Giustizia sociale, sicurezza e sviluppo: la sfida della sinistra
Dalla crisi certificata dall’Istat alla domanda di protezione sociale: serve un progetto riformista che unisca lavoro, welfare, sicurezza democratica e sviluppo

ANSA
La paura attraversa componenti della destra di governo, mentre il Paese fa i conti con una crisi che i numeri dell’Istat non possono rimuovere. Non è valutazione di parte, ma fotografia di un’Italia che nel 2025 ha recuperato appena l’1,9 per cento di Pil reale rispetto ai livelli del 2007, contro una crescita prossima al 20 per cento di Francia, Germania e Spagna. Un Paese segnato da bassa crescita, povertà salariale, giovani non valorizzati, lavoro femminile penalizzato, mobilità inceppata, divari territoriali e stipendi poveri. Sarebbe però un errore leggerlo solo come bollettino del declino. Nella fotografia dell’Istat ci sono anche energie che il Paese non ha perduto, filiere vitali, settori innovativi, occupazione che tiene. L’Italia non è un Paese finito, ma non governato fino in fondo nelle sue potenzialità.
La sinistra non deve solo denunciare le fratture. Deve riconoscere le forze vive della nazione e trasformarle in progetto democratico. Anche il calo dello 0,2 per cento della produzione industriale nel primo trimestre 2026 segnala che, senza politica industriale, energia accessibile e investimenti, la crescita resta fragile. Il campo largo non può limitarsi a osservare il logoramento del governo. Deve chiedersi perché una parte dell’Italia che soffre per sanità inefficiente, diseguaglianze, precarietà, insicurezza quotidiana, perdita del potere d’acquisto e costi dell’abitare proibitivi, non riconosca ancora nel campo progressista una risposta credibile. Il campo largo è necessario, ma non basta. Un’alleanza elettorale non genera automaticamente una visione del Paese, dello Stato, dell’Europa e della politica estera.
Le inquietudini sulla legge elettorale rendono evidente questa insufficienza. Se lo spettro di un pareggio politico spinge parte del Palazzo a ragionare su nuove regole del voto e sugli equilibri futuri del Quirinale, il punto non è demonizzare il confronto. In una democrazia matura discutere le regole è doveroso. Il rischio nasce quando la legge elettorale viene pensata, o finisce per apparire, come il surrogato della politica, una governabilità senza rappresentanza sociale, con istituzioni e società lette attraverso calcoli di Palazzo più che nel rapporto con il Paese reale. La domanda non è se trattare o non trattare con la destra di governo, ma quale democrazia costruire e quale blocco sociale rappresentare.
Se nel Paese esistono culture democratiche, cattolico-popolari, liberali, sociali, europeiste e riformiste che avvertono il rischio di una politica ridotta a propaganda, di una destra attratta da pulsioni sovraniste e di una democrazia sempre più plebiscitaria, la sinistra non può chiudersi nell’autosufficienza identitaria. Deve parlare anche a quelle culture, non per confondere i campi, ma per costruire un terreno programmatico comune. La chiarezza va esplicitata, dialogare con culture diverse non significa immaginare scorciatoie centriste o sostituzioni di alleanze con operazioni di vertice. Significa costruire una cultura egemonica socialdemocratica, liberale e costituzionale, senza smarrire il radicamento nel lavoro, nella giustizia sociale e nella rappresentanza dei più deboli.
Costituzione, Europa, Stato sociale, impresa responsabile, diritti e legalità democratica. La sinistra difende principi giusti, lavoro, pace, sanità pubblica, dignità della persona, democrazia. Eppure, fatica a trasformarli in piattaforma di governo ancorata alla vita reale. Spiega la complessità, ma non sempre dà l’impressione di poterla governare. Così la destra occupa il vuoto, non solo il campo della paura, ma quello dello Stato, dell’ordine, della protezione, della decisione. Guerre, migrazioni, inflazione, cyberattacchi, propaganda digitale e radicalizzazione arrivano nei quartieri, nelle scuole, negli ospedali, nelle stazioni, nei luoghi di lavoro. Dove la governance politica è più debole o confusa, diventano fratture, periferie senza servizi, liste d’attesa, salari erosi, scuole fragili, trasporti assenti, meno presìdi nelle strade. Producono insicurezza prima ancora di diventare questioni di ordine pubblico. La sicurezza non nasce dal Codice penale, ma per la tenuta complessiva di una comunità, dal rispetto della legalità e dalla fiducia nelle istituzioni. In questo si misura la cultura dello Stato democratico, nella capacità di interpretare la sicurezza non come riflesso della paura, ma come bene pubblico, funzione della democrazia e infrastruttura della cittadinanza.
Quando cedono sanità, scuola, casa, lavoro, trasporti e amministrazioni pubbliche, cresce una domanda di protezione da indirizzare verso la democrazia. Diversamente, sarà consegnata alla propaganda. Il modello sanitario è centrale: non è solo welfare, ma salario reale, cittadinanza, eguaglianza sostanziale. Se il pubblico non risponde e il cittadino deve pagare il privato, il suo reddito diminuisce. Se un lavoratore vive in una Regione con servizi peggiori e fiscalità locale più pesante, il suo stipendio vale meno. Il contratto nazionale resta uguale sulla carta, ma diventa diseguale nella vita. Lo stesso vale per la longevità. L’aumento dell’aspettativa di vita è una conquista della civiltà. Ma in una società che invecchia, fa meno figli e offre alle giovani carriere discontinue, quella conquista può trasformarsi in frattura generazionale. Le pensioni di domani sono un tema di sinistra, un diritto differito che dipende da lavoro, salari, welfare integrativo, natalità, formazione, casa, salute e sviluppo economico.
Serve una svolta culturale prima che politica. La sinistra deve tornare a pensare il Paese senza paura del Paese, lo Stato senza paura dello Stato. Non uno Stato minimo, abbandonato al mercatismo, o alla propaganda securitaria. Ma uno Stato presente, competente, capace di curare, proteggere, prevenire, coordinare e ridurre le diseguaglianze. Questo non significa negare mercato, impresa e libertà economica. Un Paese cresce se le imprese producono lavoro, innovazione e competitività. Il mercato regolato e orientato all’interesse generale è leva di sviluppo; lasciato a sé stesso produce squilibri, concentrazione della ricchezza e fratture territoriali.
Accanto all’impresa privata serve una rinnovata funzione pubblica per politiche industriali, energia, reti, tecnologia, sanità, scuola, casa, sicurezza democratica. In questo richiamo la lezione di Jacques Delors, competizione che stimola, cooperazione che rafforza, solidarietà che unisce. Le culture socialdemocratica, liberale e cristiano-sociale devono incontrarsi, non in un compromesso al ribasso, ma in una contaminazione alta. Un incontro da cui può nascere non una sommatoria parlamentare, ma un accordo programmatico di valore costituzionale, lavoro, impresa e sviluppo, welfare, sicurezza, Europa, scuola, casa, sanità, pensioni future e libertà civili. Non un patto verticistico o una manovra di centro, né un rifugio moderato contro il conflitto sociale. Ma una proposta capace di unire giustizia sociale e cultura di governo, protezione dei più deboli e responsabilità nazionale, libertà economica e interesse generale. Per costruire una nuova egemonia politica non basta un accordo elettorale.
Non basta attendere che la destra si perda nella propria paura. La sinistra deve dimostrare di saper governare la crisi sociale che l’Istat certifica e che quella paura alimenta. Deve dialogare con la cultura liberale e popolare guardando a un orizzonte programmatico, senza smarrire la propria vocazione alla giustizia sociale. Senza la costruzione di un nuovo blocco sociale più robusto, culturale e programmatico, la sinistra rischia di smarrire la propria responsabilità storica: dare rappresentanza politica al disagio sociale, trasformarlo in progetto democratico di sviluppo e sottrarlo alla paura, alla propaganda e alle torsioni plebiscitarie. Non una sinistra che rincorre la destra sul terreno della paura, ma una sinistra capace di contendere alla destra il bisogno di protezione, riconducendolo dentro una nuova idea di giustizia sociale, oggi inseparabile dallo sviluppo economico, dal lavoro e dalla dignità della persona. Così anche la sicurezza può tornare a essere sentinella delle libertà, nello spirito della Repubblica nata dalla Resistenza.
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