Master e commander. Il senso della destra italiana per l’autoritarismo

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ANSA

La proposta di legge elettorale della destra è una vera torsione degli equilibri democratici. Un altro tassello della via italiana al superamento delle democrazie liberali e del vincolo costituzionale nato alla fine del secondo conflitto mondiale con la sconfitta dei nazifascisti. Non è una riforma anche perché questo concetto nobile negli ultimi venti anni ha perso il senso che gli è proprio.

La nuova legge proposta dal governo Meloni non è una semplice modifica tecnica. È un atto politico che ridisegna il rapporto tra cittadini, Parlamento ed esecutivo. E lo fa in una direzione precisa: concentrare il potere, comprimere la rappresentanza, ridurre il pluralismo. In linea con l’offensiva illiberale che attraversa l’Occidente a suon di bombe e semplificazioni autocratiche. Dominio, capitalismo anarchico e feroce, ritorno del tempo della forza sono contesti internazionali coerenti con la forzatura elettorale in atto.

Non siamo davanti a un dettaglio procedurale. Siamo davanti a una scelta di campo.

La rappresentanza non è un inciampo da correggere, il principio costituzionale dell’uguaglianza del voto non è un orpello. È l’architrave della Repubblica. La Corte costituzionale ha già chiarito che premi di maggioranza eccessivi o sganciati da soglie solide alterano il principio democratico.

Qui il meccanismo è semplice: con una minoranza ampia ma pur sempre minoranza del Paese che si reca al voto, si può ottenere una maggioranza schiacciante in Parlamento.

Significa che milioni di voti diventano politicamente irrilevanti. Significa che il pluralismo viene sacrificato sull’altare della “governabilità”. Significa trasformare la rappresentanza in concessione, diritto di tribuna.

Ma la Costituzione fatta di pesi e contrappesi nasce proprio per impedire che una maggioranza contingente possa occupare stabilmente tutte le leve del potere. Costituzione rigida (dopo aver visto spolpare lo statuto Albertino), bicameralismo perfetto, tripartizione dei poteri, nascevano come costruzione storica dopo venti anni di dittatura, guerre coloniali, leggi razziali, guerra mondiale.

Anche l’introduzione del secondo turno tra coalizioni non è neutrale. È una lesione della forma parlamentare. Si vota formalmente per le Camere, ma politicamente per un capo. La semplificazione che stravolge gli equilibri costituzionali.

È un passaggio culturale prima ancora che giuridico: dalla democrazia parlamentare alla logica dell’investitura diretta. Una volontà che semplifica, polarizza, personalizza.

Non è un caso che in altri contesti europei questo tipo di trasformazione abbia accompagnato processi di progressiva verticalizzazione del potere. Se mettiamo insieme premio di maggioranza, possibile ballottaggio nazionale, riforme parallele che rafforzano l’esecutivo, come appunto vorrebbe il referendum sulla separazione delle carriere, il quadro diventa più chiaro. Con un unico grande obiettivo, arrivare di fatto ad una repubblica semipresidenziale.

Il Parlamento è il luogo del conflitto democratico, della mediazione sociale, della rappresentanza dei territori e delle minoranze. La democrazia agita e vissuta rappresenta un fatto sostanziale, che incide sulla qualità delle politiche pubbliche, del welfare, di quella che un tempo avremmo chiamato mediazione tra capitale e lavoro.

Un ulteriore profilo critico riguarda il principio di ragionevolezza e proporzionalità nell’assegnazione del premio di maggioranza. La giurisprudenza della Corte costituzionale ha più volte affermato che eventuali meccanismi correttivi del sistema proporzionale sono ammissibili solo se non determinano una compressione eccessiva della rappresentanza e se risultano funzionali a un obiettivo costituzionalmente apprezzabile, quale la stabilità governativa. Tuttavia, la combinazione tra soglia di accesso al premio, entità dei seggi attribuiti e possibile ballottaggio nazionale potrebbe produrre un effetto moltiplicativo tale da alterare significativamente il rapporto tra consenso elettorale e composizione delle Camere. In tal caso, si porrebbe un problema di compatibilità non solo con l’articolo 48 della Costituzione (uguaglianza del voto), ma anche con il principio di equilibrio tra rappresentanza e governabilità che la stessa Corte ha individuato come parametro implicito di legittimità delle leggi elettorali.

Per comprendere l’impatto concreto del meccanismo, si può ipotizzare il seguente scenario: una coalizione ottiene il 40% dei voti, mentre le altre forze si dividono il restante 60%. In un sistema proporzionale puro, quella coalizione avrebbe circa il 40% dei seggi. Con l’attribuzione del premio, potrebbe invece arrivare al 55–60% dei seggi complessivi, conquistando una maggioranza parlamentare autonoma. Ciò significa che una forza sostenuta da quattro elettori su dieci tra quelli che si recano alle urne eserciterebbe il controllo pieno dell’indirizzo legislativo e dell’azione di governo, mentre sei elettori su dieci si troverebbero complessivamente in minoranza parlamentare. L’effetto non è solo numerico ma sistemico: il differenziale tra consenso reale e rappresentanza effettiva si amplia fino a incidere sull’equilibrio tra principio maggioritario e principio rappresentativo. Una sorta di legge Acerbo (1923) un po’ meno sfacciata. In quel caso con il 25% dei consensi si otteneva il 75% dei seggi.

Nonostante il logoramento continuo e la costante delegittimazione le nostre istituzioni di garanzia sono ancora solide. Ma i sistemi democratici non crollano all’improvviso. Si piegano gradualmente, soprattutto grazie al senso comune, alle narrazioni tossiche sulla inutilità e la lentezza. Si svuotano nel tempo. Si trasformano attraverso leggi che sembrano tecniche e che invece ridisegnano l’equilibrio del potere.

Ogni concentrazione stabile di potere riduce gli spazi di conflitto sociale organizzato. Ogni premio sproporzionato rende più debole la voce di chi dissente. Ogni verticalizzazione restringe la democrazia partecipata. Già oggi i decreti sicurezza, le leggi liberticide, l’attacco violento alla magistratura, la riduzione degli spazi per manifestare indicano un modello di società che la destra incarna ad ogni latitudine.

La governabilità non può diventare l’ideologia che giustifica tutto. Una democrazia viva è pluralità, mediazione, negoziato paziente e virtuoso. Non può essere pura efficienza decisionale.

Scrivere la legge elettorale senza un consenso largo significa trasformare le regole comuni in strumenti di parte. E quando chi governa scrive le regole per favorire la propria vittoria, la linea tra legittimità formale e forzatura democratica diventa sottile.

La Repubblica non è un premio da assegnare alla coalizione vincente. È uno spazio comune da preservare. Per questo le regole del gioco sono importanti e non si stabiliscono a strappi.

Sono passati 80 anni dall’avvio dei lavori dell’assemblea costituente. Quelle donne e quegli uomini, diversi e distanti, costruirono la casa comune, l’idem sentire de republica.

Piero Calamandrei nel suo discorso sulla Costituzione del 1955 scriveva: “La nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di un lavoro da compiere”.

Bloccare un imbroglio di legge elettorale significa anche tenere a mente che il lavoro da compiere è ancora lungo. Per noi il compito della Repubblica è e resta quello di attuare forme di redistribuzione e giustizia sociale.