Fumata nera a Islamabad: stop ai negoziati tra Usa e Iran. L'Europa si prepara a nuovi rincari

Il vicepresidente Usa, JD Vance, lascia il Pakistan annunciando il mancato accordo, nessuna intesa sui tre nodi fondamentali. Resta chiuso lo stretto di Hormuz.

RedazioneFlusso Quotidiano
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ANSA

La prima fumata è nera. Dopo oltre 21 ore di colloqui, la delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance ha lasciato il Pakistan senza riuscire a trovare un accordo, confermando distanze profonde sui tre dossier chiave. Al centro dello scontro c’è lo Stretto di Hormuz, che Washington vorrebbe riaprire immediatamente, mentre Teheran lo considera una leva negoziale irrinunciabile e continua a usarlo come strumento di pressione. Nessun compromesso neppure sul nucleare: gli Stati Uniti chiedono la cessione dell’uranio altamente arricchito, richiesta respinta dagli iraniani. Infine, resta il nodo dei 27 miliardi di dollari di fondi congelati all’estero: risorse iraniane — derivanti in gran parte da esportazioni energetiche e riserve valutarie — bloccate negli anni in banche straniere a causa delle sanzioni internazionali. Teheran ne chiede lo sblocco immediato come condizione minima per qualsiasi intesa, mentre Washington vede in quei fondi uno degli strumenti negoziali più incisivi. Tre questioni su cui nessuna delle parti ha voluto fare passi indietro e che hanno inevitabilmente condotto a un muro contro muro nelle ultime ore.

Ora le conseguenze rischiano di farsi sentire soprattutto sui mercati energetici. Il protrarsi dello stallo nello Stretto di Hormuz, la cui riapertura appare sempre più lontana, minaccia di innescare una nuova ondata di rincari e un rapido calo delle scorte. Nel brevissimo periodo, l’emergenza più visibile riguarda il jet fuel, il carburante per aerei commerciali e di linea, che sta diventando sempre più scarso in Europa e che rende sempre più concreto il rischio di una paralisi del traffico aereo. Nei giorni scorsi Aci Europe, l’associazione degli aeroporti europei, ha scritto alla Commissione Ue: «senza una riapertura totale dello Stretto di Hormuz, l’Europa esaurirà le proprie scorte entro tre settimane». Tradotto: migliaia di voli a terra e un impatto immediato su turismo, commercio e mobilità internazionale. Ma il problema è molto più ampio e riguarda il medio periodo. Lo Stretto di Hormuz è uno snodo attraverso cui passa una quota rilevante del petrolio e del gas mondiale: un blocco prolungato non colpirebbe solo il trasporto aereo, ma l’intero sistema produttivo. L’industria manifatturiera vedrebbe aumentare ancora e drasticamente i costi energetici; la logistica e il trasporto marittimo subirebbero ritardi e rincari; il settore chimico e tutti gli altri comparti dipendenti dagli idrocarburi entrerebbero in tensione; e, a cascata, si aprirebbe un nuovo shock inflazionistico con effetti su alimentari, beni di consumo e catene globali del valore. È in questo contesto che tornano a pesare le parole di Donald Trump, che pochi giorni fa aveva evocato scenari estremi. Senza un accordo, il rischio non è solo economico, ma sistemico, esistenziale.

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