L'onda civica

Dal municipalismo ai beni comuni, dalle reti civiche alla partecipazione: nelle città prende forma una nuova energia politica capace di contrastare isolamento, destre e disgregazione sociale.

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ANSA

L’aria delle città rende liberi, stadtluft macht frei, scrivevano negli Statuti comunali medievali i cittadini di quel tempo. Soprattutto nell’area del Sacro romano impero dove un servo della gleba poteva ottenere la libertà trasferendosi in una città e vivendoci per un certo periodo. Guardare alla dimensione nazionale dal punto di vista delle municipalità, delle comunità locali, delle preziose esperienze di governo di prossimità non è una sottrazione, bensì utilizzare altri occhi, un altro punto di vista, uno sguardo diverso che potrebbe arricchire la coalizione del campo largo, non per via politicista ma valorizzando ciò che si coagula localmente intorno alla centralità dei beni comuni, della democrazia partecipativa.

Le forme politiche e non solo fanno fatica a riaffermarsi in un contesto in cui tutto diviene liquido, a volte gassoso, e tutto rimpalla sulla dimensione social. Dimensione evidentemente fondamentale per costruire visibilità e narrazione, tuttavia consapevoli di quanto poco libero è l’algoritmo, il flusso delle informazioni, lo scrollo. Una dinamica che di neutrale non ha nulla perché decisa da piattaforme che fanno business inducendo comportamenti, bisogni, desideri, reinvenzione costante delle nostre vite, dei corpi. Che investe massicciamente sulla solitudine e l’isolamento perché moltiplicatori di mercati, opportunità a favore della bioeconomia globale che si muove sopra di noi, sopra gli insediamenti umani.

Bioeconomia e torsioni autoritarie che svuotano la dimensione pubblica da funzioni di servizio, welfare e redistribuzione e trasformano la statualità in presidio etico di sorveglianza e controllo. In cui ciò che è vero si confonde con il verosimile e con ciò che è falso, creando una confusione che genera ansia e disorientamento.

Abbiamo diversi modi di affrontare questa specifica forma di capitalismo brutale, incapace persino di immaginare la mediazione con il lavoro, che orienta e viene utilizzato in una convergenza totale con le leadership mondiali della destra più estrema.

Certamente abbiamo le battaglie globali per riaffermare un mondo di pace, di convivenza pacifica, organizzata intorno a regole di diritto internazionale condivise. Così come il contrasto generale al razzismo, al patriarcato, alla logica della guerra, ai discorsi d’odio, al nazionalismo, all’omofobia. E certamente il riferimento alla Costituzione riscoperta giovane e forte.

Occorre scoprirci internazionalisti, pronti a batterci contro gli sfregi che l’amministrazione americana e quella israeliana stanno imponendo al mondo con una violenza senza precedenti, suprematista, coloniale, rivendicata, ostentata, senza vergogna. Internazionalisti ed europeisti, coscienti fino in fondo dei limiti e delle fragilità dell’Unione incapace di contrastare e negoziare adeguatamente con la Russia di Putin.

Ma questo nostro mondo possibile, per non somigliare ad una evocazione morale ha bisogno di atterrare, di farsi carne e sangue, vita, materia. Abbiamo bisogno di costruire luoghi, spazi di socialità, casematte, in cui affermare la potenza delle forme collettive, delle esperienze comuni, di rompere l’isolamento delle persone proponendo una agenda vitale, ricca di occasioni capaci di sviluppare consapevolezza, appagamento, crescita umana. Luoghi e occasioni per trasformare i cittadini in protagonisti e non solo in spettatori, tifosi inermi delle contese per la leadership. Nel vuoto che produce la “verticale” tra leader e popolo disperso vince la destra. Noi abbiamo necessità di costruire i “pieni”, come pieno di intensità emotiva è stato questo 25 aprile in tutta Italia.

Abbiamo bisogno dell'intelligenza, dell'esperienza di tutti ed ognuno. Abbiamo bisogno di ingaggiare una domanda potenziale di partecipazione rimasta inerme per anni e apparsa di nuovo sulla scena politica con le mobilitazione femministe, ambientaliste, a fianco della Palestina martoriata, contro la guerra e nel voto referendario. Abbiamo bisogno di azioni concrete per la sicurezza, soprattutto nelle periferie urbane, dove mancano politiche di inclusione, presidio e controllo. E nell’assenza della mano pubblica possono scatenarsi vere e proprie guerre tra poveri.

Questo coagulo non può che avvenire nelle città, negli spazi civici, nei progetti locali, nelle vertenze per la qualità dell’abitare, nei presidi sociali e ambientali, nella incubazione di nuove forme di comunicazione, creatività, attivismo culturale. C’è un mondo fuori di noi pronto a dare il propri contributo in maniera attiva, fortemente motivato. Questo mondo, sul piano locale, spesso si organizza fuori dalla rappresentanza istituzionale, o trovando le proprie forme di auto rappresentanza oltre le esperienze dei partiti tradizionali. Liste, movimenti, convergenze tra mobilitazioni e ambito istituzionale.

Un mondo che non è contro la politica, è diffidente verso le forme chiuse, proprietarie che talvolta assumono le forze politiche scendendo per i rami. Vere e proprie storture di cui, prima o dopo, dovremmo occuparci.

Di queste esperienze vitali è pieno il Paese. Dalle grandi città, alle realtà minori. Sindaci, consiglieri, assessori, comitati, singole intellettualità, giovani attiviste e attivisti, protagonisti sul piano locale, capaci di politiche trasformative o di resistenza nel loro contesto che non riescono a dare un contributo organico al cantiere nazionale del campo largo.

In questo senso il civismo, il municipalismo non possono essere schiacciati verso forme di trasformismo neo centrista. Sarebbe un fraintendimento e un errore imperdonabile. Esiste, in questi mondi, una spinta radicale formidabile, valoriale e programmatica; le persone che animano questo ambito si muovono dentro un criterio di motivazione e gratuità che nulla ha a che vedere con eventuali evoluzioni di carriera di quelli che si muovono costantemente tra rottamazione e riciclo. Sono lontani mille miglia da questi approcci.

Nelle città la sinistra riesce a esprimere il meglio di sé. Governa, si oppone con puntualità quando serve, progetta, trasforma, redistribuisce, ascolta, e non di rado crea le condizioni di una partecipazione più ampia e della crescita di una nuova promettente classe dirigente.

Sarebbe importante creare le condizioni politiche nazionali affinché questo mondo variegato, plurale, possa trovare la propria collocazione, il proprio spazio per contribuire, da protagonista, al campo che verrà. Una gamba decisiva, sul piano della qualità e dei numeri che potrebbe muovere. Portatrice sana di merci piuttosto rare nell’ambito della rappresentanza: credibilità e capacità. Credibilità e capacità non solo tecniche ma connesse ad un altro snodo fondamentale del consenso contemporaneo, quello di dimostrare di credere profondamente in quello che si fa e di muoversi verso un altro mondo necessario.

Non dunque una forza moderata o di centro. Piuttosto un’ ondata civica che parli a tutti (anche di diverso orientamento) una lingua nuova. Sottratta al mercato della politica attuale, alla insufficienza degli apparati, in grado di sperimentare nuove vie di solidarietà, di concretezza, di gratuità oltre e accanto la dimensione partitica così come oggi organizzata.

Varie iniziative su questo terreno si stanno manifestando in tutto il Paese. Dalle esperienze della sinistra civica ecologista a Roma, nel Lazio e in Toscana al campo progressista in Sardegna, da Milano alle esperienze civiche del Nord est, da Napoli a Bologna fino al Progetto civico Italia che sta cucendo tante esperienze diversificate. Aprire, dare fiducia a questo mondo, non toglierebbe nulla a nessuno ma aggiungerebbe un altro tassello alla coalizione in costruzione.

E Rinascita potrebbe ospitare e animare una discussione di questa natura per produrre scambi di buone pratiche, elaborazioni, e convergenze. Abbiamo una grande responsabilità, mettere al lavoro tutto il campo progressista per un unico grande obiettivo, mandare a casa le destre e costruire l’alternativa. In questo senso le città possono dare un contributo davvero importante.

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