una nuova agenda progressista globale: lotta alle diseguaglianze, tassazione dei grandi capitali e delle grandi ricchezze, difesa del lavoro, conversione ecologica dell’economia, critica di un capitalismo sempre più feroce e deregolato, che produce insieme guerra, caos e scarti sociali. Ma anche questo non basta, se non viene sorretto da un pensiero critico forte, capace di dire che il capitalismo non è l’ultima parola della civiltà umana e che un nuovo compromesso democratico va costruito anche nel confronto con altre culture politiche, compresa quella cristiano-sociale e cattolico-democratica.

La mobilitazione di Barcellona è dunque un fatto positivo, perché rompe una passività, segnala una presa di coscienza, rimette in movimento un campo disperso. Ma proprio per questo non va celebrata in modo retorico. Va assunta come un inizio, non come una risposta già compiuta. Se non saprà darsi radicamento sociale, pensiero strategico e proposta istituzionale all’altezza del nuovo disordine mondiale, il progressismo rischierà di restare una testimonianza nobile ma marginale. Se invece saprà compiere questo salto, allora Barcellona potrà essere ricordata come uno dei luoghi in cui è cominciata una nuova controffensiva democratica globale.

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