La Francia verso le presidenziali del 2027

Sanità, scuola e potere d’acquisto al centro: ma tra divisioni politiche e nuovi leader, il cambiamento invocato dai francesi resta senza guida.

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ANSA

La Francia si augura un grande cambiamento alle prossime elezioni presidenziali del 2027. È quanto emerge da un sondaggio pubblicato su Le Monde qualche giorno fa, frutto di un’indagine approfondita realizzata su un campione esteso di popolazione. Ma in quale ambito dovrebbe avvenire questo cambiamento che i francesi tanto auspicano? In materia d’immigrazione e di sicurezza, su cui il partito d’estrema destra, il Rassemblement national, ha costruito la sua inarrestabile ascesa, che lo vede oggi alle soglie della conquista del potere? Neanche per sogno. I tre ambiti che i francesi hanno messo ai primi posti sono: la sanità pubblica, il potere d’acquisto e la scuola. È un segnale importante per la classe politica che si appresta a designare i candidati per la presidenza della Repubblica, perché contraddice sorprendentemente tutto ciò che era stato raccontato fino ad ora sulle priorità e sulle preoccupazioni maggiori della popolazione d’Oltralpe. I tagli apportati al servizio sanitario nazionale nell’ultima finanziaria, la soppressione di 4000 posti nell’insegnamento pubblico e l’aumento del costo della vita dovuto alla guerra in Medioriente, hanno relegato in secondo piano i temi dell’identità nazionale, della riduzione delle tasse, della sicurezza delle città, tanto cari ai sovranisti di Marine Le Pen.

Chi allora potrebbe raccogliere queste nuove istanze che provengono dalla società e farle diventare materia di campagna elettorale? Chi tra i canditati, ufficiali o meno, può incarnare meglio il grande desiderio di cambiamento? I risultati delle ultime elezioni amministrative del 15 e 22 marzo non hanno prodotto dei grandi scossoni nel panorama politico. Tranne alcuni medi e piccoli comuni conquistati dal Rassemblement national e dalla France insoumise, il partito di estrema sinistra di Jean-Luc Melénchon, le grandi città francesi sono rimaste saldamente in mano ai socialisti e agli ecologisti. Ma non c’è dubbio che il processo di erosione dei consensi intorno ai vecchi partiti moderati, come Les Republicains, erede della tradizione gollista, o come Renaissance e Horizons, che rappresentano il blocco centrista macronista o come gli stessi socialisti, ha avuto conferme in questa tornata elettorale.

A sinistra, appena proclamati i vincitori delle amministrative, è salito subito sul banco degli imputati il segretario del Partito Socialista, Olivier Faure, reo di aver accettato in alcuni comuni la fusione delle liste del suo partito con la France Insoumise. Il tema è altamente divisivo nella sinistra francese, dal momento che il blocco social-democratico, guidato dall’ex Presidente della Repubblica François Hollande e dal probabile candidato d’origine ebraica Raphael Glucksmann rifiuta qualsiasi accordo con il partito di Melénchon. L’accusa rivolta a La France insoumise è di essere “antisemita” e di praticare una politica radicale ed egemonica. Gli “insoumis”, dal canto loro, si sentono traditi dai socialisti e dagli altri partiti, come gli Ecologisti e i Comunisti, con cui avevano dato vita al Nuovo Fronte Popolare nelle elezioni legislative del 2024, per non aver sfiduciato il governo attuale.

A destra, in un modo del tutto speculare, i partiti del centro e della destra storica repubblicana sono lacerati al loro interno tra chi si oppone a un possibile accordo elettorale con l’estrema destra e tra chi invece vede nell’alleanza con il Rassemblement National l’unica via d’uscita per la sopravvivenza del loro partito. Su quest’ultima prospettiva, spingono da tempo i grandi potentati economici, in particolare Vincent Bolloré, a capo di un gigantesco impero mediatico e Bernard Arnault, il re del lusso francese. Non potendo costruire la campagna elettorale intorno a Marine Le Pen, perché condannata in primo grado per appropriazione indebiti di fondi pubblici e quindi ad oggi ineleggibile, l’oligarchia economico-finanziaria ha individuato nel giovane Jordan Bardella il candidato ideale per sostituire Emmanuel Macron.

D’origine italiana da parte di madre e algerina da parte di padre, Jordan Bardella è figlio di dell’immigrazione nata e cresciuta nella grande periferia parigina. Non si può certo dire che sia un prodotto delle élite che governano da sempre la Francia, né che abbia alle spalle dei solidi studi universitari. Eppure, la sua carriera politica, a soli 30 anni, è a dir poco folgorante. Cresciuto sotto l’ala protettrice di Marine Le Pen, che l’ha portato fino ai vertici del partito, Jordan Bardella oggi ha superato di gran lunga in termini di popolarità la sua madrina politica. È giovane, di bell’aspetto, ha un modo di fare garbato e composto. Ha più di 2 milioni di followers su Tik Tok e su Instagram. Rappresenta senz’altro la “faccia pulita” di un partito che ha molti scheletri nell’armadio. Il recente fidanzamento con la principessa Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie, celebrato dalla copertina di Paris-Match, rivista glamour di proprietà di Bernard Arnault, ha fatto entrare ufficialmente il giovane Bardella nel gotha dell’aristocrazia francese, offrendo all’opinione pubblica l’immagine di una coppia “reale” in un paese profondamente repubblicano. In effetti, si chiede con notevole arguzia e ironia l’ex direttore di Liberation Laurent Joffrin, come potrà il candidato alle presidenziali del Rassemblement National, «continuare a vituperare "le élite", "la casta", «l’establishment» durante il giorno davanti ai suoi elettori e poi cenare da Ledoyen (noto ristorante stellato parigino) con la sua fidanzata per commentare le ultime sfilate della Fashion Week, passare dalla brasserie popolare Le Balto a La Courneuve al bar del Ritz in place Vendôme, concludere un tour politico nei quartieri popolari di Marsiglia e Tolone per spingersi un po’ più in là e assistere all’arrivo delle Regate reali a Cannes o al cocktail finale del Gran Premio di Monaco con la principessa Caroline, vecchia conoscenza dell’eletta del suo cuore… e parlare del prezzo della benzina con i suoi amici gilet gialli e discutere di corsi in Borsa intorno a un servizio di Sèvres con la sua futura suocera, proprietaria di una delle più grandi fortune d’Italia?».

Nel sondaggio uscito su Le Monde si chiedeva al campione anche chi tra i candidati attuali, una volta eletto Presidente, procurasse più soddisfazione o scontento. Ebbene, Jordan Bardella, dato per vincente fino a poche settimane fa, ottiene una percentuale molto elevata di scontenti. E gli altri candidati, a destra come a sinistra, non se la passano certamente meglio. E tutto questo prima dei duri colpi inferti al sovranismo con la sconfitta di Victor Orban in Ungheria e con lo scontro epocale tra il Vaticano e Donald Trump. L’impressione generale che rileva il sondaggio è che questo bisogno di cambiamento richiesto dai francesi non ha ancora trovato una figura in grado di poterlo veicolare. Una delle ragioni della crescita impressionante del Rassemblement National, che ormai raccoglie consensi anche nella classe media, tra i colletti bianchi, negli apparati dello Stato, oltre che nelle classi popolari e in una certa fetta di popolazione giovanile, è che non ha mai governato. Proviamolo, dicono questi francesi, pronti anche a far venir meno quel sistema di difesa repubblicana che ha impedito fino ad oggi all’estrema destra di conquistare il potere. Ma il loro candidato non convince, forse per l’età, per l’inesperienza, per l’inconsistenza politica.

Sul versante opposto, La France Insoumise raccoglie un largo consenso nella popolazione giovanile specialmente urbana, che è tornata a occuparsi di politica dopo anni di astensionismo. Il programma del partito, di matrice anticapitalista, è incentrato sulla lotta alle diseguaglianze sociali, su un’ecologia spinta e sulla necessità di riformare la costituzione con la nascita di una VI Repubblica. Ma il leader de La France Insoumise, Jean-Luc Melénchon, è quello, tra i canditati alla Presidenza della Repubblica, che ottiene nel sondaggio la più alta percentuale di scontenti. Melénchon è senz’altro un personaggio carismatico, ma i suoi interventi, le sue battute irriverenti, i suoi proclami bellicosi lo fanno sembrare più un agitatore rivoluzionario che un uomo di Stato. Queste sue fuoriuscite hanno contribuito a creare un ingiustificato pregiudizio su La France Insoumise da parte di tutto l’arco repubblicano, al punto tale che nella recente campagna elettorale per le amministrative, i candidati del centro, della destra e anche qualche socialista non dichiaravano più, come avrebbero fatto una volta “nessuna alleanza con l’estrema destra”, ma “mai con LFI, mai con gli insoumis”.

C’è da aggiungere, per concludere, che l’immagine che ha restituito l’insieme della classe politica francese, a partire dal Presidente Emmanuel Macron, che per delle ragioni che ancora oggi i più ignorano, ha deciso nel 2024 di sciogliere l’Assemblea nazionale (il nostro parlamento), d’indire nuove elezioni legislative e di ritrovarsi senza più una maggioranza, con la conseguente nomina e licenziamento di ben tre primi ministri nel giro di un anno, ha certamente contribuito e rafforzato questo bisogno di cambiamento.

Che accadrà dunque nel 2027? È veramente impossibile prevederlo, soprattutto nel quadro della crisi economica attuale che potrebbe spazzare ogni certezza e mettere in discussione gli equilibri mondiali. Ma se guardiamo con attenzione alle priorità espresse nel sondaggio, ovvero maggiori investimenti nella sanità pubblica e nella scuola e il mantenimento di un decoroso livello di vita, esse non sono collegate a nuove istanze della società quanto piuttosto al ristabilimento di una qualità e di un’efficienza che gli ultimi governi sotto Macron hanno progressivamente eliminato. Il cambiamento auspica un ritorno a una Francia che non esiste più.

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