Sinistra e mondo ebraico: una frattura definitiva?

Dal conflitto a Gaza alle tensioni del 25 aprile, il rapporto tra sinistra ed ebrei italiani attraversa la crisi più profonda dal dopoguerra. Una frattura politica, storica e culturale da ricomporre con il dialogo

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ANSA

L’immagine di un giovane ebreo romano che il 25 aprile punta un’arma ad aria compressa contro una coppia diretta alla festa per la Liberazione, probabilmente scegliendoli perché avevano un fazzoletto dell’Anpi al collo, segna in modo drammatico il momento più basso da quarantaquattro anni a questa parte nei tormentati rapporti tra la sinistra italiana e gli ebrei del nostro paese. La vicenda, al di là degli aspetti giudiziari, ha un impatto dirompente sul piano politico, mostrando come il 25 aprile sia ormai l’ipocentro della frattura tra sinistra e mondo ebraico, una frattura che fa sì che a Roma, sede della più antica comunità della diaspora europea, da anni gli ebrei festeggino la liberazione dal nazifascismo da soli, mentre a Milano la Brigata ebraica, che a ogni ricorrenza subisce fischi e ostilità diffusa, per la prima volta sia stata costretta a lasciare il corteo, sotto insulti che hanno registrato accenti espressamente antisemiti.

Ora, è evidente che la guerra asimmetrica a Gaza avviata dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, con i bombardamenti israeliani massicci e indiscriminati e la gravissima crisi umanitaria che ne è seguita, le violenze ormai sistematiche in Cisgiordania, e in generale la “guerra permanente” promossa da Netanyahu almeno fino alle prossime elezioni politiche autunnali, ha alimentato un sentimento di ostilità di buona parte dell’opinione pubblica italiana e della quasi totalità di quella di sinistra, in particolare nelle generazioni più giovani. A ciò vanno aggiunte almeno altre due considerazioni.

La prima è che il governo di Tel Aviv è, insieme agli Stati Uniti di Donald Trump, la punta più avanzata di quel tentativo smaccato in Occidente di riscrivere le regole delle relazioni internazionali, diffondendo “emozioni antidemocratiche” e travolgendo il sistema del multilateralismo costruito dopo il 1945, un sistema basato su condizioni di reciprocità, sia pure tra blocchi, su organismi internazionali dai caratteri giurisdizionali e, dalla metà degli anni Ottanta, sul disarmo nucleare. La seconda è che la destra di Giorgia Meloni, fino alla rovinosa sconfitta referendaria di marzo, ha sempre rivendicato la partecipazione a questo blocco politico di destra, che ha ripercussioni gravi sul futuro dell’Unione europea.

Il risultato è che oggi Israele è considerato a sinistra un avversario, se non un nemico. È una convinzione quasi senza appello, che porta moltissimi in quel campo a usare termini estremi come “genocidio” e “apartheid” per descrivere la guerra a Gaza o la politica degli insediamenti in Cisgiordania. Eppure, a fronte di una convinzione così radicata, vorrei provare a indicare i motivi per cui la questione del rapporto tra sinistra, Israele e mondo ebraico è più complessa e più difficile da interpetrare.

Come si orientano gli ebrei italiani?

Chi scrive è un ebreo convintamente progressista, che sostiene le profonde ragioni storiche e politiche che portarono nel 1948 alla nascita dello Stato d’Israele, una nazione del tutto legittima per il diritto internazionale, fondata da una generazione di sionisti socialisti (ricordo tra questi Enzo Sereni, morto a Dachau nel 1944 e stretto collaboratore di Ben Gurion), molti dei quali scampati alla Shoah. Un Paese sorto in una terra dove, secondo gli stessi criteri che gli attribuirono e gli attribuiscono il diritto di esistere, si attende da troppo tempo la nascita di uno Stato palestinese.

È da questa prospettiva, di chi giudica il governo israeliano attuale come il peggiore mai avuto in quel Paese, che avverto oggi come grave il peso e il dolore di una lacerazione, quella tra la sinistra e l’ebraismo italiano, che non sembra sia possibile suturare, e che anzi i fatti accaduti lo scorso 25 aprile paiono certificare come definitiva. Numerose e profonde sono le ragioni di tale separazione.

Nell’ebraismo italiano da molto tempo il baricentro politico delle istituzioni che lo governano si è spostato a destra. A Roma e Milano – le due comunità che insieme raccolgono circa l’80% degli ebrei italiani – governano da anni giunte conservatrici. A Milano il presidente Meghnagi, che denuncia il vertice dell’Anpi di antisemitismo, è amico di famiglia del presidente del Senato, il quale anche quest’anno ha reso omaggio ai repubblichini di Salò, di fatto equiparandoli ai partigiani. A Roma l’avvicinamento tra la destra e la comunità è cominciato sotto la giunta Alemanno e si è completato con il governo di Giorgia Meloni, ricevuta in visita ufficiale da poco insediata a Palazzo Chigi, alla fine del 2022. Oggi, a parte la senatrice a vita Segre, l’unica parlamentare ebrea eletta siede tra le fila di Fratelli d’Italia. E se il governo dell’Ucei – l’Unione delle 23 comunità ebraiche italiane – in passato è stato guidato da figure intellettuali di spicco, come Tullia Zevi e Amos Luzzatto, orientate nel campo progressista, tale profilo si è molto attenuato nei loro successori. Attualmente, la neo presidente Livia Ottolenghi, eletta nelle fila di una lista erede di altre storicamente radicate nella sinistra, esprime una governance moderata, frutto di un compromesso che l’ha messa alla guida di una coalizione formata anche dalle liste più apertamente conservatrici.

Numerose e profonde sono le ragioni che hanno portato gli ebrei italiani, nell’arco di una generazione, a questo cambiamento. In quanto italiani, anche gli ebrei del nostro paese hanno vissuto la lunga stagione berlusconiana, rimanendone influenzati. La svolta di Gianfranco Fini, che nel 2004, a Gerusalemme, definisce il fascismo come “male assoluto”, ha rotto il limite fino a quel momento invalicabile che separava l’ebraismo italiano dalla destra più radicale (un limite creato dalle leggi razziali del 1938, visto che fino a quel momento molti erano stati gli ebrei, al pari della maggioranza degli italiani, che avevano sostenuto il fascismo). C’è infine da considerare, inevitabilmente, il conflitto mediorientale.

Con la seconda intifada, tra il 2000 e il 2005, caratterizzata da una serie di attentati terroristici palestinesi (che provocano circa 700 morti civili israeliani), seguita all’assassinio di Yitzhak Rabin per mano di una fondamentalista ebreo nel 1995, Israele inaugura la lunga stagione dei governi di destra. Ariel Sharon (2001-2005), Ehud Olmert (2006-2009), Naftali Bennet (2021-2022) e soprattutto Benyamin Netanyahu (1996-1999; 2009-2021; 2002-in corso) rigettano, o comunque rinunciano, agli accordi di pace firmati dal governo Rabin-Peres con l’Autorità nazionale palestinese ad Oslo e ratificati a Washington (1993). Israele abbandona la possibilità di una soluzione politica e condivisa del conflitto mediorientale, anche perché nel campo palestinese la fine della lunga e controversa leadership di Yasser Arafat (presidente dell’ANP dal 1996 al 2004) produce elezioni che separano Gaza, evacuata da Sharon nel 2005, dalla Cisgiordania, e la consegnano da allora all’organizzazione terroristica di Hamas, braccio armato dell’Iran, che ne fa un avamposto per muovere azioni terroristiche contro Israele, dando vita a periodici conflitti, fino all’attacco del 2023.

L’influenza delle vicende mediorientali, combinata con gli sviluppi della politica italiana, ha avuto dunque un effetto determinante per orientare la collocazione politica degli ebrei italiani, una comunità millenaria ma numericamente irrisoria (meno di 30.000 ebrei in tutta Italia) e demograficamente in calo, per questo in difficoltà a far sentire voci dissonanti rispetto a quanto accade in Israele. Il risultato è che gli ebrei italiani da oltre vent’anni vedono in Forza Italia e oggi ancor di più in Fratelli d’Italia (e, in misura minore, nella Lega di Salvini) gli interlocutori ideali per ottenere sponde a tutela di Israele e della loro stessa incolumità, a fronte del forte aumento dell’antisemitismo. Sembra così confermata la tesi di Yosef Yerushalmi, ossia che gli ebrei della diaspora hanno storicamente sempre cercato protezione rivolgendosi alle classi di governo più alte (l’imperatore o il papa, in età medievale; le varie monarchie europee, in età moderna; i governi eletti nei paesi di residenza, in età contemporanea) per ottenere un reciproco vantaggio. A seguire tale schema, l’appoggio fornito dalla destra italiana a Netanyahu in questi anni ha avuto il suo compenso: sono molte le figure all’interno delle istituzioni ebraiche che hanno fatto da “garanti” del percorso intrapreso da Fratelli d’Italia e da Giorgia Meloni per legittimarsi davanti all’opinione pubblica, anche internazionale, sul fronte dell’antisemitismo e contro le accuse di nostalgia per il passato missino.

Contro gli stereotipi culturali a sinistra

C’è però anche un altro fattore che ha determinato questa intesa, tutt’ora molto salda, tra gli ebrei italiani e la destra; un fattore che ha a che vedere con le scelte della sinistra.

Mi sembra che questo sia un tema che a sinistra si ha difficoltà ad affrontare, o che viene risolto troppo sbrigativamente, spesso negato. Eppure sono molti gli studi (Luzzatto Voghera, Nicolucci, Riccardi, Schwarz e Marzano, Tagliacozzo, Tarquini) che si sono interessati all’approccio della sinistra al conflitto tra Israele e palestinesi. Un approccio che, tranne brevi stagioni, risente spesso di una lettura novecentesca, ispirata alla guerra fredda o comunque terzomondista, su cui negli ultimi anni si sono innestati orientamenti ideologici nuovi (Illouz). Per questo approccio Israele, partner strategico degli Usa, è visto di volta in volta come un avamposto imperialista, ostile al blocco sovietico, che aveva nell’Egitto e nella Siria i propri alleati in Medioriente; o, ancora, uno Stato coloniale, innestato dall’Occidente a forza in un’area in cui la presenza ebraica viene sottostimata o negata, che pertanto si imporrerebbe ancora oggi con la violenza contro la popolazione palestinese, quale vittima inerme; o, da ultimo, sarebbe l’emblema del dominio post-colonialista dei paesi ricchi e bianchi contro il resto del mondo, la dimostrazione che se il colonialismo si è esaurito come realtà storica, si è conservato come ideologia.

Alla ricerca della propria identità post 1989, la sinistra europea, influenzata dai post colonial studies nati nei campus americani, sembra pervasa da una “deriva identitaria” (Roudinesco) che la porta a sposare tesi decostruzioniste, in cui la ricerca del “più debole” da rappresentare e difendere produce una parcellizzazione della società e impedisce di continuare a promuovere ideali universali di pace, uguaglianza e giustizia (Illouz, Heinich, Neiman), estromettendo gli ebrei dalla comunità progressista, in quanto bianchi e oppressori. Sia come sia, queste letture – non del tutto immuni da un implicito antigiudaismo, che l’Europa non ha mai del tutto rigettato – convergono nel descrivere il conflitto in corso come uno scontro binario, tra forte e debole, tra sfruttatore e sfruttato, in un approccio “orientalista” (Said) che vede in modo stereotipato il mondo palestinese e arabo, arrivando a teorizzare un rapporto capovolto tra carnefice e vittima, per cui gli israeliani avrebbero assunto i panni del criminale nazista. Il giudizio smette di essere politico e slitta di piano, divenendo quasi ontologico. Tra gli ebrei italiani che oggi si sono sempre collocati a sinistra la reazione è stata diversa: ad esempio, alcuni hanno utilizzato l’arena pubblica e il loro ruolo in essa per dichiarare la totale adesione alle accuse mosse a Israele; altri, considerando impossibile la ricomposizione del conflitto, hanno cercato altrove – al centro o a destra – il partito cui indirizzare il proprio consenso; una terza reazione, infine, è quella di chi, pur restando nel campo progressista, avverte un “tradimento” e soffre un forte isolamento politico, talvolta anche umano, rispetto ai compagni di una vita.

Si tratta di una lacerazione rinnovata, le cui origini risalgono al passato. Nel 1982, l’invasione israeliana del Libano produsse una contrarietà che tracimò anche allora ben oltre la critica politica, tingendosi di un estremismo che funestò quell’anno con l’attentato al Tempio maggiore di Roma per mano palestinese, con la morte di un bambino e il ferimento di circa 40 persone, cui il mondo culturale, sindacale e politico a sinistra offrì un cordoglio troppo tardivo e troppo grossolano per poter essere accettato.

Non c’è però solo questo. Ci si potrebbe chiedere se in questa contrapposizione non giocano anche altri fattori, più contingenti. Ad esempio, un habitus mentale indotto da oltre quattro anni di guerra (se consideriamo anche quella tra Ucraina e Russia) che legge le crisi in termini di schieramento, proprio come se la guerra fosse entrata nelle nostre vite quotidiane e ci imponesse di combattere, non di ragionare. Oppure, il fatto che, avvicinandosi le prossime elezioni politiche, entrambi i poli temano di non riuscire ad ampliare i propri consensi, e così preferiscano avallare o tollerare una lettura radicale, sia pure espressione di una minoranza, nella speranza di trattenerne il voto.

È possibile riaprire un dialogo tra sinistra e mondo ebraico?

Se questa è la situazione, ci si deve chiedere se sia possibile la riformulazione di un giudizio, non certo su Netanyahu e il suo governo, ma su Israele e sugli altri attori che operano in Medioriente. Non è facile. Al momento la polarizzazione appare infatti estrema. Se il mondo ebraico esprime la convinzione che a sinistra si trovano solo nemici, e nutre sentimenti di profondo rancore, nella sinistra l’identificazione tra Netanyahu e il suo governo con tutto Israele e la sua popolazione sembra un dato scontato. Assecondare gli umori più ostili a Israele è la tentazione di chi abita una comfort zone che assicura il massimo consenso. Restare in questo dissidio, addirittura alimentarlo, chiude la partita ancora prima di provare a giocarla: sinistra ed ebraismo sono destinati a volgersi le spalle definitivamente.

È uno scenario rischioso. Mentre è in corso la riscrittura delle relazioni geopolitiche, dei mercati, del rapporto tra autorità e libertà (Cacciari e Esposito, De Carolis, Segre) è opportuno in generale che una coalizione di sinistra possa affidarsi a un criterio ermeneutico basato sul linguaggio politico binario? È possibile proporsi come una classe dirigente matura se non si ha la capacità di individuare e interpetrare la complessità del reale? Nel disordine mediorientale, sarà sufficiente accontentarsi di denunciare il radicalismo di Netanyahu e Ben Gvir? È una scelta saggia ignorare il forte movimento di opposizione civile che in tutta Israele si manifesta da anni, dapprima contro la riforma della giustizia, poi contro la guerra indiscriminata a Gaza? Si poteva fare di più per leggere le complesse dinamiche della politica israeliana e sostenere le forze che difendono la democrazia da ogni trasformazione autocratica? Anche sul piano interno servirebbe uno sforzo maggiore. Invece di invitare, come è stato fatto, gli ebrei a schierarsi contro Israele, si potrebbe cercare un dialogo per comprendere che la realtà, dentro e fuori le istituzioni ebraiche, è più articolata di come appare all’esterno (ricordo che di recente la presidente Ucei ha cercato il confronto con l’Anpi).

Naturalmente il dialogo va praticato in due. Il confronto, se promosso, mostrerebbe asprezze e incomprensioni. Non sono poche, da entrambe le parti, le voci che premono per confermare e cristallizzare la rottura. Eppure varrebbe la pena di tentare un confronto, che non nasconda il disaccordo, ma che sia aperto all’ascolto delle ragioni dell’altro.

Sarebbe bene che le classi dirigenti delle forze progressiste fossero più consapevoli di quanto la storia dell’ebraismo italiano sia intrecciata con i valori e le battaglie della sinistra, se è vero che dei nove ebrei eletti all’Assemblea costituente due sedevano nei banchi dei repubblicani, tre in quelli dei socialisti e quattro tra i comunisti. E che altri ancora certamente vi sarebbero entrati, come ad esempio Eugenio Curiel e Emanuele Artom, ma furono impediti a farlo dalla morte causata dalla mano nazifascista. A proposito del 25 aprile, va infatti ricordato che, a parte il contributo della Brigata ebraica, essenziale fu l’apporto di centinaia di ebrei italiani che fino al 25 aprile 1945 combatterono nelle fila partigiane.

Da allora ci separano circa ottant’anni. Dimenticare le proprie radici e le tante storie e culture intrecciate ad esse non è un buon segnale. Per questo, credo che la sinistra non possa rinunciare al contributo che molti ebrei italiani hanno dato, e danno, a quella cultura e a quella tradizione.

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