La sfida ora è guardare ai ‘lasciati indietro’: periferie, aree interne e piccoli centri
A un mese dal voto referendario l'obiettivo deve essere quello di rimettere al centro gli ultimi e dare nuova voce a giovani e territori

ANSA
È passato poco più di un mese dal voto sul referendum costituzionale sulla giustizia. Un esito che ha mostrato ancora una volta un tratto costante della storia repubblicana: gli italiani respingono le riforme percepite come espressione esclusiva del governo in carica. È accaduto nel 2006, nel 2016 e ora di nuovo. Ogni volta che il referendum diventa un giudizio sulla leadership più che sul merito della riforma, la risposta è un No netto. Non è un rifiuto del cambiamento, ma della torsione del sistema verso un potere personale che non appartiene alla nostra cultura costituzionale.
Questa volta, però, il voto ha rivelato qualcosa di più profondo. Ha mostrato un Paese che rifiuta la logica del più forte, le pulsioni sovraniste e la cultura politica che alimenta conflitti e insicurezze. È emersa un’Italia che ha cara la sua Costituzione che chiede diritti e pace. E che non si riconosce nella narrazione muscolare che ha accompagnato la riforma.
La frattura centro periferia: non economica, ma culturale
Il dato più interessante riguarda la geografia del voto. Le grandi città hanno trainato la vittoria del No: Roma supera il 60%, con un’affluenza altissima. Non è solo una questione di reddito o istruzione. È una frattura culturale: le città sono i luoghi in cui si producono i codici simbolici dominanti, l’immaginario contemporaneo. Chi vive fuori da questi poli – periferie urbane, piccoli centri, aree interne – spesso percepisce quei codici come imposti, non condivisi.
È la dinamica descritta da Andrés Rodríguez Pose: non conta solo la fotografia socioeconomica, ma la traiettoria dei territori. La destra ha costruito parte del suo consenso interpretando il risentimento dei “left behind”, di chi si sente fuori dal racconto nazionale, quei gruppi sociali e territori che si sentono fuori dai processi decisionali e dai benefici dello sviluppo. Ma quando si governa, si diventa inevitabilmente élite.
Il voto romano lo dimostra: nelle aree oltre il raccordo anulare riemerge un elettorato protogrillino, di protesta, che ha votato No non per appartenenza politica, ma per sfiducia verso il governo.
La generazione Z e il voto del No: un capitale politico da non disperdere
Un altro dato decisivo riguarda i giovani. La generazione Z ha partecipato al voto con percentuali altissime, oltre il 67%, scegliendo il No in misura maggioritaria. È un fatto politico enorme. Non si tratta di un voto “chiamato” dai partiti: è un voto autonomo, motivato da valori – pace, diritti, rifiuto della cultura securitaria – e da una nuova consapevolezza civica.
Diverso il comportamento della generazione Y (29 44 anni), la più colpita dalla precarietà e la più distante dalla partecipazione politica. Qui l’astensione sfiora il 50%. È un campanello d’allarme: chi entra nel mondo del lavoro e costruisce una famiglia è anche chi si sente meno rappresentato. La sfida per il campo progressista è trasformare questo protagonismo giovanile in consenso politico stabile. Come dopo il referendum sul divorzio del 1974, quando la mobilitazione civile aprì una nuova stagione politica. E come non accadde nel 2011, quando il voto sull’acqua pubblica fu rapidamente dimenticato, lasciando spazio alla crescita del Movimento 5 Stelle.
Come trasformare il No in un progetto politico
Il Partito Democratico oggi ha un’occasione rara: la piena sintonia tra la sua base e la sua linea politica. L’88% degli elettori dem ha votato No. È un dato che non si vedeva dal 2016, quando invece la frattura tra partito e popolo democratico segnò l’inizio di una lunga crisi. Per trasformare questo capitale in una prospettiva di governo servono due scelte chiare. Da un lato, rimettere al centro contenuti e ideali, non la competizione sulle leadership. Dall’altro, costruire un programma comune del campo largo, fondato su un perimetro valoriale condiviso e non su accordi tattici.
La priorità è parlare ai territori che oggi si sentono fuori dal racconto nazionale: periferie, aree interne, centri medi e piccoli. Dare rappresentanza a chi non si riconosce nei codici delle metropoli, senza rinunciare alla spinta innovativa che proprio le città esprimono.
Il messaggio è chiaro: il referendum non assegna automaticamente la vittoria nelle prossime politiche. Ma apre uno spazio contendibile e una sfida affascinante. Il Paese ha detto No a una riforma percepita come divisiva e ha chiesto una politica capace di unire, non di forzare. Sta al campo progressista trasformare questa domanda in un progetto credibile, radicato nei territori e capace di parlare alle nuove generazioni.
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