Diritti, pace e giovani: Schlein lancia la sfida del campo progressista

La leader del Partito Democratico, intervistata da Federico Lobuono, rilancia un programma incentrato su diritti civili, giustizia sociale e politica estera, per costruire un’alternativa di governo alla destra.

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ANSA

Al Pride Croisette di Roma, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein prova a tenere insieme il cuore della proposta progressista: diritti civili, giustizia sociale, politica estera fondata sul diritto internazionale e costruzione di un’alternativa di governo. Intervistata da Federico Lobuono, mette in fila temi e priorità, ribadendo l’unità e la determinazione dell’alleanza progressista di centrosinistra che, conferma, è al lavoro per un progetto unitario per sfidare la destra di governo sui temi più rilevanti. «Lavorare insieme – ha detto – e arrivare a definire un idea comune è il modo migliore che abbiamo per farci perdonare la mancanza di coraggio che troppo spesso si è vista». E da dove si debba iniziare per costruire un idea diversa di paese, Schlein non ha dubbi. «Se potessi far approvare una legge domani mattina – spiega – sarebbe quella sul consenso. È davvero ingiusto che non sia stata approvata». E mentre a sinistra si cerca di costruire un alternativa basata sul riconoscimento di diritti per tutti e tutte, la destra sembra muoversi sempre più in senso opposto.

Da qui allarga il discorso e prova a spiegare perché, per il Partito Democratico, la battaglia sui diritti LGBTQIA+ non possa essere trattata come un tema laterale o identitario, da tirare fuori solo nelle piazze del Pride. Al contrario, è uno dei temi su cui si misura l’idea stessa di democrazia e di uguaglianza. «Spesso si dice che parlare di diritti civili fa perdere voti. – spiega in modo netto - Forse fa perdere quelli degli omofobi, però è meglio così». Parte da una contestazione molto netta del racconto secondo cui i diritti civili sarebbero un lusso, qualcosa che viene dopo i "problemi reali”. «Chi mette in gerarchia diritti civili e sociali – dice – ha un problema con gli uni o con gli altri, o più spesso con tutte e due insieme». Non esistono, insomma, problemi di serie A e di serie B e di sicuro non possono esistere diritti meno importanti di altri. «Diritti sociali e diritti civili sono inscindibili tra di loro – spiega ad una platea attenta – e così vanno portati avanti, protetti e promossi insieme. Perché non bisogna dimenticare che le persone discriminate sono cittadini. Sono persone che lavorano, che fanno impresa e che pagano le tasse. Ma che spesso devono affrontare calvari infiniti». Una situazione aggravata ancor di più dal dilagare di un nuovo sentimento di odio: «Ci troviamo davanti – ha detto – ad una internazionale della destra più nera che esista. Una destra che ha scelto tra i suoi nemici anche la comunità LGBTQIA+ ed in particolare le persone trans».

Diventa dunque compito del campo progressista rilanciare una battaglia sui diritti che possa dare dignità alla vita di tutti e tutte. È in questo intreccio che la leader del Pd colloca la necessità di un cambio di passo. Le unioni civili, ricorda, sono state «un grande passo avanti», ma non bastano più. Per questo, assicura la segretaria, «questi temi saranno senza dubbio nel programma del campo largo. Ci sarà ovviamente l’impegno per una legge sul matrimonio egualitario e accanto a questo una legge per garantire i diritti dei figli e delle figlie delle coppie omogenitoriali». La politica, insomma, deve smettere di nascondersi dietro gli alibi e assumersi la responsabilità di riconoscere diritti che già esistono nella vita delle persone. Lo dice, più o meno esplicitamente, richiamando l’articolo 2 della Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».

La stessa logica vale per la scuola. Se l’obiettivo è prevenire violenza, discriminazioni e odio, allora bisogna intervenire prima che gli stereotipi si radichino. Servono educazione alle differenze, educazione affettiva e sessuale, strumenti di supporto psicologico per ragazze e ragazzi. Non come imposizione ideologica, ma come forma minima di protezione e consapevolezza. Da qui l’attacco alla destra, accusata di combattere l’ingresso delle associazioni LGBTQIA+ nelle scuole mentre finge di non vedere che «l’omobilesbo-transfobia dentro alle scuole c’è già entrata» e continua a fare vittime anche tra i più giovani. «Dicevano che il Ddl Zan fosse una legge liberticida – commenta amara – ma forse dobbiamo metterci d’accordo su quali sono le libertà che vogliamo difendere. Perchè quella di discriminare o aggredire le persone LGBTQIA+ non è una libertà che possiamo tollerare». E invece la destra di governo pare intenzionata a proseguire lungo una strada che rischia di portare l’Italia fuori dal nostro tempo. «Hanno approvato il Ddl Valditara – ricorda – che fa esattamente l’opposto di quello che servirebbe. Limita l’educazione sessuoaffettiva, l’educazione alle differenze». E non solo: «Per farlo passare hanno aspettato che finissero le scuole. Perchè sanno anche loro che gli studenti per primi avrebbero protestato in massa».

Il progetto che Schlein rivendica davanti alla platea del Pride Croisette è dunque quello di un centrosinistra che non chieda più pazienza alla comunità LGBTQIA+, e che anzi rimedi agli errori del passato. «Il centrosinistra – dice – ha tanto da farsi perdonare dalla comunità LGBTQIA+», ma ora per la segretaria dem i tempi sono maturi per costruire un programma serio e concreto che possa incidere realmente sulla vita delle persone. La sfida, insomma, è arrivare alle prossime elezioni con un programma chiaro e condiviso. Senza più rinvii e senza più scuse.

Ma oltre ai temi cari alla comunità del Pride, la segretaria del Partito democratico ribadisce l’inadeguatezza del governo Meloni anche sui principali temi che il presente ci costringe ad affrontare. Si definisce «una federalista europea convinta» e da qui costruisce il cuore del suo ragionamento: l’Unione Europea, così com’è, resta «un’opera incompiuta che fa fatica a mantenere quelle promesse di benessere e di più opportunità per le nuove generazioni ». Ma la leader dem la risposta non può essere il ritorno degli egoismi nazionali, perché proprio il nazionalismo, nella storia del continente, «ha sempre portato una sola cosa: la guerra». Al contrario, serve un salto in avanti dell’integrazione europea, superando il vincolo dell’unanimità, che secondo Schlein blocca ogni decisione rilevante, e rilanciando la strada degli investimenti comuni aperta dopo la pandemia.

È qui che la critica al governo diventa più politica. Secondo Schlein, la premier Giorgia Meloni continua a muoversi dentro una contraddizione: rivendica sovranità, ma finisce per rendere l’Italia più dipendente dagli altri. Accade sulla difesa, quando accetta l’obiettivo di aumentare la spesa militare al 5% del Pil chiesto da Donald Trump senza battersi davvero per una difesa comune europea. «Questo vuol dire solo una cosa – attacca – comprare più armi da Trump ed essere più dipendenti dagli altri, non meno. Alla faccia del sovranismo». E accade sul dossier energia, dove la destra chiede di sospendere gli strumenti europei pensati per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, invece di investire sulle rinnovabili come hanno fatto altri Paesi.

«Se tu non fai investimenti sulle rinnovabili come li ha fatti, ad esempio, la Spagna di Sanchez – spiega – riducendo le bollette delle famiglie e delle imprese, e al contempo vai a chiedere di sospendere quegli strumenti che ti aiutano a liberarti dalla dipendenza dal gas di Putin e dal gas di Trump, vuol dire che comprerai più gas da Trump e sarai più dipendente, non meno». Per Schlein, la strada dovrebbe essere opposta: più Europa, più investimenti comuni, più autonomia strategica, anche per difendere l’industria italiana e rilanciare una crescita che oggi appare ferma.

La lente si allarga poi al mondo che cambia e alle guerre che lo attraversano. Schlein rifiuta l’idea che «il diritto internazionale venga sostituito dalla legge del più ricco e dalla legge del più forte» e richiama l’articolo 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra». Da qui la condanna delle «guerre illegali» e la richiesta di tornare alla diplomazia, alla cooperazione, alla costruzione di una pace giusta. Vale per l’Ucraina, che ha subito «un’invasione criminale» da parte della Russia, ma vale anche per il Medio Oriente. A Gaza, dice, «nonostante la fragile tregua, si continua a morire», e non potrà esserci una pace vera senza la fine delle occupazioni illegali in Cisgiordania e senza il pieno riconoscimento di uno Stato di Palestina accanto a Israele. «Due popoli, due stati – spiega – vuol dire che entrambi hanno diritto a vivere e esistere in pace e in sicurezza».

«E ugualmente – dice parlando di Medio oriente – la pace serve anche per quel popolo iraniano che dobbiamo sostenere nella sua lotta per la libertà». Un popolo che è stato sotto lo scacco di un regime teocratico che non è stato scalfito dagli attacchi di Donald Trump e Netanyahu. Un regime che sembra anzi rafforzato grazie «alla enorme leva di ricatto che è lo stretto di Hormuz». Un regime che gli Stati Uniti avrebbero voluto rovesciare come fatto in Venezuela. «Il nostro governo è l'unico in Europa che è riuscito a parlare dell'attacco militare in Venezuela come di una legittima difesa. E lo dice una che ha sempre contrastato il regime di Maduro in Venezuela. Ma il punto non è mai stata la libertà e la democrazia per i cittadini venezuelani, il punto erano il petrolio e l'energia».

E se sui principali dossier internazionali il governo arranca, il quadro non sembra migliore sul versante interno. Schlein, nonostante la vittoria rivendicata dai partiti di governo, si dichiara soddisfatta del risultato delle amministrative. «Se guardate la somma dei voti veri – commenta – l'alleanza progressista è più avanti del governo, quindi finalmente siamo in campo e siamo competitivi». Rivendica che l’alleanza progressista abbia vinto in più capoluoghi e in più comuni sopra i 15 mila abitanti rispetto al centrodestra, e interpreta quei dati come il segnale di una crescente fiducia intorno al campo progressista. Ma avverte che il programma non può essere costruito «chiusi nelle stanze della politica»: «deve partire dalle tante proposte che abbiamo già condiviso, sulla politica industriale, sul tema della sicurezza, sui diritti. E lo dobbiamo fare insieme alle persone, ascoltandole». La destra, sostiene la segretaria dem, ha capito di poter perdere e per questo mette al centro la legge elettorale invece dei problemi reali. Una proposta definita «irricevibile» per il premio di maggioranza elevato e per quello che sembra «un antipasto del premierato», cioè l’indicazione obbligatoria del premier, che rischia di ridefinire gli equilibri di potere sanciti dalla Costituzione. «Naturalmente davanti a questo stiamo dialogando con le altre forze di opposizione per fare muro insieme in commissione».

E guardando al futuro del Paese, il programma del campo largo non può ignorare i giovani e le difficoltà che affrontano, come il caro affitti. «questa destra – ricorda – appena arrivata al governo ha cancellato il fondo per l'affitto di 330 milioni che davano i governi precedenti. Soldi che erano fondamentali per riuscire a tendere una mano a migliaia di famiglie che rischiavano di scivolare improvvisamente in povertà e in situazioni di emergenza abitativa». La casa, insiste, è stata troppo a lungo fuori dal centro dell’agenda politica, anche a sinistra. E invece oggi è uno dei luoghi in cui si misura la possibilità stessa di costruire autonomia, studiare, lavorare, immaginare un futuro.

Per questo la segretaria dem chiede di reintrodurre il fondo affitti, rafforzare le detrazioni per i giovani, sostenere l’acquisto della prima casa e avviare un vero piano di edilizia popolare, recuperando anche gli alloggi pubblici che esistono ma restano vuoti perché hanno bisogno di manutenzione. Ma il nodo, soprattutto nelle grandi città universitarie e turistiche, è anche quello degli affitti brevi. Schlein non parla di criminalizzare chi affitta una casa ereditata per integrare uno stipendio basso, ma di distinguere quei casi dalle grandi società che concentrano decine di appartamenti e fanno salire i prezzi. Senza regole, avverte, il risultato è che intere fasce di giovani vengono espulse dalle città in cui studiano o lavorano.

È qui che il tema della casa diventa il cuore di una battaglia più ampia: quella sul «diritto a restare». «Questa destra – dice – ci ha ossessionato per anni che il problema principale, fondamentale, unico dell'Italia fosse l'immigrazione e non ha visto l'emigrazione di tanti giovani». Per Schlein, l’Italia non può continuare a formare ragazze e ragazzi, spesso con enormi sacrifici delle famiglie, per poi costringerli ad andare altrove perché trovano solo stage non pagati, contratti precari e affitti impossibili. «Con gli stage non pagati non ci paghi un affitto», dice. E se uno studente non riesce più a permettersi una stanza, non viene colpito solo il suo diritto alla casa: viene colpito il diritto allo studio, e con esso «il diritto al futuro di questo Paese».


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