Hormuz, tra crisi globale e paralisi europea

Dalla guerra nel Golfo all’impasse dell’Unione: tra sovranismi, shock energetico e occasione per una nuova agenda progressista

Otello MarilliApprofondimenti
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ANSA

In questi giorni il balletto tragico sull’apertura e la chiusura dello stretto di Hormuz è diventato il simbolo dell’impasse in cui la guerra di Trump e Netanyahu è precipitata. Del resto, ricordando Niccolò Machiavelli «le guerre si cominciano quando si vuole e si finiscono quando si può», quindi nonostante i ripetuti annunci del presidente USA sull’imminente fine del conflitto la realtà si ostina a non piegarsi alla sua volontà e alla sua arroganza. Quasi due mesi fa, l’11 marzo, The Donald tuonava in un’intervista telefonica ad Axios «in Iran non è praticamente rimasto niente da colpire. Le compagnie petrolifere usino Hormuz, non ci sono mine», l’evidenza dei fatti renderebbe superfluo qualsiasi commento. Attraverso il controllo dello stretto l’Iran ha dimostrato, inoltre, come l’interdipendenza tra l’Occidente, in particolare quello europeo, e i paesi del Golfo sia esposta a rischi e shock al di fuori di una condizione di pace. Già oggi, a poco meno di due mesi dall’avvio della guerra e con l’incertezza su quando potrà finire, i tempi per un ritorno alla normalità dei prezzi del greggio, anche se dovesse riaprire totalmente Hormuz, non sarebbero inferiori ai 10 anni: così ha ammonito Jeronim Zettelmeyer, direttore del think tank Bruegel, in un’intervista rilasciata a Repubblica il 19 aprile. Zettelmeyer ha anche rimarcato i limiti e gli errori che sin qui hanno caratterizzato l’attuale UE, indicando una prospettiva diversa come, ad esempio, lo scorporo del 20% dei debiti nazionali da mettere sul mercato per finanziare beni comuni europei.

Il conflitto nel Golfo impatta sull’Europa e sull’Unione non solo per la tragicità di un nuovo teatro di guerra che si aggiunge a quello ucraino e al genocidio palestinese, ma anche perché di fronte ad esso non ha saputo dare una risposta univoca. Ciascuno dei principali paesi ha reagito per sé; solo la Spagna a guida socialista ha condannato sin da subito la guerra senza mezzi termini, la Francia di Macron ha colto l’occasione per cercare di imprimere la sua egemonia a trazione neoliberista e neogollista sull’Unione, la Gran Bretagna di Starmer sembra piuttosto in difficoltà in bilico tra la vicinanza storica all’altra sponda dell’Atlantico e le sirene macroniane, la Germania di Merz aggiunge alle difficoltà sopracitate la debolezza interna del proprio cancelliere che sta rafforzando l’estrema destra di AFD, con rischi enormi per tutto il continente, e in ultimo l’Italia del governo Meloni che in questo contesto ha scelto balbettii e marginalità dopo essersi sdraiata sulle posizioni trumpiane.

Tuttavia, se è vero che, come spesso accade, le crisi sono occasioni di cambiamento e trasformazione, il segno che può assumere tale cambiamento attiene alla politica e alla capacità di lettura della fase che essa sa mettere in campo. Le parole che sono giunte da Barcellona in questi giorni aprono alla nascita di una nuova internazionale progressista, sono quelle che possono aprire una nuova fase in Europa: quella del cambiamento. Sono parole d’ordine che segnano una distanza importante da quelle che hanno caratterizzato a sinistra la stagione della “terza via” blairiana e che hanno contribuito a costruire un’Unione Europea più interessata al mercato e al profitto che alla redistribuzione della ricchezza e ai diritti sociali. Nel corso della pandemia del 2020 fu registrato un primo tentativo di cambio di passo con il Next Gen EU e il PNRR, ma non gli è stata data continuità con la costruzione di un debito comune europeo e la definizione, ad esempio, di un welfare continentale. Ad una risposta innovativa, ha fatto seguito quindi un ritorno alle logiche precedenti e ai limiti di funzionamento della commissione europea: unanimismo che sfocia nell’immobilismo e l’austerità del patto di stabilità. In questa marcia a passo di gambero si sono aggiunte le guerre (in primis l’aggressione all’Ucraina) e l’avanzata delle destre sovraniste, che ha precipitato sempre di più il quadro in una condizione di instabilità economica, sociale e politica. Il combinato di guerra e sovranismo ha messo a rischio anche la tenuta della democrazia per come la abbiamo intesa; la sconfitta di Orban in Ungheria segna in questo una battuta d’arresto, ma non il superamento di tale rischio: le presidenziali francesi saranno un ulteriore banco di prova, come anche il contenimento di AFD in Germania. Lo shock energetico preoccupa tutti i governi e le istituzioni continentali, nessuno può credere di rimanerne immune, ma sarà il “come” gestirlo che potrà fare la differenza e questo attiene alle forze politiche.

Le destre sovraniste stanno scommettendo sull’aumento delle contraddizioni sociali per soffiare sul fuoco della paura e della xenofobia ( a margine, neppure in Italia siamo fuori da questa fase nonostante la sconfitta del governo Meloni al referendum, la riprova è l’approvazione del nuovo decreto sicurezza), non a caso si intensifica il tentativo di porre all’ordine del giorno la “remigrazione” come parola d’ordine. Il fatto nuovo è che le forze liberali, che sinora avevano mantenuto una posizione di apertura e collaborazione con i sovranisti, stanno cercando di assumere un profilo maggiormente autonomo consapevoli che il protrarsi del conflitto e delle sue conseguenze crea instabilità nei mercati tali da metterne in discussione la loro centralità e la sostenibilità del modello. Infine, mentre la destra sovranista persegue il suo scopo e i liberali sono in cerca d’autore, sono le forze progressiste e socialiste ad avere l’occasione di recuperare centralità di posizione e di agire politico. Occorre, però, comprendere che l’alternativa è da costruire in termini di sistema, non si tratta di aggiustare qualche falla o di mettere qualche rattoppo: è stato il tentativo, pur nobile, attuato nella gestione del Covid, ma il suo esito è stato inefficace. Ripensare il modello nel profondo significa porre come elemento fondante dell’agire politico progressista un sistema valoriale: pace, lavoro, redistribuzione della ricchezza. Non si tratta di vagheggiare una rivoluzione, ma di ricostruire un equilibrio tra il profitto e il lavoro che lo genera, così da ridurre le disuguaglianze. Un’agenda socialista e progressista, come quella che del PSOE che governa la Spagna da molti anni con risultati eccellenti, che trova punti di contatto profondi nell’encicliche sociali di Papa Francesco come la Fratelli Tutti del 2020, è il primo passo per ribaltare i rapporti di forza e costruire un argine alle derive belliciste e illiberali che attraversano il mondo. Stiamo giocando una partita complessa in cui in ballo non c’è soltanto il “qui e ora”, ma una prospettiva di lungo periodo.

È l’occasione per portare la sinistra europea e globale fuori dalla subalternità al neoliberismo in cui si era ritirata negli anni ‘90 e restituirle una capacità egemone rispetto alla società e al mercato. Questo tempo può diventare quello del primato della politica sull’economia, oppure può sancire la totale subalternità della politica al mercato: dall’esito di questa battaglia politica potremo avere o una società più giusta, più libera, più solidale e più democratica, o più chiusa, più sperequata, più individualista e più autoritaria. Quella a cui tutti siamo chiamati è una sfida grande e terribile, ma è anche l’opportunità di rendere la propria vita “politica” degna di essere vissuta.

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