Tra sinistra e mondo ebraico una nuova alleanza basata sul dialogo
Due popoli due Stati, no all’antisemitismo e critica a Netanyahu: solo distinguendo ebraismo e governo israeliano si può ricomporre la frattura tra sinistra e mondo ebraico.

ANSA
Hanno ragione Luciano Belli Paci nella sua intervista e Massimiliano Boni, entrambi su Rinascita, a lanciare l'allarme. Si sta consumando una divaricazione molto grave tra mondo ebraico e sinistra, non solo radicale, ma anche storica e più tradizionale. Un fenomeno che ha spinto all'indietro un lungo processo di riavvicinamento tra i due mondi, che si era sviluppato a partire dalla fine degli anni 80 con il chiaro ed inequivocabile riconoscimento da parte del Pci del diritto statuale di Israele, nel segno della linea due popoli due Stati.
Un dato politico rafforzato dal processo di pace inaugurato a Oslo nel 1993. Purtroppo naufragato nel luglio 2000 con l'ultimo Arafat e il suo diniego di uno stato cantonale palestinese, e prima ancora con l'assassinio di Rabin nel 1995, ad opera dell' estremismo di destra israeliano. Ne nacque un ciclo ventennale sanguinoso, con la radicalizzazione del conflitto, l'ascesa violenta di Hamas contro Fatah e moderati di Abu Mazen, e l'affermazione della destra israeliana, oggi ormai al terzo mandato con Nethanyau. Ciclo che ha reso ancor più tragica ed estesa la contesa. E Il tutto nel quadro del Trumpismo e della doppia guerra all'Iran, al culmine della massiccia reazione israeliana su Gaza seguita al massacro del 7 ottobre 2022.
Era pressoché inevitabile quindi che su questo sfondo generale si riaprissero antiche ferite e divisioni tra sinistra e mondo ebraico anche progressista e di sinistra, in ordine al giudizio sulla politica di Israele e al ruolo degli ebrei della diaspora, nonché al loro atteggiamento rispetto a Nethanyau e alla sua guerra di annientamento indiscriminato a Gaza e Libano. Insomma un riesplodere in grande della questione Israelo palestinese, nelle sue inevitabili connessioni con la questione ebraica in Occidente, e con la tabe dell' antisemitsmo, sotto la brace da millenni e sempre risorgente. Fino agli episodi di scontro tra sinistre e comunità ebraica in occasione dei cortei per la pace e per il 25 Aprile.
Occorre dunque assolutamente ricomporre questo rapporto tra sinistra e sinistre, e mondo ebraico. Da un lato per favorire la pace nel tormentato quadrante mediorientale, e dall'altro per contrastare in radice il riemergere dell'antisemitismo che inquina la civiltà democratica e può stravolgere anche le ragioni della sinistra. Delegittimando e dividendo a favore della destra, il suo blocco di consenso, su valori e principi di fondo: diritto dei popoli, tolleranza, lotta a suprematismo e xenofobia.
Da dove ripartire dunque? Innanzitutto da una seria profilassi culturale e politica, che sgombri il campo ancora una volta da equivoci e faccia chiarezza su punti dirimenti. Sui quali è auspicabile una necessaria e rinnovata convergenza tra sinistra e mondo ebraico. Ecco allora, per avviare il dialogo, tre questioni da cui ricominciare. In estrema sintesi: diritto di Israele, "genocidio", tema del sionismo. Sul primo punto va riaffermato con forza il diritto di Israele ad esistere come Stato-nazione, malgrado le possibili obiezioni sul dato etno nazionale di tale Stato, nato nel 1948. Ebbene, oggi resta un fatto da accettare, frutto della Shoah, migliorabile ma non cancellabile. Propugnare uno Stato misto binazionale è irrealistico, e alimenta equivoci estremisti da ambo i lati. Cancella infatti la prospettiva del diritto palestinese al proprio Stato, e radicalizza in senso reattivo e autoconservativo la posizione israeliana.
Quanto al genocidio il tema è più controverso. Non molti sanno che il giurista Raphael Lemkin, inventore della parola incorporata dall'Onu nel 1948, non avrebbe avuto difficoltà ad attribuirla ai massacri di Nethanyau. Perché nel suo "Il domino dell' Asse nell'Europa occupata" del 1944, egli definiva "genocidio" anche la distruzione politica e territoriale di un popolo, cioè quella della sua "anima", non solo quella biologica. Tale definizione più larga fu rifiutata all'Onu, per gli imbarazzi che essa procurava alle potenze coloniali e Imperiali in rapporto al governo delle diverse etnie. E dunque restò la lettura biologica nazista del "genocidio".
Nondimeno la versione di genocidio più larga di Lemkin è legittima: la nazione palestinese è oggetto di negazione e cancellazione. A Gaza e in Cisgiordania. Benché non vi sia estirpazione biologica intenzionale di tipo nazista. Tuttavia gli esiti rischiano di essere analoghi. Come anche la Corte penale internazionale ipotizza. Proponiamo dunque di adoperare un altro termine a riguardo, e cioè "etnocidio". Vale a dire, la cancellazione di fatto della identità culturale e territoriale di un popolo (non genetica) che già nel 1948 aveva subito una espulsione forzata e una diaspora con la nascita di Israele, il cui diritto era peraltro legittimo, sia in termini di preesistenze demografiche che in termini giuridici.
Infine, il tema del sìonismo. Anche qui ci vuole uno sforzo di equanimità e chiarezza, da ambo i lati della disputa. Il sionismo di Theodor Hertzl era una legittima aspirazione a uno Stato in Palestina, degli ebrei perseguitati in Europa, con radici liberali, cosmopolite e anche socialiste. Parte del socialismo marxista si riconosceva in esso, attraverso il Bund degli ebrei socialisti, salvo poi rompere con Lenin.
Vi fu pertanto un sionismo di sinistra legato ai kibbutz e ai sindacati, e un sionismo reazionario e di destra persino terrorista, minoritario, contro arabi e Gran Bretagna. Ma il sionismo è in origine progressista e liberale, e pertanto l'accusa di sionismo va espunta dalla polemica di sinistra, in comune come è tale accusa alla propaganda antisemita e nazista fin dai tempi del caso Dreyfus.
Altro è la giusta polemica contro le lobby israeliane in America, che usano equivocamente il termine sionista, come pure fa strumentalmente la destra suprematista israeliana, che invoca una Israele "sionista" dal Giordano al mare.
In conclusione. Su questi tre punti - diritto di Israele, etnocidio, sionismo e due popoli due Stati - deve essere possibile ricomporre la frattura tra ebraismo e sinistra. Sulla base della comune accettazione di un orizzonte ideale, coincidente con quei tre punti, intesi come stelle polari del dialogo. Resta da tradurre in pratica tutto questo, continuando a distinguere tra ebraismo e Stato di Israele. Il primo non risponde dei crimini dei secondo! E va valorizzata al massimo l'opposizione politica e civile in Israele a Nethanyau, per quanto minoritaria possa apparire in certi momenti. Al contempo va gestito il rapporto con le comunità ebraiche con la massima apertura e onestà intellettuale. Con queste discriminanti: no all' antisemitismo, no al vittimismo, no alla contiguità di alcun tipo con un finto sionismo in stile Nethanyau o Trump. Sì alla brigata ebraica nei cortei con le sue insegne di David nella Resistenza. Ma anche infine: bandire dai cortei ogni negazione dello stato di Israele in quanto tale, e ogni forma di antigiudsmo anti sionista e anti semita, dalla conversazione e dal dibattito pubblico. Dissociandosi con forza da ogni contestazione mirante a silenziare posizioni pur controverse o discutibili della "sinistra per Israele". Su queste basi e' possibile un dialogo rinnovato e una ricomposizione forte tra sinistra e Israele, che recuperi un grande patrimonio di ideali comuni. E che sbarri la strada a ogni deriva e utilizzo a destra sia della questione ebraica e di quella Israelo palestinese.
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