La forzatura di Trump a Hormuz tra stallo nei negoziati ed elezioni di mid term

ANSA
Al via l’operazione Project Freedom, lanciata dal presidente Trump per liberare lo stretto di Hormuz dal blocco navale iraniano. Secondo il CENTCOM, il Comando unificato delle forze armate statunitense, l’operazione dovrebbe prevedere l’utilizzo di cacciatorpedinieri, 100 velivoli da combattimento e circa 15.000 soldati come scorta alle imbarcazioni commerciali. L’operazione così delineata rappresenterebbe uno sforzo militare non indifferente, che ha destato non pochi dubbi sulla natura stessa del piano statunitense. Contro le dichiarazioni di Trump e del CENTCOM, che hanno ribadito la natura “umanitaria” e “difensiva” dell’operazione, si scontra invece la posizione di Teheran, che avverte sui rischi di una violazione della fragile tregua concordata lo scorso 7 aprile.
Oltre ad aprire alla possibilità di una nuova escalation, le disposizioni militari devono essere inquadrate in una fase molto delicata delle negoziazioni tra le parti belligeranti, che non sembrano suggerire esiti positivi per la risoluzione di un conflitto che ha già dimostrato la sua portata globale. L’operazione, d’altra parte, potrebbe essere letta come una dimostrazione muscolare statunitense nell’attuale fase di stallo delle trattative. Questo perché la guerra, oltre a pesare sui prezzi degli idrocarburi, scontenta la maggior parte degli americani e i sempre più numerosi segmenti dello storico elettorato trumpiano, da sempre sostenitore della linea isolazionista del presidente. L’incertezza di una guerra lunga, dispendiosa e dagli esiti incerti sta infatti erodendo la credibilità degli Stati Uniti non solo come garante della sicurezza globale, ma anche il capitale politico interno del GOP, previsto di colare a picco nelle prossime elezioni di midterm. Per ulteriori informazioni, a risentirci tra sei mesi.
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