Comitati per la pace, il lavoro e l’ambiente: una proposta per organizzare il cambiamento

Dalla delusione alla partecipazione, cresce una domanda di alternativa: costruire un progetto condiviso, inclusivo e radicato per ridare forza e fiducia alla democrazia italiana

Marco TolliIl Punto
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ANSA

A quasi quattro anni dall’insediamento del governo guidato da Giorgia Meloni, il bilancio che emerge in ampi settori della società italiana è segnato da una crescente delusione. Le aspettative di cambiamento, alimentate da una retorica di rottura e di rilancio nazionale, si sono progressivamente scontrate con** una realtà fatta di difficoltà economiche persistenti**, aumento delle disuguaglianze e risposte spesso parziali, quando non inefficaci, sui principali nodi sociali. Sul piano internazionale, inoltre, la linea dell’esecutivo è apparsa incerta e sbilanciata, alimentando interrogativi sulla collocazione strategica del Paese e sulla sua effettiva autonomia nelle scelte di politica estera.

Questa distanza tra promesse e risultati ha prodotto non solo disincanto, ma anche una diffusa riattivazione della società civile. In tutto il Paese si sono moltiplicate iniziative dal basso: mobilitazioni contro la violenza di genere, manifestazioni per la pace, prese di posizione contro la guerra e contro le derive dell’imperialismo. Particolarmente forte è stata la presa di posizione degli italiani, soprattutto dei più giovani, espressa con profondo sdegno, per la tragedia palestinese. Un attivismo che non è rimasto confinato ai margini, ma che ha trovato un punto di convergenza nella partecipazione ampia al referendum sulla giustizia e nella bocciatura delle modifiche costituzionali proposte. In quel passaggio, una parte significativa del Paese ha espresso una volontà chiara: porre un limite a possibili concentrazioni di potere e difendere l’equilibrio istituzionale. Non si è trattato soltanto di un voto tecnico, ma di un segnale politico netto.

Una vittoria del “sì” avrebbe probabilmente aperto la strada a una nuova legge elettorale in senso maggioritario e rafforzato il controllo della destra sugli snodi istituzionali, inclusa la futura elezione del Presidente della Repubblica. Avrebbe inoltre consolidato una collocazione internazionale più marcata nel campo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. E difficilmente avrebbe prodotto una crisi politica immediata o le tardive dimissioni dal governo di Santanchè e Del Mastro: al contrario, avrebbe rafforzato l’assetto esistente, offrendo alla maggioranza ulteriori margini di manovra.

La bocciatura ha invece interrotto questa traiettoria, aprendo una fase di incertezza all’interno del governo, chiamato ora a un passaggio non scontato: ridefinire priorità e strategia alla luce del segnale emerso dal voto, oppure verificare se esistano ancora le condizioni politiche per proseguire la legislatura senza un nuovo passaggio elettorale.

Il centrosinistra ha subito colto questo mutamento di clima. Tuttavia, proprio mentre si apre uno spazio politico potenzialmente fertile, è essenziale non cadere in vecchi errori. Non è il momento di concentrare il dibattito sulla leadership: costruire una coalizione sui nomi anziché sui contenuti rischierebbe di ridurre il campo democratico, invece di ampliarlo. Questa fase richiede invece una politica basata su idee, proposte e partecipazione.

La priorità oggi dovrebbe essere quella di coinvolgere le tante energie scese in campo in una proposta politica strutturata, capace di incidere realmente sugli equilibri del paese. Non basta riconoscere il valore delle mobilitazioni che hanno attraversato questi anni; occorre costruire un ponte stabile tra quell’energia diffusa e una prospettiva di governo. Questo significa aprire un dialogo reale con reti civiche, movimenti e associazioni, riconoscendone autonomia e dignità politica. Non come semplice operazione di cooptazione, utile ad allargare simbolicamente il perimetro della coalizione, ma come processo autentico di costruzione condivisa, in cui anche i soggetti esterni ai partiti possano contribuire a definire priorità e contenuti. Questa mobilitazione diffusa ha posto, in modo esplicito, una domanda — anche etica — di alternativa.

Per rispondere a questa domanda serve un cambio di metodo netto e riconoscibile. Servono luoghi e strumenti di partecipazione che non siano episodici o rituali, ma strutturali e continuativi: comitati e assemblee territoriali capaci di intercettare bisogni concreti; spazi di confronto tematico su lavoro, ambiente, diritti e politica internazionale; piattaforme aperte e accessibili in cui cittadini e organizzazioni possano avanzare proposte e valutarne la sostenibilità. In questo quadro, prima ancora delle primarie per la scelta di un leader, potrebbe essere utile immaginare delle vere e proprie primarie delle idee: un percorso pubblico, trasparente e inclusivo in cui discutere visioni di società, priorità programmatiche e strumenti di attuazione.

Un processo di questo tipo non avrebbe solo un valore simbolico. Produrrebbe effetti politici concreti: rafforzerebbe il radicamento sociale della coalizione, ridurrebbe le competizioni interne spostando il confronto dai nomi ai contenuti, darebbe maggiore legittimità alle scelte programmatiche e contribuirebbe a ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e politica. Soprattutto, segnerebbe un’inversione di tendenza rispetto a una stagione in cui le decisioni sono spesso apparse calate dall’alto, restituendo centralità alla partecipazione come elemento costitutivo della democrazia.

Sarebbe un’iniziativa forte e in controtendenza rispetto all’arretramento democratico che attraversa molte democrazie occidentali. Naturalmente, tutto questo implica una disponibilità non scontata da parte dei partiti: quella di condividere spazi di potere, di aprirsi realmente a soggetti esterni, di accettare tempi più lunghi e dinamiche decisionali più complesse. È una sfida organizzativa e culturale, prima ancora che politica, perché mette in discussione abitudini consolidate e assetti interni. Ma è probabilmente una delle poche strade percorribili per costruire un’alternativa credibile e duratura, capace di parlare a un elettorato più ampio.

La questione della leadership non scompare: va semplicemente rimessa al suo posto. Non come punto di partenza, attorno a cui forzare equilibri e alleanze, ma come esito naturale di un percorso condiviso, riconosciuto e legittimato. Chi investirà di più nella partecipazione, chi saprà essere più inclusivo e generoso, chi metterà a disposizione energie, strutture e strumenti, sarà anche la figura più adatta a rappresentare una coalizione più ampia dei partiti che oggi si oppongono alla destra.