Contro il maggioritario: per una nuova centralità della rappresentanza

Perché l’Italia deve superare i sistemi a premio e tornare a un proporzionale selettivo che rafforzi Parlamento, partecipazione e qualità della democrazia

Antonio FloridiaIl Punto
Parlamento (1).jpg

ANSA

Molti interventi hanno ampiamente dimostrato l’inaccettabilità della proposta di riforma elettorale che la coalizione di destra ha presentato in Parlamento. Non vogliamo qui ritornare sui tanti profili di incostituzionalità che sono stati messi in luce da studiosi e costituzionalisti, ma anche sulle profonde tare (i “buchi”, come si dice) di questa legge, le cialtronerie anche solo “tecniche” che la caratterizzano. Né sulla strumentalità evidente, che però è anche un segno di debolezza, con cui la destra sta prospettando questa riforma.

Non mancano le ragioni di una forte opposizione a questo progetto. Ci limitiamo qui ad auspicare che il campo progressista sappia condurre in parlamento – qualora la maggioranza volesse forzare i tempi – una dura battaglia procedurale, per rallentare o impedire l’approvazione della legge (potendo anche contare sul fatto che nella maggioranza stessa ci sono molti conflitti di interesse, e molta confusione di idee), in modo tale da impedirne l’applicazione in tempo utile per le prossime elezioni: è vero che il Rosatellum è una pessima legge elettorale, ma questo non è certo un buon motivo per approvarne una peggiore! E c’è da sperare anche che le opposizioni, o una parte di esse, non si facciano imbrigliare in una trattativa “al ribasso”, come se il problema fosse solo quello dell’entità del “premio” (che, nella versione attuale, è di dimensioni spropositate e pericolose): è il principio in sé che è inaccettabile. E speriamo anche che a qualcuno non venga in mente un pericoloso “retropensiero”: i sondaggi stanno “girando”, il campo progressista può vincere, perché non approfittare noi del “super-premio”? una logica perversa, che poi è quella di alcuni giornali e esponenti della destra quando insinuano che, in fondo, il modello proposto dal governo conviene anche a Elly Schlein.

Piuttosto, riteniamo utile che si colga questa ennesima discussione sulle riforme elettorali per uscire dalle strettoie della contingenza politica e affrontare finalmente alcuni temi intorno a cui, da molti anni oramai, si alimenta un dibattito sterile, fatto di molti luoghi comuni e anche di evidenti strafalcioni concettuali. In varie occasioni, la segretaria Schlein, interrogata sull’argomento, ha detto: «vogliamo una legge che restituisca il potere di scelta agli elettori». Giusto, ma insufficiente, perché ci sono molti modi di raggiungere questo obiettivo e, soprattutto, ogni sistema elettorale implica qualcosa di molto rilevante, un’opzione sul modello di democrazia cui si aspira: la proposta del governo va nella direzione di una crescente torsione plebiscitaria della nostra democrazia. È giusto dire no, ma quale modello le si contrappone? Questo articolo si propone di sollecitare il Pd ad uscire dalla notevole incertezza della posizione tenuta finora su questo tema, - frutto, a nostro parere, di un’eredità del passato (quando il Pd, alle sue origini, ha puntato molto sulla “logica del maggioritario”) e della notevole diversità di opinioni che perdurano oggi al suo interno, senza finora essere mai state discusse apertamente.

La mia tesi è che a) bisogna finalmente prendere atto del fallimento di tutti i sistemi elettorali che hanno caratterizzato la vicenda politica italiana negli ultimi trentacinque anni, e che, in vario modo, sono tutti riconducibili ad una qualche “logica del maggioritario”; e b) che l’unica via per restituire legittimità al parlamento e dignità alla nostra democrazia rappresentativa sia quella di un adottare un sistema proporzionale (che possiamo definire “selettivo”, in quanto preveda una soglia di accesso che impedisca la frammentazione). I sistemi “maggioritari” che abbiamo avuto non hanno contribuito in alcun modo a rendere più forte e stabile la nostra democrazia. E alla base possiamo individuare una precisa scelta ideologica: una lettura della crisi della democrazia italiana come “crisi della governabilità” (a cui rimediare attraverso forzature e distorsioni della rappresentanza) e non invece come “crisi di legittimazione”.

Attorno a questa opzione si sono accumulate una serie impressionante di equivoci e di frasi fatte oramai stucchevoli: «non esiste il sistema elettorale perfetto», «i cittadini devono scegliere il capo del governo», «bisogna conoscere il vincitore la sera delle elezioni»…e si potrebbe continuare: asserzioni inaccettabili dal punto di vista dei principi che connotano una democrazia rappresentativa e parlamentare, quale è quella definita dalla nostra Costituzione. E false in linea di fatto, perché nessuna democrazia parlamentare prevede meccanismi che assicurino a priori l’esistenza di una maggioranza parlamentare.

Un’altra frase ricorrente è quella secondo cui «bisogna contemperare rappresentanza e governabilità»: è un modo di presentare le cose che ci sembra fuorviante. Si possono fare due obiezioni, una di principio e una di fatto. In linea di principio, la priorità in una democrazia parlamentare è la rappresentanza politica equa degli elettori e dei loro orientamenti politici, e solo in seconda istanza, sulla base dei rapporti di forza in Parlamento, quella di formare maggioranze che sostengano un governo. La “pari considerazione” dei due principi, poi, è stata una mera finzione: i sistemi elettorali italiani hanno voluto privilegiare la prima, sacrificando la seconda, ma con un esito paradossale, ovvero senza in alcun modo raggiungere il fine che ci si proponeva, ossia governi stabili, in grado di governare efficacemente. L’opzione per il maggioritario, nel passaggio dalla Prima alla seconda Repubblica era stato motivato in questo modo e poi anche dall’obiettivo di “ridurre la frammentazione”, orientando il sistema politico verso un assetto bipolare (in una certa fase, sembrava perfino bipartitico): non è accaduto, anzi. Poteva forse riuscirci la legge Mattarella, pur avendo molti limiti, se si fosse continuato a votare con questa legge, consolidando le abitudini e i processi di apprendimento degli elettori; ma – com’è noto – Berlusconi la considerava un terreno perdente, e dunque si è arrivati alla legge Calderoli, fondata sul principio del “premio di maggioranza”. È stata l’apoteosi della frammentazione e della ingovernabilità; e per ragioni ben precise: la formazione di coalizioni preventive, quanto più ampie possibili, al fine di “arrivare primi” e prendere il “premio”, attribuisce un grande potere di coalizione (di “ricatto”) non solo alle piccole formazioni politiche, ma anche ai singoli notabili detentori di un pacchetto di voti personali. Questa frammentazione “in entrata” si riverbera poi nell’azione di governo, dovendo tener conto non tanto di questa o quella posizione politica dentro la maggioranza, ma delle pretese di ricompensa, del “dividendo” che tutti gli “azionisti”, anche quelli con una piccola quota, possono rivendicare. E’ quello che è accaduto nelle elezioni del 2001, del 2006, del 2008 e del 2013: ed è incredibile che lo stesso schema venga oggi riproposto dalla destra (ma anche da alcuni studiosi che si rifiutano di prendere atto degli effetti perversi che ha prodotto questo modello), con due aggravanti, quella di una ulteriore torsione plebiscitaria (l’indicazione sulla scheda del candidato Presidente del Consiglio) e quella di un possibile “super-premio” di maggioranza, con tutto ciò che questo implica, in particolare per le soglie di garanzia nel voto del Parlamento per il Presidente della Repubblica e i giudici della Corte Costituzionale.

La necessità di costruire ampie coalizioni preventive disincentiva la definizione di programmi di governo chiari e univoci, poiché un accordo si può trovare solo sulle grandi linee, o su obiettivi generici, mentre si evitano le questioni più complesse, spinose o controverse: e questa genericità iniziale dei programmi si riflette poi inevitabilmente nella gestione della futura azione di governo. Quindi: forti distorsioni della rappresentanza, ma nessuna garanzia di reale “governabilità”: davvero un bel risultato! Altro che “contemperare” i due principi…

Fin qui la pars destruens, che dovrebbe prevedere anche un ampio capitolo, che qui non possiamo affrontare, relativo alle modalità di scelta dei parlamentari: non credo occorrano molte parole per mostrare quanto abbia pesato, nella crescente delegittimazione del sistema politico italiano, il fatto che, oramai da anni, gli elettori – con le lunghe liste “bloccate” - non sono messi in grado di conoscere, scegliere e votare un proprio rappresentante.

Vorrei invece affrontare un tema che ricorre nel dibattito politico: è vero che il Rosatellum, ma poi anche un sistema proporzionale, porterebbero al “pareggio”, costringendo quindi a formare “governi tecnici” o a governi di “unità nazionale”? Siamo di fronte ad un tipico caso di fallacia argomentativa, ma anche di vera e propria carenza delle basi teoriche e conoscitive che la scienza politica può mettere a disposizione.

La premessa teorica è che un sistema elettorale non è solo una formula che traduce i voti in seggi: è dato da un complesso di regole che creano un sistema di incentivi e di disincentivi che incidono sul comportamento degli attori politici, sia i partiti che gli elettori. La fallacia sta nel fatto che, nei discorsi correnti. si opera una trasposizione indebita dai sondaggi e dai dati elettorali a disposizione (che nascono da determinati sistemi di voto) alle presunte conseguenze che tali dati avrebbero con un sistema proporzionale. È una trasposizione del tutto arbitraria. Vediamo perché.

Come abbiano detto, i “sistemi a premio”, obbligano alla costruzione di coalizioni preventive, e producono le distorsioni sopra segnalate (e già verificatasi nei fatti): incentivi alla frammentazione e ambiguità dei programmi di governo; anzi, di fatto, alla loro assenza, per evitare argomenti che possano creare divisioni. E questo, a dispetto della proclamata “governabilità” rende più instabile la futura azione di governo.

Un sistema proporzionale con soglia di sbarramento ragionevole (il 3% o il 4%) produce effetti opposti e benefici:

a) intanto, dovendo ciascun partito presentarsi agli elettori in autonomia e con il proprio volto, incentiva la specificità dell’offerta programmatica, obbliga ciascun partito a motivare le proprie proposte e a definire meglio la propria identità. Ne può derivare una maggiore qualità del dibattito pubblico, e gli elettori sono messi in grado di valutare meglio le differenze tra le diverse proposte.

b) i partiti maggiori sono sottratti al ricatto delle forze minori e dei singoli notabili, non hanno più alcun incentivo a sottostare al loro condizionamento, non devono pagare un prezzo per avere il loro sostegno. Viceversa, le forze che, ragionevolmente, pensano di essere “a rischio” sono incentivate a creare aggregazioni e formazioni più consistenti (e non semplici cartelli elettorali, che risultano poco credibili agli occhi degli elettori). Ne deriva, nel complesso, una riduzione della frammentazione e un sistema politico pluralistico e articolato, ma non polverizzato. E la formazione di un governo è affidata alla dialettica parlamentare, restituendo davvero dignità e centralità al Parlamento.

c) gli elettori sono indotti, prima di tutto, a rafforzare il partito in cui maggiormente si riconoscono: si vota per qualcuno, non contro qualcuno, o per evitare che vincano “gli altri”. Il che, peraltro, incentiva la partecipazione e scoraggia l’astensionismo: se la scelta a cui è chiamato l’elettore si riduce a quella tra due blocchi indistinti, o peggio tra due “leader”, vi è sicuramente una quota di elettori che non si riconosce in nessuna delle due parti ed è indotto a restarsene a casa. Non sempre gli elettori accettano il “ricatto” del voto al “meno peggio”. E vi possono essere anche elettori che hanno una tale idiosincrasia per un possibile alleato da rifiutare il voto alla coalizione (“Se c’è Tizio, in non la voto!”, scommetto che molti hanno sentito questa frase…). Se al contrario, vi è un’offerta più ampia e articolata, maggiore è la possibilità che gli elettori possano comunque individuare un partito a cui si sentono più vicini. Gli elettori sono poi indotti a scegliere sulla base di una ponderazione politica degli effetti possibili del loro voto: ad esempio, privilegiando il sostegno ad un partito che meglio li rappresenta o, secondo una logica di second best, spostando il sostegno ad un partito che, per la sua posizione nello schieramento politico, ha maggiori probabilità di esercitare un ruolo rilevante. Si offre così all’elettore un maggiore ventaglio di possibili opzioni: votare semplicemente per il partito in cui più ci si riconosce, votare per un partito che ha più chances di influenza nei futuri equilibri di governo, o anche votare per un partito medio-piccolo, ma che, per i suoi programmi, appare comunque come un potenziale partner di una coalizione, in grado di pesare sul piano programmatico e di rappresentare peculiari istanze. E, infine, la grande “angoscia” del pareggio, che sembra attanagliare qualcuno, anche a sinistra, memore delle infelici esperienze dei governi “tecnici” o di governi di “unità” (o quasi) nazionale.

E del tutto evidente come, sulla base di un comportamento elettorale mosso da una logica diversa, non vi sia alcuna certezza sul fatto che la distribuzione delle preferenze riproduca quella riscontrata sulla base dell’offerta dei due mega-coalizioni. Senza la costrizione di scegliere tra due blocchi, il voto degli elettori darà un’indicazione sui partiti maggiormente in grado di concorrere alla formazione di una maggioranza, e a quali di essi spetterà una responsabilità in questo senso.

Appare poi debole l’argomento secondo cui è preferibile una coalizione preventiva rispetto alla formazione, comunque, di una coalizione post-elettorale, sulla base dei rapporti di forza emersi dalle urne. La coalizione pre-elettorale comporta, come l’esperienza insegna, l’assemblaggio di forze eterogenee; una limpida trattativa post-elettorale, tra le forze in grado di dar vita ad una maggioranza parlamentare, rende possibile la ricerca di effettive convergenze politiche e programmatiche, come mostra il caso tedesco (con dettagliate definizioni del programma di governo, lunghe e faticose, talvolta, ma che poi però danno vita ad un assetto stabile di governo) e come mostra, da ultimo, anche il caso spagnolo.

In conclusione, bisogna richiamarsi ad un principio basilare: in una democrazia parlamentare, le maggioranze si formano in Parlamento, e dunque non ci possono essere garanzie a priori sulla sussistenza di una maggioranza. In un sistema parlamentare, cioè, un governo stabile è sempre effetto della sussistenza di condizioni politiche che permettano tale stabilità. Non possono essere i meccanismi elettorali a supplire e a creare maggioranza artificiose che non corrispondano ai reali orientamenti degli elettori e al consenso di cui si gode nel paese. La vicenda politica degli ultimi vent’anni dovrebbe averci insegnato queste semplici verità. E sarebbe auspicabile che il Pd e le altre forze della sinistra ne discutessero apertamente.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati