Per una rilettura civile della sicurezza come bene pubblico e infrastruttura democratica
Tra Stato di diritto e tentazioni securitarie, una rilettura civile della sicurezza come garanzia di libertà, diritti e coesione nella democrazia contemporanea.

ANSA
La riflessione che propongo non intende assumere la “sicurezza pubblica” come parola d’ordine identitaria né come scorciatoia emergenziale, ma come categoria costituzionale e civile, misura della qualità democratica, per la tutela effettiva dei diritti e condizione di fruibilità della libertà concreta. Ne consegue un criterio di lettura netto, che distingue la sicurezza come bene pubblico (garanzie, legalità, fiducia, responsabilità) dal securitarismo (paura come metodo) e dalla patologia del panpenalismo (la pena come surrogato della precarietà politica). L’orizzonte che qui si assume è quello dello Stato di diritto, proporzionalità nell’uso della forza, controllo pubblico dell’azione amministrativa, prevenzione e trasparenza, con piena agibilità del dissenso entro il perimetro non violento della democrazia costituzionale.
In questo senso, non è in discussione più sicurezza in astratto, ma una sicurezza migliore, più costituzionale, più verificabile, più responsabile. Il breve saggio che segue propone, in chiave critico-propositiva, una prima rilettura civile della Pubblica Sicurezza come fondamento delle libertà democratiche. Nel solco di Gramsci e Moro, la sicurezza è custodia della persona e della comunità, equilibrio tra forza e consenso, diritto e responsabilità, non semplice gestione dell’ordine, né retorica emergenziale. Dalla Resistenza alla società digitale, la Pubblica Sicurezza nel nostro ordinamento si configura come prisma di un bene pubblico complesso, capace di tenere insieme ordine pubblico, coesione sociale e garanzie costituzionali, tutela del lavoro e dei processi produttivi, infrastrutture strategiche, diritti e legalità.
In questa prospettiva, le Autorità di Pubblica Sicurezza e la Polizia di Stato, istituzioni civili a ordinamento speciale e non militare, diventano presidio repubblicano e indice della qualità democratica del Paese. Ne deriva una conseguenza decisiva, la sicurezza non è non può essere un capitolo separato della democrazia, ma una delle forme attraverso cui la democrazia mantiene le proprie promesse. È un campo da cui la sinistra dei nostri giorni non può sottrarsi, se intende rimanere fedele alla propria vocazione civile e sociale. La lettura che propongo resta ancorata alla vita quotidiana. Basta osservare, da un lato, l’impatto civile ed economico di un attacco informatico (ad esempio un’azione ransomware) che paralizzi un ospedale, un Comune o un gestore di servizi essenziali, un evento tecnico che diventa immediatamente emergenza sociale, incidendo su cure, lavoro, mobilità e fiducia pubblica. Dall’altro lato, la gestione dell’ordine pubblico durante manifestazioni di massa, quando lo Stato è chiamato a garantire simultaneamente il diritto di riunione e di dissenso e la tutela delle persone e dei beni contro infiltrazioni violente, saccheggi, intimidazioni o devastazioni organizzate. In entrambi i casi la sicurezza coincide, in senso proprio, con la continuità dei diritti, la libertà di curarsi, di lavorare, di circolare, di protestare senza essere esposti al ricatto dell’insicurezza o alla prepotenza della violenza. È qui che si misura la qualità repubblicana, nel proteggere i diritti senza trasformare la protezione in arbitrio.
La Pubblica Sicurezza quale fondamento della convivenza civile
L’evoluzione della civiltà politica italiana nel secondo Novecento, frutto del lungo ciclo del conflitto sociale, ha maturato un’idea di Pubblica Sicurezza non come mero apparato né come semplice tecnica di governo, ma come condizione originaria della libertà concreta. Una genesi che, in larga misura, affonda le radici nella rivoluzione civile e morale della Resistenza, la quale restituì al Paese la dignità di una comunità politica fondata sul rifiuto del totalitarismo e sulla rigenerazione democratica dei diritti individuali e collettivi, poi iscritti nell’orizzonte della Costituzione repubblicana e del suo costituzionalismo sociale. Quell’esperienza maturata dentro l’orizzonte culturale e politico europeo della prima metà del secolo scorso, dall’antifascismo continentale alle grandi elaborazioni del costituzionalismo sociale ha dato forma alla moderna società politica italiana, restituendo alla libertà una dimensione civile, partecipata e responsabile. È grazie a questo patrimonio storico e sociale che oggi possiamo dirci cittadini di una democrazia matura, mai definitiva, sempre chiamata a misurarsi con le proprie promesse, le proprie fragilità e le trasformazioni sociali e tecnologiche. Da quella sorgente è nata una civiltà politica che può e deve coniugare libertà e responsabilità, diritti e doveri, Stato e società.
Oggi, senza sicurezza, lo spazio pubblico si dissolve nel timore, la parola perde efficacia, il diritto diviene fragile, la politica si riduce a gesto contingente, mentre i partiti, sempre più chiusi in dinamiche interne e circuiti autoreferenziali, appaiono come contenitori svuotati perché hanno smarrito il radicamento nelle comunità vive del Paese e, con esso, la propria vocazione originaria di guida democratica, capace di interpretare i bisogni reali e trasformarli in progetto collettivo. La sicurezza, in questa prospettiva, non è materia che possa fondarsi su una cultura corporativa, ma costituisce l’infrastruttura della convivenza, la condizione che rende possibile la fiducia tra cittadini, istituzioni e corpi sociali, e che consente alla libertà di non tramutarsi in isolamento e alla pluralità culturale e religiosa di non degradare in conflitto permanente. Per questo la sicurezza non può essere né privatizzata (come privilegio) né ideologizzata (bandiera di parte) deve restare pubblica, misurabile, controllabile, al servizio di tutti, cioè democratica. Chi è più fragile ha più bisogno di sicurezza, perché l’insicurezza grava prima e soprattutto su chi dispone di meno difese sociali, culturali ed economiche. Una politica matura e progressista dovrebbe riconoscerlo, assumendo la tutela dei più deboli non come concessione, ma come misura del respiro vitale con cui evolve il proprio senso di civiltà. Eppure, proprio su questo punto, una parte della sinistra ha mancato l’appuntamento con la realtà, lasciando talora intendere di diffidare di tali bisogni, come se fossero estranei alla propria tradizione, invece di farsene carico e trasformarli in responsabilità politica condivisa.
Diversa, ma strettamente intrecciata, è la genealogia della moderna amministrazione della Pubblica Sicurezza e delle autorità preposte a garantirla attraverso il governo delle funzioni attribuite, in primis, alla Polizia di Stato. L’archetipo normativo e politico di questo assetto matura nel secondo Novecento, dentro le tensioni e le passioni civili generate dalla grande stagione del conflitto sociale e delle contestazioni che attraversarono il Paese e il mondo, stagione di progresso dei costumi, della cultura, della musica, dell’arte, delle battaglie per l’uguaglianza di genere e per l’ampliamento dei diritti. In quel terreno si struttura l’architettura del modello di sicurezza che conosciamo oggi, chiamato a tutelare l’ordine pubblico senza tradire la matrice dei principi costituzionali nati dalla Resistenza, custodendo insieme libertà e coesione sociale. È questo il punto, l’ordine, quando è democratico, non è l’opposto della libertà, ma una sua condizione di praticabilità. Qui si colloca la svolta riformatrice della legge n. 121 del 1981, che rese civile l’Amministrazione della Pubblica Sicurezza e ridefinì l’equilibrio tra autorità, cittadinanza e garanzie, segnando un passaggio decisivo nella maturazione democratica dell’ordinamento. In questa prospettiva genealogica, la sicurezza rivela la sua natura più intima, non mera gestione dell’ordine, ma garanzia di un Paese in cui la libertà personale, sociale ed economica possa prosperare sotto il primato della legalità, della proporzionalità, della prevenzione, dei controlli e della responsabilità pubblica propri dello Stato di diritto. Anche la libertà d’impresa, nelle sue forme più autentiche, domanda infatti un orizzonte sicuro e prevedibile, un mercato fondato sulla concorrenza leale, sulla legalità, sui diritti del lavoro e sull’equità sociale. Lo stesso dettato costituzionale indica che l’iniziativa economica è libera, ma non può svolgersi contro l’utilità sociale e la dignità umana, né recare danno alla sicurezza e alla libertà altrui.
Ne consegue che il liberalismo dei diritti non confligge con il liberalismo economico, al contrario, lo fonda e lo rende possibile. Senza diritti garantiti, libertà personali effettive, eguaglianza davanti alla legge, tutela della proprietà e dei contratti, imparzialità amministrativa e prevedibilità delle decisioni pubbliche, il mercato si deforma, la concorrenza si trasforma in rendita, la libertà d’impresa in privilegio, l’iniziativa in arbitrio. La sicurezza che lo Stato di diritto deve garantire non è un vincolo esterno alla società e all’economia, ma la sua infrastruttura, riduce l’incertezza, reprime corruzione e criminalità economica, assicura parità di condizioni, rende possibili investimenti e innovazione senza ricatti né scorciatoie. La qualità delle garanzie non limita l’impresa, la protegge dalla violenza, dall’illegalità e dalla distorsione oligarchica, restituendole un terreno equo di competizione. È in questa cornice che io leggo la grande tradizione della socialdemocrazia europea, essa non confligge né con il liberalismo dei diritti né con il liberalismo economico, perché ne costituisce il compimento civile. Se il liberalismo dei diritti fissa la grammatica della libertà e il liberalismo economico ne organizza la dimensione produttiva e creativa, la socialdemocrazia ne garantisce la praticabilità sociale, rimuovendo gli ostacoli materiali e riducendo le disuguaglianze che si trasformerebbero in dominio. Così la sicurezza è divenuta, insieme, eredità della liberazione democratica e prodotto della maturazione istituzionale della Repubblica nella seconda metà del secolo scorso, punto d’incontro tra la memoria della Resistenza e il governo moderno della complessità sociale ed economica e delle loro mutazioni. La funzione della sicurezza pubblica, in questa prospettiva alta e talvolta incompresa sia da un massimalismo involutivo ancora legato ad archetipi novecenteschi, sia dal qualunquismo politico contemporaneo, impone una rilettura della visione più autentica e ancorata ai grandi partiti di massa del Novecento e alle tradizioni intellettuali e morali che li hanno nutriti. Antonio Gramsci e Aldo Moro, pur da prospettive differenti, ricondussero la sicurezza pubblica a un’architettura di senso nella quale l’ordine non è sinonimo di repressione, ma custodia della persona e della comunità.
Per Moro la sicurezza è anzitutto garanzia posta a tutela di ogni essere umano dentro la comunità democratica, radicata nella centralità della persona e nel personalismo del sentire cristiano. Nel suo pensiero la sicurezza coincide con la tutela della dignità di ciascun cittadino, affinché ognuno possa compiere il proprio itinerario morale e civile in un orizzonte libero dalla paura, nel quale la legge non sia barriera ma protezione della fragilità umana. Dunque, oggi, la sicurezza, soprattutto in tempi di profonde trasformazioni sociali, si configura come punto di equilibrio tra pluralismo, multiculturalismo e unità nazionale, tra apertura e coesione, tra dinamiche globali e radicamento democratico. Per Gramsci, la sicurezza è l’esito di un’egemonia etico-politica dello Stato moderno, inteso come Stato integrale. Essa non consiste solo nell’esercizio legittimo della forza, ma nell’effetto di una egemonia riconosciuta, in cui la società civile avverte come proprio l’ordine che la governa. La sicurezza coincide così con la stabilità del consenso, poiché deriva da un’adesione profonda, educata e interiorizzata dal corpo sociale. Essa è anche coscienza storica, perché una comunità consapevole dei propri fini costruisce un ordine che non ha bisogno di alzare la voce attraverso politiche securitarie. Laddove prevale la sola coercizione, invece, emerge la debolezza endemica della politica, incapace di trasformare l’autorità in legittimità e l’obbedienza in partecipazione. Da qui discende una visione della sicurezza come patto di civiltà, che intreccia la tradizione cristiano-democratica con quella socialista e la cultura sindacale confederale italiana. La sicurezza non è solo ordine pubblico, ma tutela della persona, del lavoro, dei luoghi di produzione e delle comunità che attorno ad essi vivono. Nella società post-industriale, globale e tecnologica, questo orizzonte si amplia. Sicurezza significa anche protezione delle infrastrutture strategiche e della mobilità, delle reti energetiche e informative, dei territori industriali e dell’ambiente, sino alla cybersicurezza che diviene parte della stessa sovranità democratica. Questo ampliamento va però inteso con rigore, non come dilatazione retorica del concetto, ma come riconoscimento del fatto che, nel mondo contemporaneo, la vulnerabilità delle reti e dei servizi essenziali si traduce immediatamente in vulnerabilità dei diritti e della cittadinanza.
In questo quadro, anche la libertà d’impresa assume un compito più alto, partecipare alla costruzione di un ambiente sicuro e giusto, nel quale l’iniziativa economica non sia mai disgiunta dalla responsabilità sociale e dall’alveo dei diritti del lavoro. È una prospettiva che richiama, pur nella distanza storica, la lezione di filosofi come Kant e di pensatori civili come Norberto Bobbio, per i quali diritto e responsabilità sono condizioni di una libertà realmente universale. Ne deriva un orizzonte laico, che richiama un’antica traccia della riflessione di Sant’Agostino sull’unità e la dignità del genere umano. Perciò occorre superare resistenze culturali e pigrizie ideologiche, guardando alla sicurezza come a un ineludibile compito civile che la politica deve sostenere sul piano culturale e istituzionale. Nel solco di Gramsci e Moro, la sicurezza diventa statuto morale della Repubblica, non silenzio del timore, ma condizione della libertà di tutti. Una pace vigile, nella quale la persona si sa protetta e perciò responsabile. Così intesa, la sicurezza è lo spartito della convivenza civile, nella quale pluralità e giustizia si compongono in un’armonia fragile e sempre da riconquistare. È su questo crinale che, a mio avviso, Rinascita è chiamata a farsi laboratorio di una cultura della sicurezza pubblica non securitaria né panpenalistica, ma repubblicana, capace di tenere insieme giustizia sociale, libertà d’impresa, tutela del lavoro, protezione delle infrastrutture e dell’ambiente, difesa dei diritti collettivi, nella consapevolezza che lo Stato democratico vive della fiducia dei cittadini e non del loro timore. Solo così la sicurezza potrà restare ciò che deve essere, il fondamento discreto ma irrinunciabile di una libertà concretamente fruibile da tutti.
In conclusione, le Autorità di Pubblica Sicurezza e le Forze di Polizia devono essere messe in condizione di poter rendere alla collettività, attraverso il mantenimento dell’ordine pubblico, un servizio che costituisce un indicatore della qualità democratica del Paese e della sensibilità civile del suo sistema politico e di governo. In ciò risiede l’essenza della democrazia, che esige il giusto contemperamento tra libertà e legalità, cioè il diritto di manifestare liberamente il proprio dissenso nel rispetto delle libertà sancite dalla Carta e dei diritti altrui. La regola democratica non è comprimere la protesta, ma proteggerla, renderla praticabile e sicura, sottraendola tanto alla violenza quanto all’arbitrio. Nella consapevolezza che il dissenso, anche quando pienamente legittimo, deve restare non violento, non devastatore, non predatorio, perché la libertà degli uni non può farsi rovina della libertà degli altri. Il governo e la direzione dell’ordine pubblico, e con essi la credibilità dello Stato, si misurano proprio qui, nel saper garantire la più ampia agibilità democratica senza tollerare che la protesta degeneri in sopraffazione, intimidazione, saccheggio o violenza organizzata. È in questo equilibrio, severo e necessario, che la sicurezza pubblica rivela la sua natura più alta. Non un comando che schiaccia, ma una garanzia che protegge. Non una paura amministrata, ma una libertà resa possibile, comune e condivisa, perché la democrazia vive quando la forza è misura e la legge è tutela, non quando la paura diventa metodo.