L'Intelligenza Artificiale, arma di soft power e la sovranità perduta dell'Europa
Tra regolazione e dipendenza, l’Europa affronta la sfida dell’IA tra rischio di subordinazione tecnologica e possibilità di una rinascita sovrana fondata su etica, innovazione e identità culturale.

ANSA
In un'era dominata dai giganti tecnologici d'Oltreatlantico, l'intelligenza artificiale non è solo uno strumento tecnico, ma un'arma di soft power che ridefinisce equilibri globali, culture e sovranità nazionali. Mentre gli Stati Uniti, attraverso colossi come OpenAI, Google e Anthropic, dettano le regole del gioco, l'Europa arranca in un ruolo subalterno, rischiando di consegnare il proprio futuro a un'egemonia digitale che mina l'autonomia strategica del Vecchio Continente.
L'egemonia USA: dall'IA al controllo cognitivo
L'IA generativa, da ChatGPT a Claude passando per Gemini e Grok, rappresenta l'apice di una strategia americana che fonde innovazione tecnologica con supremazia geopolitica. Con investimenti pubblici e privati che superano i 100 miliardi di dollari annui, Washington non solo domina il mercato, ma plasma le narrazioni globali.
Pensiamo all’AI Summit del 2025 a Parigi: un evento che, sotto l'egida UE, ha visto l'Europa firmare patti vincolanti con gli USA, allineandosi a standard etici che a ben guardare tutelano gli interessi delle Big Tech americane.
Politicamente, è un'arma letale: strumenti generativi come Midjourney e DALL-E influenzano l'opinione pubblica, censurando contenuti "scomodi" – basti citare i casi di guerra cognitiva o di shadow banning su piattaforme AI contro voci critiche su Ucraina o migrazioni, in linea con la narrativa atlantista.
Al proprio interno, peraltro, già nel 2023 la Cina introduceva regole sulle IA generative obbligando le aziende a sostenere i “valori socialisti fondamentali”, vietando contenuti che minacciano il sistema socialista o l’immagine nazionale e imponendo valutazioni di sicurezza e deposito degli algoritmi presso l'Amministrazione cinese per la sicurezza informatica per quei servizi che potenzialmente possano favorire una qualche forma di "mobilitazione sociale".
Sociologicamente, la “dipendenza dall’algoritmo” erode le identità culturali europee. Algoritmi addestrati su set di dati anglo-centrici perpetuano bias linguistici e valoriali: l'italiano, ad esempio, è trattato come variante minore dell'inglese, con traduzioni che snaturano la ricchezza lessicale di Dante e Machiavelli - l'ideologia della lingua standard (inglese statunitense) è un costrutto che rafforza una gerarchia tra le varietà linguistiche, portando congenitamente una soppressione delle sfumature di ogni tipo.
Secondo padre Paolo Benanti, la differenza tra l’IA generativa e il «correttore» sta nel passaggio da regole fisse (correttore ortografico) a correlazioni statistiche su enormi moli di dati: l'IA generativa non capisce semanticamente, ma predice sequenze probabili, rischiando insensatezze senza conoscenza reale del contesto. E, così facendo, seleziona cosa ricordare.
Ma, già per Umberto Eco, la perdita della memoria storica rappresentava un atto pericoloso che priva le persone della loro identità e capacità critica. Invece di riflettere sul "come" e sul "perché" si impara, si rimane ancorati a un apprendimento passivo, o automatico.
Una mancata transizione metacognitiva può quindi essere interpretata come una situazione in cui l'individuo non riesce a compiere il salto di qualità mentale necessario per passare dalla semplice esecuzione di un compito alla consapevolezza e gestione dei propri processi cognitivi.
Nei suoi interventi recenti, Padre Benanti ha infatti evidenziato come l'intelligenza artificiale stia inaugurando una fase di sostituzione dei processi cognitivi e creativi complessi, non limitandosi all'automazione di compiti ripetitivi ma svalutando la competenza umana specialistica.
Decidere cosa dimenticare è un atto politico
Non a caso, Benanti avverte sul rischio di un colonialismo cognitivo digitale, dove gli algoritmi residenti nei cloud di 5 grandi compagnie (che controllano il 70-100% del mercato), surrogano funzioni vitali – democrazia, informazione, sanità, giustizia – senza vera comprensione semantica.
Così facendo, orientano e condizionano decisioni umane in ambiti cruciali, alterando equilibri sociali senza possedere vera coscienza o significato. «Il rischio è di hackerare l’umanità: decidere quali valori, visioni e conoscenze debbano sopravvivere. È una nuova forma di colonialismo culturale, mascherata da tecnologia.»
Per contrastare questa «algocrazia» che appiattisce la diversità sociale verso schemi uniformi, Benanti propone la «preservazione del nucleo umano» – quelle attività mentali, essenziali per evitare l'atrofia del pensiero – e l’etica innestata negli algoritmi: l’“algoretica”, con particolare riguardo alle decisioni non delegabili.
In nuce, lo stimolo sul “nucleo umano” guarda all’enfatizzazione del "peso del senso"– il significato profondo, il perché – rispetto al mero "come" dell'efficienza algoritmica.
Il pericolo maggiore non risiederebbe infatti, secondo Benanti, in un'IA «malvagia», ma nella nostra «stupidità naturale» che accorda eccessiva fiducia a sistemi basati su mere correlazioni statistiche, trascurando i contesti umani e sociali essenziali. «La propaganda digitale cambia i comportamenti, senza cambiare le idee. È lo “sharp power”: strumenti digitali usati per danneggiare i processi democratici.»
Seguendo una corrente d’altro orientamento, il 25 marzo 2026, la First Lady Melania Trump ospitava alla Casa Bianca le rappresentanze di 45 nazioni per il vertice Fostering the Future Together, focalizzato su IA e istruzione.
In tale sede, veniva presentato l'umanoide americano Figure3 e contestualmente venivano delineati tre pilastri: un’IA per l’apprendimento personalizzato, degli educatori umanoidi domestici e la tecnologia come motore economico.
Nel suo discorso, la First Lady non si limitava a invocare l'esempio di Platone, una IA paziente e adattiva nel potenziare il pensiero critico dei bambini, bilanciando ottimismo con sicurezza; esortava anche collaborazioni pubblico-private volte ad accelerare l'innovazione, garantire superiorità economica agli USA e preparare i giovani a «ridefinire l'ordine mondiale, riequilibrando i rapporti di potere».
L'Europa tra sudditanza e risveglio sovranista
Forse per prevenire un macro-effetto orwelliano, nel 2024 Bruxelles prometteva una regolamentazione rigorosa con il suo AI Act, che oggi racconta una realtà - in prospettiva - diversa.
Il regolamento, entrato in vigore pienamente nel 2026, impone oneri burocratici che favoriscono le multinazionali USA – esenti da multe grazie a clausole extraterritoriali – mentre soffocano le PMI europee.
Risultato? Secondo la RAND, l'UE ospita solo il 5% delle infrastrutture informatiche globali (contro il 75% USA e il 10% Cina) e riceve circa il 6% dei finanziamenti globali di capitale di rischio nel settore dell'IA.
All'ultimo World Economic Forum di Davos, in Svizzera, l'AD della francese Mistral AI, Arthur Mensch, ha avvertito che l’Europa rischia di diventare «una colonia dell’IA», con uno scenario in cui fino al 95% dei servizi digitali e di intelligenza artificiale verrebbero importati dagli Stati Uniti, sottolineando però che questa dipendenza può essere ridotta se il Vecchio Continente investirà con decisione e saprà sfruttare le nuove tecnologie a valle, abilitate dall’IA.
Geopoliticamente, si ravvisa infatti uno squilibrio potenzialmente esplosivo. La Cina avanza con Baidu e Huawei, integrando l’IA in una Belt and Road digitale che sfida l'Occidente. L'Europa, intrappolata tra le sanzioni anti-Pechino imposte da Washington e la dipendenza da chip TSMC taiwanesi, rischia l'accerchiamento.
Eppure, segnali di resistenza emergono: l'Italia, con il suo PNRR investe in IA sovrana per iniziative ricerca finanziate che puntino su etica e indipendenza; la Francia di Macron spinge per un "cloud souverain".
Persino l'Ungheria di Orbán sfida l'AI Act con leggi nazionali pro-famiglia, contrastando i bias woke imposti dalla Silicon Valley, ma allo stesso tempo beneficia delle perturbazioni IA da Mosca in vista delle elezioni parlamentari del 12 aprile 2026.
Verso una riconquista tecnologica
Per riconquistare sovranità, l'Europa deve rompere le catene atlantiste. Serve un piano ambizioso: alleanze intra-europee per ecosistemi di dati pubblici sovrani, investimenti statali in supercomputer (come il Leonardo italiano), e politiche che premino l'IA open-source eticamente allineata ai valori rinascimentali del Vecchio Continente.
Immaginiamo un'IA europea che celebri la pluralità culturale, dalla filosofia greca alla tecnica rinascimentale, opponendosi al monolitismo yankee. Per padre Benanti, «la persona umana ha diritti che non possono essere sottoposti a calcoli algoritmici».
D'altronde, nella pubblicazione da parte della Casa Bianca a gennaio 2026 del report Artificial Intelligence and the Great Divergence, l'IA è presentata come novella Rivoluzione Industriale, analizzando dati empirici su crescita economica, impatti sul PIL e lavoro, metriche di monitoraggio, confronti internazionali e azioni presidenziali per mantenere il primato USA, prevedendo una possibile seconda Divergenza.
Per secoli le economie mondiali crescevano lentamente, ma la Rivoluzione Industriale causò una "Grande Divergenza" tra nazioni industrializzate e il resto del mondo; oggi l'IA, paragonata a quella rivoluzione, vede una leadership americana in investimenti, performance e adozione, grazie alle politiche USA in ambito innovazione e infrastrutture, nonché di deregolamentazione, riassunte nel quadro legislativo nazionale sull'intelligenza artificiale pubblicato il 20 marzo 2026.
Appena un giorno prima, il 19 marzo, il rapporto della Fondazione Leonardo L’Italia nell’era dell’IA (Floridi-Lovecchio) presentava a Montecitorio la fotografia di un Paese in accelerazione, sì — ma a un bivio.
Un Paese dove, alle spinte verso un primato normativo e infrastrutturale, volte a livellare posizioni nel mercato europeo e globale, si contrappongono: una dipendenza dall’hardware estero, difficoltà di adozione dell'IA nelle piccole imprese, e una crescente fuga dei talenti.
Un Great Reset digitale?
Il rischio è chiaro: senza azione, l'IA diventerà lo strumento definitivo del Great Reset, unificando il mondo sotto un'egemonia unipolare, dove i middle powers come l'Unione Europea cercano margini di autonomia tecnologica e regolatoria.
Senza interventi mirati, l’IA accelererà a lungo andare una pericolosa centralizzazione del potere computazionale, economico e decisionale nelle mani di pochi colossi tech, catalizzando un riequilibrio globale verso egemonie unipolari dominanti.
Sforzi di governance dal G7 e ONU si intravedono per traguardare “guardrail” etici e operativi – per preservare sovranità digitale e scongiurare abusi militari o “colonialismo cognitivo” che uniformi le culture sotto pattern algoritmici. L’UE si interpone oggi come forza mediana, con l’AI Act che impone trasparenza e accountability – per conquistare autonomia regolatoria contro USA e Cina.
L'Europa (l'Italia), culla della civiltà, ha in quanto tale il dovere di resistere, trasformando la tecnologia in leva per un multipolarismo sovrano. Con il suo primato sui diritti umani, può guidare uno shift multipolare, mutando il Reset da minaccia unipolare a opportunità equa per l’umanità.
È ora di scegliere: sudditanza o rinascita?