Austerità senza sviluppo. Il vicolo cieco del governo Meloni

Il Documento di finanza pubblica certifica debolezze strutturali, crescita ferma e dipendenza energetica: senza una visione industriale ed energetica, il Paese resta bloccato.

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ANSA

Il Documento di finanza pubblica approvato il 22 aprile certifica le fragilità strutturali della nostra economia. Lo shock energetico di Hormuz non è la causa del problema italiano: ne è l’amplificatore. Per uscire dalla stagnazione serve una strategia di sviluppo che questo governo non ha e che la sinistra deve saper costruire.

La pubblicazione dei dati ISTAT sull’indebitamento netto e il debito pubblico - il 22 febbraio, contestualmente all’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del Documento di finanza pubblica - ha alimentato un dibattito quasi interamente concentrato su un numero: il deficit al 3,1 per cento del PIL nel 2025, un decimale oltre la soglia europea, che ha costretto l’Italia a restare nella procedura per disavanzo eccessivo almeno fino al 2027. È un dato politicamente imbarazzante per un governo che rivendica il risanamento dei conti pubblici. Ma ci sono altri numeri, nel DFP e nel recente rapporto dell’OCSE sull’Italia, assai più preoccupanti ma passati quasi inosservati.

Nel 2025 il PIL reale italiano è cresciuto dello 0,5 per cento. La zona euro ha fatto tre volte tanto: +1,4 per cento. La produzione industriale è diminuita per tre anni consecutivi. I salari reali non hanno ancora recuperato i livelli pre-pandemia, a differenza di quanto accaduto in pressoché tutti gli altri Paesi OCSE. La dipendenza dai combustibili fossili rimane elevatissima: petrolio e gas coprono ancora più di tre quarti dei consumi energetici del Paese, esponendoci strutturalmente a ogni perturbazione dei mercati globali. Non è la fotografia di un Paese colpito da uno shock esogeno. È la radiografia di un’economia che non ha trovato, in tre anni e mezzo di governo di destra, né la strategia né gli strumenti per tornare a crescere.

La cura di austerità somministrata all’Italia in questi anni — pressione fiscale salita dal 41,7 per cento del 2022 al 43,1 per cento del 2025, record dal 2014, con i cordoni della spesa sempre più stretti su sanità, istruzione, ricerca, casa e politiche sociali — ha ridotto la febbre (il deficit) ma ha indebolito il paziente (l’Italia), azzerando la crescita e aggravando le disuguaglianze. È il paradosso di un rigore senza visione: si stringono i conti ma non si costruisce nulla. Si gestisce l’esistente, si rimanda il futuro.

Rispondere allo shock aiutando chi ha davvero bisogno

Di fronte allo shock energetico in corso, la priorità immediata è evitare che le famiglie più vulnerabili e le imprese più esposte paghino un prezzo insostenibile. La risposta deve essere selettiva: aiuti concentrati sui nuclei a reddito più basso e sulle imprese energivore, accompagnati dalla prosecuzione della sterilizzazione dell’extra gettito IVA sui carburanti con il meccanismo delle accise mobili.

Se le condizioni dovessero peggiorare sensibilmente, un eventuale scostamento di bilancio sarebbe probabilmente inevitabile. Ma avrebbe senso solo se accompagnato da una svolta nella strategia energetica. La tentazione del governo è di usare il debito pubblico per sussidiare i combustibili fossili. Sarebbe un errore grave, perché aggraverebbe la dipendenza strutturale dal petrolio e dal gas, anziché ridurla. Un pacchetto finanziato con lo scostamento dovrebbe includere invece misure strutturali per accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, il risparmio energetico nelle imprese e negli edifici, la diffusione delle comunità energetiche.

La transizione non è un costo da subire: è l’unica via per abbassare strutturalmente le bollette e rafforzare l’autonomia strategica del Paese. La Spagna lo dimostra concretamente: la crescente quota di solare ed eolico nel suo mix energetico ha prodotto effetti diretti e misurabili sulla riduzione dei prezzi dell’elettricità per imprese e famiglie. L’OCSE la cita come esempio virtuoso. Noi, nel frattempo, continuiamo a dipendere dal gas.

Il nodo irrisolto: come tornare a crescere

Guardando oltre l’emergenza, la sfida più importante è come tornare a crescere in modo stabile senza il PNRR (dato che terminerà nel 2026) e con spazi di bilancio assai ristretti. Le previsioni del DFP delineano un quadro sconsolante: +0,6 per cento nel 2026, +0,6 nel 2027, +0,8 nel 2028 e nel 2029. Non è una prospettiva di rilancio. È un futuro di stagnazione strutturale.

Tornare a crescere deve essere la priorità del Paese, e un punto cardine del programma della coalizione democratica e progressista. Non è uno slogan: è una necessità concreta. Senza una dinamica robusta e sostenibile del PIL (e quindi delle entrate pubbliche), molti degli obiettivi di equità sociale su cui le forze progressiste si sono impegnate in questi anni — dal rifinanziamento della sanità alla scuola pubblica, dalle politiche per la casa al trasporto locale — resteranno delle chimere, condizionate dalla spada di Damocle dei conti pubblici. Non si possono fare promesse redistributive serie con una base produttiva che ristagna.

Il prossimo governo dovrà presentare a Bruxelles un nuovo Piano strutturale di bilancio. È un passaggio formale che può diventare un’occasione politica per costruire, insieme alle parti sociali e agli enti territoriali, un Piano che abbia al centro una strategia per lo sviluppo. Orientata su alcune direttrici precise.

La prima è la qualità del lavoro. La produttività italiana rimane al di sotto delle economie comparabili, le retribuzioni ristagnano e molti dei nuovi posti di lavoro creati si concentrano in occupazioni a bassa qualificazione — nel turismo, nei servizi al consumo, nelle costruzioni. Il tasso di occupazione femminile rimane nettamente inferiore alla media europea e decine di migliaia di giovani laureati emigrano ogni anno. Questo non è sviluppo: è una terziarizzazione povera che indebolisce il Paese sia economicamente che socialmente. Per invertire la rotta occorre una legge sul salario minimo, la misurazione della rappresentanza e il rafforzamento della contrattazione collettiva. Bisogna estendere l’equo compenso per autonomi e professionisti. Va incentivata seriamente la formazione continua — oggi tra i livelli più bassi dell’area OCSE, soprattutto nelle piccole imprese. Dobbiamo creare le condizioni per fare entrare molte più donne nel mondo del lavoro e per trattenere i giovani in Italia anziché spingerli verso l’estero.

La seconda direttrice riguarda le politiche industriali per la doppia transizione. La deindustrializzazione degli ultimi anni non è solo un dato statistico: è perdita di capacità produttiva, di know-how, di occupazione qualificata e ben retribuita. L’Italia ha bisogno di un programma organico di politiche industriali che accompagni il sistema produttivo — fatto in larga misura di piccole e medie imprese — nella transizione verde e digitale. L’adozione dell’intelligenza artificiale è in ritardo rispetto alle altre grandi economie. Il processo di decarbonizzazione va calato nella realtà delle filiere produttive, altrimenti rischia di essere subìto come una condanna invece che vissuto come un’opportunità. L’enorme risparmio privato delle famiglie italiane finanzia solo in minima parte gli investimenti produttivi nell’economia reale: bisogna mobilitare quella ricchezza verso l’impresa, e affrontare nodi strutturali di cui si parla troppo poco, dal salto dimensionale delle PMI al ricambio generazionale degli imprenditori.

La terza direttrice è una politica energetica che abbatta i costi accelerando la decarbonizzazione. Il problema non è solo congiunturale: il costo elevato dell’elettricità riflette lo sbilanciamento cronico del mix produttivo verso il gas, mentre il potenziale solare ed eolico italiano è enorme ma ancora largamente inespresso. Raggiungere gli obiettivi sulle rinnovabili richiede di sbloccare gli investimenti che governo e molti enti locali (compresi quelli amministrati dal centrosinistra) hanno fino ad oggi rallentato con scelte contraddittorie, burocrazia e incertezza normativa. Serve anche una strategia di rigenerazione del patrimonio edilizio — tra i più energivori d’Europa — evitando di ripetere gli errori del Superbonus, che è stato dato a pioggia ed è costato un’enormità. E vanno eliminate le distorsioni che gonfiano artificialmente le bollette: dagli oneri di sistema accumulatisi nel tempo agli inefficienti meccanismi di formazione del prezzo dell’elettricità.

La quarta direttrice è la qualità dello Stato. Crescere richiede una Pubblica Amministrazione che funzioni, un fisco equo e una burocrazia che non paralizzi le decisioni di investimento. Le carenze nella riscossione fiscale rimangono rilevanti — con un ampio divario nell’IVA e nella tassazione dei lavoratori autonomi — e la pressione fiscale sul lavoro è tra le più elevate dell’OCSE, penalizzando l’occupazione regolare. Su tutti questi nodi l’azione del governo Meloni è stata del tutto deludente: si è preferita la cedolarizzazione del fisco a colpi di flat tax all’equità sostanziale, la pace fiscale alla lotta seria all’evasione, la pace sociale a riforme realmente incisive. La modernizzazione della PA è il presupposto per riqualificare la spesa pubblica. Alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sulle imprese che investono - spostandolo verso altre basi imponibili - può favorire la crescita. Una drastica semplificazione burocratica è la riforma a costo zero che le imprese chiedono da anni e che nessuno finora ha saputo davvero realizzare.

La politica come scelta

Il rilancio dell’economia lo si costruisce con uno Stato che investe in modo strategico, che garantisce regole certe e rispettate, che mette le imprese nelle condizioni di competere sui mercati globali e che assicura costi dell’energia allineati agli standard europei — non quelli insostenibili che caratterizzano oggi l’Italia.

Lo shock energetico attuale è una crisi seria. Ma le crisi, quando gestite con intelligenza e con una visione, possono essere anche acceleratori di cambiamento. L’Italia ha le risorse umane, la capacità manifatturiera, il risparmio e la posizione geografica per costruire un modello di sviluppo più resiliente, meno dipendente dai combustibili fossili e più capace di valorizzare il proprio capitale umano e industriale.

La sfida dei prossimi mesi, per il centrosinistra, è duplice. Da un lato, incalzare il governo perché non c’è più tempo per rimandare le scelte strutturali e rispondere a ogni crisi con l’ordinaria amministrazione è una forma di irresponsabilità, non di prudenza. Dall’altro, elaborare una proposta credibile, all’altezza della complessità del momento, capace di parlare a tutto il Paese.

Il DFP del governo Meloni è un documento di resa. Il compito della sinistra è aprire una strada diversa per rimettere in moto l’Italia.

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