Intervista a Luciano Belli Paci: la sinistra deve distinguere tra Israele, Netanyahu e gli ebrei

ANSA
Il 25 aprile, da sempre luogo simbolico della memoria antifascista e della nascita della Repubblica, si conferma una data attraversata da tensioni, esclusioni e conflitti. Gli episodi di Milano e Roma, in occasione delle celebrazioni di quest’anno, riportano sotto i riflettori il dibattito sulla diffusione di un sentimento antisemita nel nostro Paese. In questo quadro, la sinistra italiana appare in difficoltà, stretta tra la necessità di mantenere una posizione netta sui diritti umani e il rischio di alimentare, anche involontariamente, dinamiche di semplificazione e colpevolizzazione collettiva. «Bisogna combattere questa associazione tra ebrei e governo di Israele – spiega Luciano Belli Paci – sono cose diverse. Ci sono tanti ebrei contrari ai crimini che commette il governo di Israele, tanti che fanno opposizione: andrebbero coinvolti e valorizzati, non aggrediti.»
Il 25 aprile ha riportato a galla in maniera dirompente il tema dell’antisemitismo. Tu percepisci una crescita di questo sentimento nel nostro Paese e all’interno della sinistra italiana?
Sì, percepisco un sentimento diffuso che presenta venature antisemite, più o meno consapevoli. Lo avverto con intensità crescente e, purtroppo, per parafrasare Elly Schlein, «lo avevamo visto arrivare». Per questo, negli ultimi anni, avevamo avvertito che, in assenza di una presa di posizione collettiva, si sarebbe potuti scivolare verso una deriva di questo tipo. D’altra parte, l’antisemitismo affonda le sue radici in una lunga storia: poggia su un substrato di antigiudaismo religioso stratificatosi nei secoli, cui si sono aggiunte le tante forme di antisemitismo dell’Ottocento e del Novecento. Non si tratta di fenomeni che possano semplicemente dissolversi. Sebbene, nel secondo dopoguerra, la rivelazione della Shoah abbia reso questi temi in larga misura tabù, era illusorio pensare che potessero scomparire del tutto. Rimane, piuttosto, una brace sotto la cenere che, nonostante il tempo trascorso, è stata riaccesa dagli eventi degli ultimi anni.
E perché sta riemergendo secondo te?
Certamente ha un peso enorme la tragedia che si sta consumando in Medio Oriente, insieme alle scelte del governo israeliano e alla conduzione della guerra, con azioni che appaiono chiaramente come crimini di guerra, come manifestazioni di disumanità. Io sono assolutamente schierato contro il governo israeliano e mi sento solidale, vicino ai compagni dell’opposizione israeliana, soprattutto a quella di sinistra. Non faccio sconti agli errori compiuti dal governo.
Detto questo, bisognava capire per tempo che estremizzare certi discorsi, senza mettere dei paletti chiari, avrebbe avuto un effetto inevitabile: quello di far riemergere un antisemitismo antico, latente. Ecco, il punto per me è questo: la vicenda che riguarda Israele — in cui vi sono responsabilità gravissime del governo — non può essere considerata la causa ultima dell’antisemitismo. Piuttosto, ha rappresentato l’occasione perché questo antisemitismo tornasse a manifestarsi e, in qualche modo, si sentisse persino legittimato a essere esternato.
Parli del fatto che le forze politiche progressiste dovrebbero mettere dei paletti per arginare possibili derive antisemite. Ma con quali strumenti, concretamente?
In questi anni abbiamo portato molti esempi. Ne ricordo alcuni. Quando è iniziato il fenomeno dei turisti israeliani individuati e allontanati da ristoranti o negozi, abbiamo detto subito: “attenzione, questa cosa non va bene, va detto chiaramente”, perché è prima di tutto una questione di civiltà. In Italia, per fortuna, abbiamo sempre avuto molto chiara la distinzione tra il singolo individuo e le responsabilità dello Stato. Non abbiamo mai attribuito al singolo straniero — ospite nel nostro Paese — le colpe delle scelte del suo governo. Non lo abbiamo mai fatto con nessuno. E allora non si capisce perché si debba iniziare proprio con gli israeliani. Niente. Poi abbiamo continuamente ricordato la necessità di evitare le ipersemplificazioni, quelle che riducono quel conflitto a uno scontro tra angeli e demoni, omettendo sistematicamente di considerare il ruolo di Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran. Quelle che scambiano per Resistenza condotte che nulla hanno a che vedere con la causa dei palestinesi, anzi mirano proprio a massimizzare le perdite palestinesi perché il “martirio” fa parte della loro ideologia. Niente. E abbiamo invitato a reagire alla demonizzazione del sionismo, all’uso del termine “sionista” come insulto o come sinonimo di ebreo. Niente. E abbiamo chiesto di evitare di confondersi, nelle manifestazioni, con quelli che inneggiano alla Palestina libera “dal fiume al mare”. Niente. Il punto è che chi avrebbe dovuto prendere una posizione netta, dirlo in modo esplicito e senza ambiguità, in molti casi non lo ha fatto. Lì, a mio avviso, è mancato un argine.
E perché oggi si sta producendo questo fenomeno? Cosa c’è di diverso rispetto al passato?
Credo che, rispetto al passato, ci sia un elemento in più, ed è il dilagare di un principio di colpa collettiva. Quando si eccede nella demonizzazione di Israele, il giudizio finisce per estendersi automaticamente. Si confonde il governo con il popolo, come se tutti avessero le stesse posizioni.
Se si crea l’associazione "Israele=mostro” allora tutti gli israeliani diventano automaticamente dei mostri. E di conseguenza se gli israeliani sono tutti mostri il collegamento che poi diventa inevitabile nella testa delle persone comuni è che gli ebrei sono tutti mostri. Perché se quello è lo Stato ebraico e i suoi cittadini sono dei mostri, gli ebrei collettivamente sono dei mostri. È un meccanismo pericoloso, che nasce proprio dal rendere collettive colpe che invece appartengono a scelte precise di un governo. Anche su questo, in molti abbiamo provato a dire: fermiamoci un attimo, distinguiamo. Un conto sono gli ebrei, un conto è il popolo israeliano, un conto ancora sono lo Stato e il governo di Israele. Ma queste distinzioni, troppo spesso, non sono state ribadite con sufficiente chiarezza.
Noi queste cose le abbiamo dette, nei contesti politici e associativi in cui interveniamo, ma non sono state ascoltate. E la cosa che colpisce è che in passato non era così. In situazioni analoghe, per marcare una posizione contro un governo o un regime, si cercava sempre il confronto con chi a quel regime si opponeva. Penso, ad esempio, a quando si organizzavano iniziative sul Cile: si invitavano gli oppositori di Augusto Pinochet, si costruiva un dialogo con loro. Ecco, basterebbe recuperare questo approccio anche oggi: coinvolgere le voci critiche interne, l’opposizione israeliana, per evitare quella deriva manichea per cui si finisce con il demonizzare Israele nel suo complesso, senza più distinguere tra governo, società e persone.
Negli ultimi anni, il 25 aprile sembra essere attraversato da tensioni crescenti, divisioni e provocazioni. Persino da episodi di intolleranza e di aperta violenza. Quali sono, secondo te, le ragioni profonde di questa difficoltà? Che riflessioni svolgi rispetto a un Paese che in fondo fatica a vivere questa ricorrenza come il fondamento di una autentica “religione civile” condivisa?
A Milano siamo sempre stati molto orgogliosi di essere riusciti, fino ad oggi, a mantenere una manifestazione unitaria per celebrare questa data. Cosa che in altre città non succede: si fanno due cortei, uno con la comunità ebraica e uno senza. Qui, invece, fino ad oggi si è mantenuto — a volte a fatica, ma saldamente — il principio di avere un momento unico e condiviso. Non so se questo avverrà anche il prossimo anno, dopo quello che è successo. Vorrei scongiurarlo, ma serve un impegno che per ora non sto vedendo. Più in generale, noi abbiamo da un lato una destra che non si è mai riconosciuta nel 25 aprile. A maggior ragione oggi, che è una destra guidata da Fratelli d’Italia e che rivendica radici che sono quelle del Movimento Sociale Italiano, quindi con evidenti nostalgie della destra fascista. E qui c’è stato un arretramento sia rispetto ai tempi di Forza Italia, che non era certo una meraviglia, ma dove comunque c’era stato uno sforzo: penso a Silvio Berlusconi che era andato a Onna a celebrare la Liberazione. E c’è un arretramento anche rispetto alla destra della stagione di Gianfranco Fini, quando si era visto un progresso reale, tanto da essere pagato con scissioni alla sua destra. Insomma, c’era stata una speranza di evoluzione, di maturazione in quella direzione, che invece è stata frustrata dal fatto che il partito della Meloni ha fatto passi indietro su questo piano.
Ma purtroppo abbiamo anche un problema a sinistra, e si è visto proprio in quello che è successo nella manifestazione di sabato scorso. Non è pensabile che il 25 aprile possa davvero diventare una festa in cui tutto il popolo italiano si riconosce, se c’è chi la considera una proprietà privata e si arroga il diritto di decidere chi è degno di partecipare e chi non lo è.
Dietro di noi, in corteo, c’era un gruppo di giovani di Forza Italia, poco più che ventenni. La mia reazione, quando li ho visti, è stata di sincera contentezza: finalmente anche Forza Italia, con i suoi giovani, viene a celebrare il 25 aprile. Io lo considero un fatto positivo, da accogliere con soddisfazione. Invece sono stati cacciati, esattamente come noi e insieme a noi, dal corteo, con insulti rivolti a Silvio Berlusconi e alla loro appartenenza politica. Questo è stato l’ennesimo segnale di una mentalità proprietaria, che non condivido. Qualcuno ci ha risposto dicendo che gruppi ebraici, come “Mai indifferenti” e LəA, non sono stati allontanati dal corteo. Ma che ragionamento è? Cioè, quelli che sono d’accordo con me possono sfilare liberamente ed essere rispettati, anche se sono ebrei? Il punto è esattamente l’opposto: devi rispettare chi non è d’accordo con te, non chi è d’accordo con te. Sfido che li rispetti, pensa, perfino se sono ebrei.
Restando al corteo: cosa pensi della presenza di bandiere che non sono direttamente riconducibili alla lotta di liberazione dal fascismo (non ci riferiamo, naturalmente, alla bandiera della Brigata Ebraica, parte integrante di quella gloriosa storia)?
Io partecipo al 25 aprile da sempre e, negli anni,** si sono viste bandiere di ogni tipo**. Per questo indignarsi oggi per una bandiera o per un’altra mi lascia un po’ perplesso. Ne abbiamo viste davvero di tutti i colori, quindi non capisco perché adesso si debbano fare distinzioni. Ho sentito criticare, ad esempio, la bandiera degli Stati Uniti, e mi sembra una critica fuori luogo. Al di là della foto di Donald Trump, che ovviamente non c’entra nulla, la bandiera americana non può essere considerata una provocazione. Basta girare per l’Italia per vedere quanti soldati americani sono sepolti nei cimiteri militari: hanno dato la vita per la Liberazione, e allora quella bandiera oggi non può stare in corteo? Certo, io personalmente non avrei portato la bandiera di Israele, e sono anni che discuto con la Brigata ebraica — che ha posizioni piuttosto di destra — proprio perché ogni volta le espone in corteo. Quest’anno erano poche, forse tre o quattro. Io non le avrei portate, ripeto, ma questo non può giustificare un’aggressione come quella che c’è stata. Possono essere contestate, fischiate, tutto quello che si vuole: fa parte della libertà di dissentire. Ma bloccare un corteo e costringere la polizia in assetto antisommossa a intervenire significa comprimere libertà costituzionali. A proposito di bandiere, vorrei aggiungere che tra i contestatori, ad esempio, c’erano persone con le bandiere dell’Iran degli ayatollah, che rappresentano un regime che ha ucciso trentamila oppositori in due giorni perché protestavano contro il governo. Quelle non sono state considerate una provocazione!
Anche al di là del 25 aprile, e tenendo conto del legame storico e identitario che ovviamente lega le comunità ebraiche italiane allo Stato di Israele, a tuo avviso la sua bandiera riesce ancora a essere percepita come pienamente rappresentativa alla luce delle scelte politiche del governo israeliano? Oppure oggi questo rapporto simbolico è inevitabilmente più complesso e meno univoco?
È una questione davvero complessa. Come dici, c’è un rapporto inevitabilmente affettivo e sentimentale con Israele: molti hanno parenti lì, hanno vissuto esperienze in Israele, sono in apprensione per quello che accade. Ma questo non significa affatto che ci sia un’identificazione con il governo israeliano. Questo è un grave errore che hanno fatto alcuni gruppi dirigenti di alcune, non di tutte, di alcune comunità ebraiche, in particolare quella di Milano, che hanno ripetutamente utilizzato toni che erano più adatti a un'ambasciata di Israele che a una comunità ebraica. E questo, naturalmente, non ha aiutato, perché ha finito per rafforzare, nella percezione comune, proprio quell’identificazione tra ebrei e governo israeliano che invece è sbagliata.
A Milano il presidente Walker Meghnagi assume spesso posizioni molto dure. Altrove è diverso?
Sì. Altre comunità — penso a Firenze, Bologna, Torino — hanno un atteggiamento molto diverso e riescono a evitare questo tipo di sovrapposizione. In ogni caso, dentro le comunità ebraiche ci sono posizioni molto varie, esattamente come tra gli israeliani. Vale sempre quel vecchio proverbio un po’ canzonatorio: “due ebrei, tre partiti”. È sempre stato così. Gli ebrei litigano molto tra di loro, sono divisi, hanno una dialettica molto vivace. Per questo si può essere tratti in inganno da alcune esternazioni, soprattutto quando arrivano dai vertici. A Milano il presidente è Walker Meghnagi, che ha posizioni sicuramente molto orientate a destra e molto filo-governative, ma questo non significa affatto che tutti gli ebrei si riconoscano in quelle posizioni.
E come mai, spesso, le posizioni più critiche faticano ad emergere?
A volte è più un riflesso protettivo: nel momento in cui si percepisce intorno un clima di ostilità o un atteggiamento ipercritico, scatta una reazione uguale e contraria, quasi di chiusura, con un atteggiamento che appare acritico. Però, quando poi parli con le persone in modo più libero, quando non sentono questa necessità di fare muro rispetto a una minaccia esterna, ti accorgi che la realtà è molto più articolata. Anche questo è un tema complicato, perché qui c’è un errore di fondo: una sorta di “patriottismo” per cui si pensa che le critiche non vadano mostrate all’esterno. Ma è una logica controproducente, perché finisce per schiacciare l’immagine degli ebrei su una posizione unica, filo-governativa, che in realtà non corrisponde affatto alla pluralità delle opinioni esistenti.
Dal quadro che delinei possiamo dire che ci sia una frattura preoccupante tra una parte dell’opinione pubblica e della società italiana e le comunità ebraiche. Quali percorsi vedi possibili per ricomporre questa frattura e ricostruire uno spazio di riconoscimento reciproco?
Non c’è una ricetta miracolosa, né una soluzione unica. Però bisognerebbe tornare a parlarsi, a tutti i livelli. E soprattutto fare l’opposto di quello che sta accadendo oggi: servirebbero gesti chiari, anche simbolici, da parte di dirigenti politici autorevoli, di intellettuali riconosciuti, capaci di dare un’indicazione in controtendenza. Viviamo un periodo in cui il complottismo — la “cupola ebraica”, gli stereotipi più biechi dell’antisemitismo — si diffonde a macchia d’olio. La differenza è che fino a due anni fa, chi pubblicava un post del genere veniva sommerso di critiche. Oggi no: prende like, riceve consenso. E allora bisogna rispondere con gesti esemplari, con prese di posizione nette da parte della politica e della società civile che dicano chiaramente: questo è sbagliato. Gli esempi li ho già fatti, ma se ne potrebbero fare molti altri.
Ad esempio? Ad esempio, noi abbiamo sempre espresso critiche precise verso Israele, ed è giusto farlo, perché Israele commette crimini di guerra. Però abbiamo anche chiesto di fermare l’abuso del termine "genocidio” perché è parte di un ragionamento malato. Non è che quella parola sia “proprietà” degli ebrei, ci mancherebbe: il genocidio l’hanno subito gli armeni, i cambogiani e altri ancora. Il punto è un altro: questa ossessione di ripetere “genocidio” dieci volte al giorno si vede solo in questo caso, fronte a tante altre guerre che hanno dieci volte le vittime di questo conflitto.
Perché secondo te?
Perché, sotto sotto, riemerge quel sentimento di cui parlavo prima, un antisemitismo antico. Anche su questo abbiamo cercato di lanciare un allarme: guardate che da lì passa un meccanismo mentale per cui c’è questa bella soddisfazione di dire, "ah ecco, ci hanno rotto le palle con il loro genocidio per decenni e adesso glielo diciamo noi, voi siete i genocidi”. Era chiaro che il meccanismo era quello, non è che ci volesse il mago della psicologia per capire che passava da lì un ribaltamento che finisce per legittimare un sentimento antisemita latente. E poi bisogna anche tenere conto di un fatto: non si può parlare sempre come se ci si trovasse in un cenacolo di intellettuali. Chi comunica, soprattutto in televisione o sui social, deve sapere che il pubblico è composto in larga parte da persone che semplificano, che assorbono i messaggi in modo diretto. Un messaggio, una volta lanciato, funziona un po’ come la pubblicità: viene interiorizzato e poi si trasforma in un'altra cosa. Ecco, sto facendo esempi negativi perché, dopo anni in cui abbiamo provato a indicare una strada diversa senza essere ascoltati, oggi siamo un po’ arrivati al limite. Ma il punto resta: serve qualcuno che a un certo punto si fermi e dica “attenzione, si è superato un limite, bisogna rientrare”. E questo non vuol dire rinunciare alle critiche, né essere indulgenti o edulcorare la realtà. Vuol dire semplicemente riconoscere che, oltre una certa soglia, certe parole e certi toni producono effetti che rischiano di diventare pericolosamente reali.
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