Trump contro Leone XIV: il ritorno dell’Imperatore e del Papa
Tra il presidente Donald Trump e papa Leone XIV si apre uno scontro asimmetrico tra potere politico e visione evangelica, segno della crisi morale dell’Occidente contemporaneo.

ANSA
Leone XIV è il papa. E il presidente USA Donald Trump è, di fatto, un imperatore, il più imperatore di tutti gli imperatori del nostro mondo di democrazie ferite e senza pace. Se questo è vero, ed è vero, si potrebbe, concludere che sotto al sole non c’è niente di nuovo, ma qualcosa di antico: l’Imperatore contro il Papa. Un conflitto vecchissimo come l’occidente di cui anche noi siamo parte, segno di una crisi che è specchio di quella che attanaglia il diseguale e rissoso mondo globalizzato di cui siamo ormai tutti pezzi scontenti e sconnessi.
Lo scontro tra Imperatore e Papa è un evento che viene indubbiamente da un’altra epoca, perché da ultimo - intendendo con questo i decenni che ci hanno condotto dalla fine dell’Ottocento agli inizi del Terzo Millennio - tutti gli imperatori del mondo, ovvero i signori della guerra, hanno preferito ignorare i papi e i loro appelli di pace, trattando tuttavia gli interlocutori vestiti di bianco con deferente degnazione e, comunque, quasi sempre con educazione. Stavolta no. Perciò nell’attacco di Trump c’è qualcosa di antico, proprio come la sua pretesa di rivendicare un peso decisivo nella scelta dell’attuale successore di Pietro (pretesa allo stesso tempo imperiale e ridicola, una sorta di allucinazione offerta al pubblico social, che fa il paio con l’immagine di “The Donald” in abiti papali rilanciata dai canali della Presidenza USA alla vigilia del Conclave).
Eppure, c’è anche una radicale novità nell’attacco frontale e sfrontato portato, nel cuore del mese di aprile 2026, dal presidente statunitense contro il primo pontefice nordamericano della storia cristiana. Ed è una novità dirompente, che emerge anche dalle elucubrazioni solo apparentemente sorvegliate del vicepresidente Usa James D. Vance, che è arrivato a suggerire al vescovo di Roma che è figlio di sant’Agostino di studiare meglio la teologia, con quell’atteggiamento supponente che la saggezza popolare bolla come “voler insegnare il credo agli apostoli”.
La novità sta nel fatto che la lingua pesante di Trump batte dove il dente duole: il rapporto tra il potere costituito statunitense (oggi sovversivo di tanta parte della tradizione democratica nordamericana) e la forza tranquilla ma non irreggimentatile della Chiesa di Roma che predica con chiarezza una dottrina di pace e di uguaglianza che chiede di escludere la sopraffazione armata e la remigrazione dall’orizzonte della società umana globale due cardini della politica dell’Amministrazione USA.
Non siamo, no, di fronte al ritorno alla guerra tra due poteri simmetrici, ed è un bene e un sollievo che sia così. Siamo al cospetto della contrapposizione totalmente asimmetrica tra una minaccia politica e una speranza spirituale e morale. Tra un potere che non esclude il disumano anzi lo contempla, e un dovere totalmente e pienamente umano difeso da chi, pure, crede che l’unico Regno che importi non sia di questo mondo. Siamo allo scontro tra il ripetuto e vertiginoso calcolo del trumpismo che si ammanta anche di una rappresentazione cristianista (mescolando elementi di cristianesimo al suprematismo etnonazionalista) e un’alta idealità evangelica e una ispirazione vitale davvero cristiana che riguardano i cattolici, ma non solo loro, e che interpellano chi fa politica e si propone di riaffermare visioni e azioni di pace, di giustizia, di solidarietà e di progresso tese ad aver cura dell nostra comune umanità e a custodire il mondo.
Leone l’ha detto con nettezza a Trump e non solo a lui: non sono un politico, sto col Vangelo e non posso e non voglio tacere. Altri e altre — penso, e non da solo — hanno il compito, davvero urgente, di non tacere e di non accodarsi alle politica del disumano, ricreando la simmetria del conflitto, con la nonviolenza strutturale della buona politica, con l’umanizzazione e il disarmo delle pratiche di governo e di relazione tra le persone, le comunità e gli Stati.
La novità fatta emergere dall’attacco dell’Imperatore al Papa è insomma che nell’ultimo secolo, mai era stata più forte la distanza tra il magistero e l’azione della Chiesa cattolica e la linea politica e le scelte strategiche degli Stati Uniti d’America, prima potenza militare mondiale e sicuro (sebbene contestato) sistema politico ed economico capofila del cosiddetto mondo occidentale. Distanza — è bene sottolinearlo — non con la società statunitense, l’America che si considera più America di tutte le altre (nel lungo e variegato Nuovo Mondo), che è segnata da divisioni profonde, ma dove il cristianesimo cattolico con le sue risposte di senso è cresciuto e continua a crescere “per attrazione” e non solo per immigrazione da altre (e latine) parti del continente. È una distanza morale e spirituale scavata interamente per volontà del leader che incarna una precisa ideologia e una pratica di (s)governo lungo la china della politica. Una distanza che non cancella affatto la volontà di dialogo e di collaborazione con tutti della Chiesa, ma che non può essere negata e anche solo ridimensionata.
Da una parte, c’è il signore della Casa Bianca con la sua volontà di potenza che — esattamente come nel caso dei peggiori autocrati del pianeta — genera esercizio poliziesco, militare e affaristico della forza contro poveri da bersagliare, nemici da umiliare e beni da razziare anche a costo di produrre conseguenze pesantissime. Dall’altra parte, c’è il Papa che semina il Vangelo senza timore di essere considerato debole e velleitario, che chiama l’umanità intera senza distinzioni a costruire la «pace disarmata e disarmante» e che conferma la Chiesa nell’opzione preferenziale per i poveri, uomini e donne non bersaglio ma centro nella vita della società globale. In questi mesi, Leone lo ha fatto e lo fa non solo, per così dire, con il magistero quotidiano, ma anche con documenti solenni, come l’esortazione Dilexit te, primo testo del suo pontificato, scritto — per usare il lessico di papa Francesco — «a quattro mani» col predecessore.
Questa distanza tra l’Imperatore e il Papa non è, insomma, uno spazio vuoto e disabitato. In essa, tra Washington e Roma, ci sono i deportati e gli abbandonati nel deserto di disumanità e di valori capovolti provocato dalla logica e dalla pratica della guerra, proclamata e condotta di nuovo in quanto «strumento per preparare la pace», In essa, tra i programmi di Trump e le preoccupazioni di papa Prevost, ci sono le vittime dell’ideologia MAGA (Make America Great Again, che ha portato per due volte in nove anni Trump a vincere le elezioni USA) e della “dottrina Donroe” (enunciata a Mar a Lago il 3 gennaio 2026, e basata sull‘affermazione del dominio USA sull’intero emisfero occidentale). In essa, tra il Vaticano e le cittadelle del potere d’Oltreatlantico, ci sono i cattolici statunitensi, tanti e in crescita come detto, e non in una sola maniera, conservatori e progressisti, ma tutti in ascolto attento del Papa e da lui confermati nell’essenziale, che porta oggettivamente lontano anni luce dalla religione della supremazia e della prepotenza, dei bombardamenti, dell’arruolamento a battaglia persino di Dio.
Leone parla chiaro, sempre più chiaro e sempre più deciso. Fino a replicare con prontezza e mite fermezza al Presidente-Imperatore che lo apostrofa malamente, che lo accusa di non capire le vere e grandi questioni del mondo e che, attraverso collaboratori forse spregiudicati ma certo fedeli posti ai vertici del Pentagono, rinominato ministero della guerra, ha fatto trapelare la possibilità di una qualche forma di dorata prigionia per il «pessimo» Papa. Il cuore della risposta di Leone è in tre parole: «Non ho paura». Di questi tempi la rinuncia alla paura è una consapevolezza necessaria, un’opzione indispensabile. Ed è — oso dire, tenendomi lontano da ogni strumentalizzazione del pontefice — anche e soprattutto la base morale del programma di una politica davvero coraggiosa.