La guerra dei chip e la fragile pace tra Washington e Pechino
Tra Taiwan, semiconduttori e ambiguità strategica, Trump e Xi cercano un equilibrio per evitare la trappola di Tucidide.

ANSA
La recente dichiarazione del presidente Trump durante la visita in Cina – «No a Taiwan indipendente, non voglio inviare soldati» – rappresenta un punto di svolta nella rivalità strategica USA-Cina. Tale dichiarazione può essere vista attraverso le lenti interpretative di tre autori che si ipotizzano complementari: Gastone Breccia, Francis Fukuyama e Graham Allison.
Intelligenza artificiale e semiconduttori, sotto tali lenti, non sembrano risultare semplici settori tecnologici, ma il terreno concreto dove si gioca il futuro equilibrio di potenza globale, in un contesto di ambiguità strategica controllata e calma fisiologica che cerca di evitare l'uso della forza pur mantenendo alta la tensione competitiva.
La grammatica della potenza materiale
Gastone Breccia, docente di Storia militare antica all'Università di Pavia, interpreta la guerra come intreccio di potenza materiale, tecnologia e decisione politica, non come sequenza astratta di battaglie.
La sua tesi centrale è che i conflitti moderni producono effetti sistemici che ridefiniscono gerarchie internazionali, apparati industriali e posture strategiche degli Stati. Ad esempio Breccia, attraverso il suo Corea, la guerra dimenticata (2019), evidenzia come quel conflitto abbia segnato il ritorno della Cina tra le grandi potenze e l'inizio della trasformazione degli USA in una «macchina bellica permanente» volta a «combattere per la libertà e la democrazia», mostrando peraltro che il punto non è solo militare, ma anche geopolitico e industriale.
Breccia osserva, nel suo A patti con il nemico: Storia del mondo in 30 trattati di pace (2026), svariate modalità di por fine ai conflitti: "pace" imposta guardando a nuove conquiste, "pace" guardando a un equilibrio duraturo, accordi tra nemici, "pace" per ricostruire, "pace ibrida" in un contesto globale fluido. Quest'ultimo, caratterizzato da una geopolitica multipolare, in cui gli equilibri di potere dipendono da alleanze variabili e influenze economiche di nuovi attori (es. Medio Oriente e India) e innovazione rapida. Le tecnologie emergenti, come l'intelligenza artificiale, ridefiniscono continuamente il mercato e le catene di fornitura.
Ad esempio, la gestione logistica si trasforma da reattiva a predittiva, grazie all'adozione di algoritmi di ottimizzazione dei percorsi, di anticipazione della domanda, di automatizzazione dei magazzini con conseguente riduzione dei costi operativi.
Applicata alla rivalità USA-Cina contemporanea, questa prospettiva suggerisce che la competizione non va letta solo come tensione diplomatica, ma come gara per catene del valore, capacità produttiva, infrastrutture tecnologiche e preparazione strategica di lungo periodo. Chi controlla tecnologia, produzione e capacità di calcolo controlla la dimensione strategica del conflitto moderno.
In questa prospettiva, chip e intelligenza artificiale sono strumenti di potenza prima ancora che settori economici: sono l'infrastruttura della guerra moderna, sia essa cinetica, economica o informazionale.
Soft power e crisi dell'ordine liberale
Francis Fukuyama, nell'intervista pubblicata su la Repubblica il 15 maggio 2026 e nelle sue analisi precedenti, sostiene che la Cina sta costruendo un modello alternativo a quello occidentale, sfruttando finanza di Stato, infrastrutture e progetti come la Belt and Road Initiative. L'idea centrale è che Pechino non aspetta passivamente il declino americano, ma si prepara attivamente a "riempire il vuoto" se gli USA perdono prestigio, capacità di attrazione e leadership globale.
Per Fukuyama, chip e IA costituiscono oggi una parte decisiva del potere materiale che sostiene anche il soft power (teorizzato da Joseph Nye) americano. Se gli Stati Uniti perdono il vantaggio su semiconduttori, calcolo avanzato e infrastrutture AI, diventano meno capaci di imporre standard tecnici, attrarre alleati e dettare l'agenda tecnologica globale.
La Cina, in questa lettura, non punta solo a copiare l'Occidente, ma sta costruendo una filiera autonoma di chip, modelli e piattaforme AI per ridurre la dipendenza dall'ecosistema occidentale e rendere più credibile il proprio modello di sviluppo. La competizione sui chip diventa quindi anche competizione sul soft power: chi controlla il computing di frontiera controlla più facilmente standard, mercati e narrativa di quello che potrebbe essere un futuro ordine liberale.
Destinati alla guerra
Graham Allison, nel suo Destinati alla guerra. Possono l'America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (2018), analizza sedici casi storici di confronto tra potenza emergente e potenza dominante, concludendo che in dodici di essi si è arrivati alla guerra. Applicando quindi questo schema a USA-Cina, sottolinea che il conflitto non è inevitabile, ma "fortemente incentivato" se gli attori non manovrano con cautela. La combinazione di timori, orgoglio, malintesi e cattiva gestione delle crisi aumenta esponenzialmente il rischio di escalation.
Rispetto a Fukuyama, Allison è meno filosofico e più strategico: non parla principalmente di fine della storia o crisi del liberalismo, ma di come gestire concretamente la rivalità per evitare il conflitto. Rispetto a Breccia, guarda meno alla guerra come fenomeno storico-culturale e più come problema di equilibrio di potenza, diplomazia e scelta politica tra grandi Stati. Tuttavia, Allison insiste anche che la trappola può essere evitata attraverso riconfigurazione strategica: dialogo sui rischi nucleari, gestione congiunta delle crisi, cooperazione su clima e pandemie. La "convivenza competitiva" è possibile, ma richiede disciplina e consapevolezza condivise.
Lenti convergenti e IA come moltiplicatore di ambiguità strategica
La Cina è il punto d'incontro di tre lenti convergenti. Breccia viene in aiuto nel sottolineare le caratteristiche di potenza materiale e industria strategica; Fukuyama permette di illustrare perché la crisi del prestigio americano apra spazio a un'alternativa cinese (sfida sistemica all'universalismo liberale occidentale); Allison, perché l'interazione tra ascesa cinese e primato americano possa avvilupparsi in una dinamica strutturale del timore e dell'orgoglio – come in lotta tra due draghi nel cielo avvolti perennemente l'uno all'altro (potenza ascendente che mette pressione sulla potenza egemone).
La questione dei chip e dell'IA rende il quadro ancora più netto: i semiconduttori sono la base materiale della superiorità digitale e militare, mentre l'IA è un moltiplicatore di comando, produttività, sorveglianza e capacità di influenza. La competizione su questi terreni non riguarda solo mercati o innovazione, ma il futuro equilibrio di potenza tra i due sistemi.
Letti insieme, i tre autori mostrano che la rivalità USA-Cina è simultaneamente industriale, tecnologica, politica e storica: chip e intelligenza artificiale sono il luogo concreto in cui potenza materiale, ordine internazionale e rischio di conflitto si saldano in un unico processo.
In ottica di ambiguità strategica, tuttavia, l'intelligenza artificiale può essere interpretata come un'infrastruttura che, invece di chiarire i rapporti di potenza, li rende più opachi e difficili da decifrare.
Questa opacità opera su tre livelli interconnessi: tecnico, strategico e politico.
L'IA è spesso una "scatola nera" algoritmica: il suo funzionamento è poco intelligibile cosicché avversari e alleati, in un contesto di opacità tecnica, non possono prevedere con certezza il comportamento altrui, sia in tempo di pace che in crisi. Il potere discrezionale ceduto agli algoritmi in ambiti critici – comando militare, sorveglianza, cyber-operazioni, logistica – sposta il baricentro della decisione: l'ambiguità non riguarda più solo le intenzioni politiche, ma anche le capacità effettive e i limiti del sistema che potrebbe decidere al posto dell'uomo.
Strategicamente, inoltre, si potrebbero innescare effetti di (in)stabilità. L'IA accelera i tempi di rilevamento e risposta, riducendo lo spazio per la mediazione umana e aumentando il rischio di escalation non intenzionale, specialmente nei domini nucleari e cyber. Nella deterrenza tradizionale, l'ambiguità viene gestita con segnali chiari e capacità visibili; l'IA introduce invece capacità "nascoste" – targeting automatizzato, inganno, deepfake, attacchi non attribuibili – che permettono di tenere il rivale in uno stato di incertezza permanente senza dichiarare esplicitamente cambi di strategia.
Come strumento politico, infine, l'ambiguità veicolabile tramite l'IA si rivela utile nel diluire l'identificabilità dell'attacco o dell'azione strategica, mescolando attori pubblici, privati e mercenari digitali, rendendo più difficile attribuire responsabilità e quindi rispondere con chiarezza. L'IA non è solo un'aggiunta tecnica, ma un moltiplicatore dell'ambiguità strategica: accresce potere e opacità, rendendo più difficile sia la minaccia credibile sia la difesa prevedibile, e quindi più complessa la negoziazione del futuro ordine.
IA nel quadro Breccia-Fukuyama-Allison
Nel quadro tracciato prendendo in prestito le lenti dai tre autori, l'IA emerge come moltiplicatore potente di ambiguità strategica. Per Breccia, l'IA aggiunge una dimensione opaca al campo dove materiale e decisione politica si intrecciano, rendendo più difficile prevedere cambiamento strategico rispetto a variazioni tattiche nascoste. Per Fukuyama, l'ambiguità dell'IA rafforza l'incertezza sul futuro dell'ordine liberale: chi padroneggia AI può plasmare narrativa, informazione e istituzioni senza dichiarare esplicitamente una sfida ideologica, mantenendo ambiguità calibrata tra cooperazione e competizione. Per Allison, questa ambiguità aumenta il rischio di trappola di Tucidide, moltiplicando la paranoia, il timore di ritardi strategici e la tentazione di mosse preventive in stati di incertezza permanente.
In un quadro coerente USA-Cina, l'IA non è solo elemento di potenza materiale e soft power, ma il veicolo principe di ambiguità strategica: consente di alterare, senza dichiararlo apertamente, equilibri di potenza, narrative e traiettorie di crisi, rendendo ancora più intricato il processo di stabilizzazione tra potenza emergente e potenza dominante.
In questo contesto, Trump ha dichiarato la sua contrarietà a un'indipendenza di Taiwan, affermando di non voler inviare soldati. Il ministro degli Esteri cinese ha commentato che Trump "comprende" la posizione della Cina. Contestualmente, Trump ha parlato di un accordo sullo stretto di Hormuz ed è stata avanzata un'offerta agli ayatollah iraniani per fermare l'arricchimento dell'uranio per vent'anni. Questa dichiarazione su Taiwan rappresenta una concessione significativa alla Cina sul tema più sensibile della rivalità strategica USA-Cina, e si inserisce nel quadro della calma fisiologica e della gestione dell'ambiguità strategica.
La concessione materiale
In una lettura brecciana, Taiwan rappresenta molto più di un'isola contesa: è il cuore produttivo della filiera globale dei semiconduttori avanzati, con TSMC che controlla oltre il 60% della produzione mondiale di chip sotto i 7 nanometri. La dichiarazione di non voler inviare soldati risulta essere una rinuncia esplicita all'uso della forza militare per difendere Taiwan, ma implicitamente anche un riconoscimento che il controllo fisico dell'isola non è più l'unica variabile decisiva nella competizione strategica.
Trump scommette che la potenza materiale si misura oggi più in capacità di controllare standard, brevetti e infrastrutture digitali che in capacità di proiettare forza militare convenzionale su Taiwan. Rinuncia alla guerra fisica per investire tutto sulla guerra industriale e tecnologica, confidando che gli USA mantengano ancora leve significative: controllo dei software di progettazione (EDA tools), delle macchine di litografia estrema (ASML), e delle architetture di intelligenza artificiale (Nvidia, AMD, cloud computing).
La crisi del soft power americano
Adottando la "lente Fukuyama", la dichiarazione su Taiwan potrebbe essere però letta come un segnale inequivocabile di erosione del soft power americano: gli Stati Uniti rinunciano pubblicamente a difendere un alleato democratico chiave, minando la credibilità del proprio impegno alla sicurezza collettiva e alla difesa dei valori liberali. Questo avrebbe conseguenze dirette sulla capacità di Washington di attrarre alleati nella regione indo-pacifica: Giappone, Corea del Sud, Filippine, Australia ricevono il messaggio che gli USA sono disposti a sacrificare Taiwan per gestire la relazione con Pechino.
Il Tempio del Cielo, visitato insieme da Trump e Xi, diventa simbolo potente di questo ribaltamento: la Cina inserisce la relazione con gli Stati Uniti in una cornice di "ordine cosmico" e "armonia superiore", dove Pechino si presenta come garante di stabilità e continuità, mentre Washington appare volatile e pragmatica. Questo ribaltamento narrativo appartiene al cuore della strategia di soft power cinese: non competere direttamente con il liberalismo occidentale, ma presentare un'alternativa basata su efficienza, stabilità e rispetto della sovranità.
La trappola di Tucidide: evitata o rinviata?
La dichiarazione può essere interpretata come tentativo consapevole di evitare la trappola di Tucidide, rinunciando alla difesa militare dell'isola per ridurre il rischio di escalation involontaria. Gli Stati Uniti accettano implicitamente una sfera di influenza cinese su Taiwan, in cambio di un impegno cinese a non destabilizzare l'ordine economico globale e a cooperare su questioni critiche come clima, pandemie e non proliferazione nucleare.
Allison avverte in generale che la trappola può scattare in modi imprevisti. Le dismissioni di dirigenti della People's Liberation Army nei mesi precedenti all'incontro potrebbero essere interpretate come segnale di debolezza militare cinese, incoraggiando posture più aggressive in futuro; oppure come riposizionamento strategico verso capacità ibride (cyber, IA, guerra dell'informazione), aumentando la paranoia americana.
La visita al Tempio del Cielo è un tentativo di ritualizzare la competizione, ma questa calma è fragile: la trappola di Tucidide non è stata necessariamente evitata, ma potrebbe essere solo rinviata.
La calma fisiologica della riconciliazione economico-tecnologica
In un quadro tri-dimensionale di lettura (Breccia, Fukuyama e Allison), emerge una possibile calma fisiologica: una fase in cui USA e Cina, pur competendo aspramente su chip, IA e infrastrutture strategiche, mantengono una convergenza di interessi economici sufficiente a evitare escalation militare diretta.
Il conflitto si sposta dal piano della forza esplicita a quello della competizione economica, regolatoria e tecnologica, tenuta insieme da un bilanciamento di soft power e da una dialettica criptica ma controllata.
L'IA e i chip diventano così gli strumenti principali di una riconciliazione "non-violenta": entrambi i fronti hanno incentivi forti a non distruggere catene del valore interdipendenti, perché la rottura di ecosistemi semiconduttori o di piattaforme di intelligenza artificiale danneggerebbe simultaneamente crescita, innovazione e controllo interno.
Il soft power non è solo cultura o immagine, ma la capacità di legare l'avversario in reti di dipendenza tecnologica, mentre la minaccia implicita è che una deriva sarebbe così costosa da rendere proibitivo l'uso aperto della forza. La calma non è assenza di conflitto, ma gestione controllata di tensione, dove la competizione si concentra su brevetti, standard, alleanze tecnologiche e accesso ai mercati. Le guerre si combattono su schemi di produzione, finanziamenti e consorzi industriali, più che sui fronti fisici.
La precarietà della calma: dismissioni PLA e rischi di scatto
Questa calma fisiologica rimarrebbe però, per sua stessa natura, precaria. In un contesto di ambiguità strategica, anche gesti apparentemente interni possono apparire come segnali di revisione radicale.
Le dismissioni di alcuni dirigenti della People's Liberation Army in un periodo di forte rivalità tecnologica sono state interpretate in ambienti analitici di settore come potenziali segnali di ristrutturazione della forza militare, in risposta a pressioni economiche e successi limitati nella corsa ai chip avanzati. La riduzione di personalità militari di alto profilo potrebbe essere letta anche come tentativo di riorientare la potenza materiale verso settori high-tech e intelligenza artificiale, oppure come segnale di rilascio della pressione bellica, favorendo un riorientamento economico.
Tuttavia, anche un semplice riassetto può essere interpretato dall'avversario come segnale di debolezza, aumentando il timore di perdere il vantaggio relativo. La trappola di Tucidide non è solo un eventuale conflitto finale, ma un processo di continuo rischio di scatto, dove ogni dismissione, ristrutturazione o riorganizzazione diventa potenziale detonatore di timori e peggioramento delle relazioni strategiche.
La calma non è mai solo economica, ma anche politica e simbolica: la capacità di non ricorrere alla forza viene mantenuta in equilibrio grazie a un bilanciamento di soft power, alla gestione di ambiguità strategica e alla consapevolezza condivisa dei rischi destabilizzanti, anche in occasione di semplici cambiamenti di personale nelle forze armate.
Il Tempio del Cielo: simbolismo politico e cosmologico di governance
La scelta del Tempio del Cielo da parte di Xi per l'incontro-itinerario con Trump ha un forte valore simbolico: è un modo per inserire la relazione USA-Cina in una cornice di "ordine cosmico" e "armonia superiore", non solo politica.
Il Tempio era il luogo dove gli imperatori pregavano il Cielo (Tian) per buoni raccolti e stabilità del regno, e il sovrano stesso veniva chiamato "figlio del Cielo": il tempio rappresenta l'idea di autorità politica legittimata da un ordine cosmico. La passeggiata comune di Trump e Xi suggerisce che la competizione USA-Cina non è solo un braccio di ferro materiale, ma un rapporto che deve trovare equilibrio dentro una cornice più ampia di "armonia e abbondanza".
Pechino usa il Tempio del Cielo come metafora di riconciliazione e stabilità interna, legata a prosperità e ordine sociale. La visita viene interpretata come tentativo di far passare il messaggio che le due potenze cercano una calma fisiologica e un equilibrio strategicamente gestito, più che una guerra aperta. La Cina mette in mostra la propria continuità storica e culturale, mentre Trump viene inserito in un teatro simbolico che la presenta come garante di un ordine stabile e prospero.
Il Tempio come cornice della rivalità USA-Cina
Nel percorso narrativo che unisce Breccia, Fukuyama, Allison e la Cina, la visita al Tempio del Cielo introduce una dimensione rituale e cosmologica nel quadro della competizione strategica. Il Tempio diventa teatro politico in cui la potenza cinese inserisce la relazione con gli Stati Uniti dentro una cornice di ordine superiore, non solo materiale.
Dal punto di vista di Breccia, il Tempio accoglie la guerra e la potenza materiale in un dispositivo più vasto di legittimazione e simbolizzazione. Per Fukuyama rappresenta il tentativo di ancorare il potere cinese a una narrazione globalmente attrattiva e duratura, basata su continuità e armonia invece che su conflitto dichiarato. Per Allison, la passeggiata tra Trump e Xi è un gesto politico per attenuare la tensione della trappola di Tucidide, suggerendo che entrambe le potenze accettano la coesistenza competitiva come equilibrio da gestire, non come cammino inevitabile verso la guerra.
Il Tempio del Cielo diventa punto d'incontro tra potenza materiale, soft power e legittimità cosmologica, dove la Cina presenta la sfida con gli USA come rapporto da contenere in un ordine più vasto, gestito attraverso ambiguità, calma e simboli condivisi, più che attraverso scontri espliciti. Il Tempio non è dettaglio turistico, ma simbolo di governance cosmica: Pechino comunica che la sfida va tenuta entro confini controllati e che la vera vittoria sta nell'equilibrio, non solo nella vittoria materiale.
Conclusioni
La dichiarazione di Trump su Taiwan, letta attraverso le lenti di Breccia, Fukuyama e Allison, rappresenta un momento di svolta nella rivalità USA-Cina. Non è né resa né vittoria, ma tentativo di rinegoziare i termini della competizione in un momento di massima tensione tecnologica, militare ed economica.
Per la lettura brecciana, è il riconoscimento che la potenza materiale si misura oggi più in capacità industriale e tecnologica che in forza militare convenzionale. Dalla lente di Fukuyama, è un segnale di erosione del soft power americano e di crescita dell'attrattiva cinese come modello alternativo di ordine globale. Per la teoria analitica di Allison, è un tentativo consapevole di evitare la trappola di Tucidide, rinunciando alla difesa militare di Taiwan per ridurre il rischio di guerra tra grandi potenze.
Il Tempio del Cielo simboleggerebbe questa nuova fase: una competizione che deve essere contenuta entro una cornice di ordine superiore, gestita attraverso rituali condivisi, ambiguità calibrata e compromessi reciproci. Ma se questa calma è precaria, il futuro dipenderà dalla capacità di entrambe le parti di gestire la tensione permanente senza cadere nella spirale di timori, orgoglio e malintesi.
Le frizioni, i conflitti e i rapporti di forza non vengono azzerati, ma dosati e mantenuti entro una soglia di stabilità. L'intelligenza artificiale e i chip non sono dettagli tecnici in questo quadro, ma gli strumenti concreti attraverso cui la competizione si gioca: chi controlla il computing di frontiera controlla il futuro.
La dichiarazione su Taiwan è quindi anche una scommessa: Trump illustra di rinunciare alla guerra militare per Taiwan, ma punta tutto sulla capacità americana di mantenere il vantaggio tecnologico decisivo in IA, semiconduttori e infrastrutture digitali. Se questa scommessa fallisse, la storia potrebbe ricordare questo momento come l'inizio del declino irreversibile dell'egemonia americana. Se avesse successo, potrebbe essere ricordata come la scelta saggia che ha evitato la guerra del secolo e ha aperto la strada a un nuovo ordine multipolare stabile.
La gestione dell'ambiguità strategica diventa così la chiave per comprendere se la "calma fisiologica" attuale è preludio a una convivenza competitiva sostenibile o semplicemente la quiete prima della tempesta. Quale che sia la sua natura, la pace resta tra le più fragili invenzioni degli esseri umani: chi sarà in grado di costruire la prossima farebbe bene a tener conto dei fallimenti di tanti secoli di storia, senza per questo perdere fiducia nella possibilità di far rinascere un ordine meno ingiusto nel mondo di domani.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati