La carta russa per sbloccare Hormuz: i colloqui a Mosca con Araghchi e la nuova centralità di Putin
L’incontro tra Abbas Araghchi e Vladimir Putin apre a una possibile “terza via” negoziale: Teheran rilancia con il sostegno di Mosca, mentre Washington resta ferma e la crisi globale si aggrava

ANSA
Nel valzer relativo ai colloqui tra Iran e USA si è aggiunto un altro ballerino: Vladimir Putin. Oggi, a fronte dell’ennesimo stallo, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato il presidente della federazione russa. A seguito dell’incontro definito ottimo, il ministro iraniano, oltre ad aver rilanciato la proposta di riapertura dello stretto di Hormuz a condizione che gli Stati Uniti revochino il blocco e non pongano nei colloqui il tema del programma nucleare, ha rimarcato come «tutti i temi, sia nelle relazioni bilaterali, sia nelle questioni regionali, così come nella guerra e nell’aggressione di USA e Israele sono stati discussi e analizzati in modo approfondito». La replica americana è stata, ovviamente, netta nel rifiuto. Ad oggi quindi, l’impasse non si scioglie, lo stretto rimane chiuso, la tregua si assottiglia sempre più e le conseguenze della crisi vanno peggiorando per tutti (lavoratori, famiglie e imprese). In questo contesto, inoltre, l’incontro Araghchi Putin rappresenta un messaggio chiaro: l’Iran non è isolato.
Insomma, a due mesi dall’inizio della guerra il regime di Teheran non solo non è caduto, ma ha scoperto una straordinaria arma di pressione nei confronti dell’economia globale (lo stretto di Hormuz) e ha rinsaldato legami strategici con player geopolitici sicuramente illiberali, ma dotati di arsenale atomico. Gli Stati Uniti, invece, in due mesi hanno ispessito notevolmente i rapporti con gli stati europei accusati di averla lasciata da sola in una guerra che, ad onor del vero, l’Europa non ha mai cercato, si è legata a doppio filo con il genocida Netanyahu, non ha ottenuto nessuno degli obiettivi che aveva dichiarato di poter raggiungere in tempi brevissimi. Così il mondo osserva, in attesa della ennesima dichiarazione di Trump in cui annuncia che la guerra è prossima a finire.
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