Social e dipendenza, una sfida politica contro il capitalismo digitale
La condanna di Meta e YouTube riapre il dibattito sul potere delle big tech e sugli algoritmi progettati per creare dipendenza

ANSA
Di recente, Meta e YouTube sono stati condannati da un giudice californiano a risarcire, per circa tre milioni di dollari, una ventenne che li ha accusati di progettare dolosamente delle piattaforme finalizzate a creare dipendenza negli utenti, soprattutto minori. Un caso che forse è destinato a fare scuola e che potrebbe portare a nuove cause simili: si stimano già oltre un migliaio di cause giudiziarie simili negli USA. La giovane “vittima” ha raccontato nelle testimonianze la sua esperienza, iniziata a soli 6 anni, che l’ha portata ad un uso patologico delle piattaforme social, intere giornate passate sullo schermo, ma soprattutto ansia, pensieri suicidi e dismorfofobia, la paura per difetti fisici inesistenti.
I giudici americani hanno accertato che la progettazione di tali piattaforme avesse come unico obiettivo tenere l’utente il più possibile di fronte allo smartphone con il cosiddetto scrolling infinito, l’utente riceve continue scariche di dopamina nel cervello grazie allo scorrimento di contenuti brevi, personalizzati in base alle proprie preferenze, gestite e catalogate da un algoritmo, che propone costantemente il contenuto migliore per farti “rimanere”.
Si tratta però di una realtà ben nota a tutti, difficile non ammettere le diverse ore giornaliere che almeno nelle nuove generazioni, come la mia, si passano su Instagram, Tik Tok, Whatsapp o Youtube. C’è chi descrive i social come l’equivalente digitale delle sigarette, ma sappiamo che sono qualcosa di più di una semplice dipendenza. Il mondo è social, i social sono il mondo. Starne fuori significa appartenere a un’altra epoca. Non esserci significa venire automaticamente emarginati, ormai fanno parte delle nostre frenetiche vite. Ad esempio, le notizie passate dai giornali o dai telegiornali non diventano davvero di dominio pubblico se non diventano prima virali sui social.
Ma perchè i creatori dei social dovrebbero progettare dei sistemi o delle funzioni per farci usare il più possibile le loro piattaforme gratuite?
La risposta sta in quello che è stato definito come “il capitalismo della sorveglianza” da Shoshana Zuboff, gli utenti e le loro informazioni che lasciano attraverso l’utilizzo dei social sono delle vere miniere d’oro, da sfruttare il più possibile. “Se è gratis il prodotto sei tu”, con questa frase si può riassumere la logica capitalistica dietro i social. I padroni delle big tech non sono oggi solo proprietari di miliardi di dollari, ma delle informazioni di intere popolazioni che sono dipendenti dai loro strumenti, perché la loro vita sociale si svolge in essi, soprattutto se sono cresciuti o addirittura nati con essi.
Uno scenario inquietante da "1984", anche se profondamente diverso dalla distopia orwelliana, in quanto i social sono una dipendenza e come tutte le dipendenze teoricamente dovrebbero essere una scelta, almeno all’inizio.
Diversi sono i paesi come Francia, Spagna e Australia che sono intervenuti nella problematica vietando i social ai minori, scelta coraggiosa ma forse discutibile e anacronistica, soprattutto per la tardività. Non che ci sia una soluzione definitiva, o chi scrive sia in grado di proporla, ma forse la vera questione non sta tanto nel vietare o meno i social, ma nella capacità degli Stati di affrontare davvero le big tech e porre dei limiti al loro sistema di potere e lucro quasi infinito. Un consumo sano dei social deve essere possibile, imponendo ad esempio degli algoritmi trasparenti e non disegnati per tenerti lì incollato più tempo possibile, anche a costo di limitare il profitto dei “capitalisti della sorveglianza”. Da questa battaglia politica dipende il nostro futuro e la nostra libertà.
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