Carbone e gas come risposta alla crisi? Il governo italiano sbaglia tutto
Mentre il Consiglio europeo parla di accelerare le rinnovabili e di non smantellare l’ETS, Roma discute di riaprire le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi, vola in Algeria per legarci ancora di più al gas e Descalzi, AD di ENI, festeggia con i suoi azionisti profitti record. Scelte non solo sbagliate: costose, inquinanti e fuori tempo.

ANSA
Il 19 marzo 2026, mentre i leader europei si riunivano a Bruxelles e adottavano conclusioni formali sull’energia, il ministro italiano Gilberto Pichetto Fratin era alla fiera Key Energy di Rimini a dire la cosa sbagliata nel momento sbagliato. «Tengo in riserva a freddo anche le centrali a carbone», ha dichiarato davanti alle telecamere di TgCom24. «Non vorrei riattivare, ma non sono spente nel solo ed esclusivo interesse del Paese».
Nel frattempo, a Bruxelles, le conclusioni ufficiali del Consiglio europeo — testo adottato formalmente dai capi di Stato e di governo, non semplici dichiarazioni del presidente Costa, chiedevano esattamente il contrario: accelerazione della transizione energetica, dispiegamento più rapido di reti e rinnovabili, riduzione strutturale della dipendenza dal gas. Perfino la controversa questione dell’ETS, il mercato europeo del carbonio, si è risolta con una conferma sostanziale del sistema, pur se c’è un’apertura per situazioni “nazionali” sulle quali dovremo vigilare, contro le pressioni dei paesi più dipendenti dai fossili — tra cui, in prima fila, l’Italia. Il paradosso è evidente: il governo italiano arriva a un Consiglio europeo chiedendo la sospensione dell’ETS per abbassare i prezzi dell’energia, e ne esce per lo meno ridimensionato. E la risposta del suo ministro è: teniamo pronte le centrali a carbone, acceleriamo con la diversificazione del gas, investiamo sul nucleare e inerzia sulla transizione.
Pichetto Fratin ha invocato la crisi mediorientale — l’attacco americano e israeliano all’Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz, la fiammata del prezzo del gas — come giustificazione per tenere in riserva le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi. “Ritengo siano strategiche”, ha detto. «Se il prezzo del gas cresce ancora di 10-15 euro, forse è il caso di porsela, la questione». Fermiamoci un istante. Il problema è che il prezzo del gas è troppo alto e volatile, giusto? La risposta del governo è: utilizziamo un’altra fonte fossile — il carbone — che è ancora più inquinante, viola gli impegni climatici italiani ed europei, e soprattutto non risolve niente. Le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi non producono gas. Non abbassano il prezzo del TTF di Amsterdam, benchmark di riferimento per i contratti gas in Europa. Non riducono la dipendenza dall’estero. Sono semplicemente un altro modo per bruciare qualcosa. Quei 10-15 euro che il ministro evocava come soglia critica sono già ampiamente superati. Il TTF, che a fine febbraio era sotto i 31 euro per megawattora, è salito in media a 45 euro nella prima settimana di conflitto — un aumento di quasi il 50% — per poi stabilizzarsi tra i 59 e i 62 euro. I mercati hanno già risposto. E il governo?
La risposta immediata del governo alla crisi è stata — prevedibilmente — altro gas. A pochi giorni dal Consiglio europeo, Giorgia Meloni è volata ad Algeri in un viaggio d’urgenza per chiedere un aumento delle forniture attraverso il gasdotto Transmed, che già oggi copre circa il 31% delle importazioni italiane di gas. L’Algeria è il primo fornitore dell’Italia. Ed ENI sta rinegoziando i contratti con Sonatrach. Peccato che Algeri spinga per vendere il gas aggiuntivo sul mercato spot — cioè ai prezzi più alti del momento, con il TTF alle stelle. Il problema è che ogni crisi geopolitica rivela la stessa vulnerabilità strutturale, e ogni volta la risposta è comprare più gas da qualcun altro. Russia, Qatar, USA, Algeria: il copione si ripete. La diversificazione dei fornitori non è una strategia energetica — è la gestione del sintomo senza toccare la malattia. Vale la pena ricordare che l’Italia aveva una dipendenza dal GNL qatariota del 36% nella prima metà del 2025 — tra le più alte d’Europa. È per questo che la chiusura di Ras Laffan ha colpito l’Italia più di altri.
Nel frattempo, in tutta questa settimana convulsa, il governo non ha detto una parola sull’unica cosa che avrebbe senso: accelerare rinnovabili ed efficienza. Zero dichiarazioni sull’eolico offshore bloccato. Nessun annuncio sulla semplificazione delle autorizzazioni, a parte una generica volontà di accelerare sulle rinnovabili dichiarata dal Ministro a Rimini.
Lo stesso 19 marzo del Consiglio europeo, Claudio Descalzi presentava agli investitori il Capital Markets Update 2026 di ENI. Il messaggio era limpido: buyback aumentato del 20% a 1,8 miliardi, dividendo in crescita del 5% annuo, e un nuovo meccanismo di dividendo straordinario automatico — se il prezzo del gas supera del 50% il budget, l’intero flusso di cassa incrementale va agli azionisti. Tradotto: ogni crisi geopolitica che fa salire il gas diventa automaticamente un bonus per gli azionisti ENI. La guerra in Medio Oriente è dunque una buona notizia finanziaria per chi detiene azioni ENI.
I numeri del 2024 sono eloquenti: ENI ed Enel insieme hanno prodotto oltre 12 miliardi di euro di utili netti. Con lo Stato, cioè i contribuenti italiani, azionista di maggioranza di entrambe. Nel frattempo lo stesso Stato spende 48 miliardi l’anno in sussidi ambientalmente dannosi, di cui 14 miliardi al solo settore energetico. Quattordici miliardi per rendere artificialmente conveniente l’energia che ci rende dipendenti dall’estero e vulnerabili a ogni crisi. Secondo Legambiente, la cifra sale a quasi 80 miliardi se si includono i sussidi impliciti, la stessa somma che l’Italia spende ogni anno per scuole e università.
In questo contesto, la narrativa che indica nell’ETS, il mercato europeo del carbonio, il principale responsabile dei costi energetici elevati merita una risposta precisa. Confindustria sostiene che il prezzo delle emissioni arrivi a pesare circa il 25% sui costi energetici di alcuni settori industriali. Ma occorre distinguere con cura. Secondo la BCE, la quota ETS può arrivare fino al 9% del prezzo finale dell’elettricità nei Paesi con maggiore intensità carbonica, e questo vale per le imprese energivore, ma non per le famiglie. Il dato di Confindustria si riferisce a settori specifici ad altissima intensità energetica, e include sia i costi diretti del carbonio sia quelli trasferiti attraverso il prezzo dell’elettricità. Non è sbagliato in assoluto, ma è usato fuori contesto: per la grande maggioranza delle imprese manifatturiere e soprattutto per le famiglie, l’impatto dell’ETS sulla bolletta è ben più contenuto. Va aggiunto che le imprese energivore potrebbero legittimamente chiedere al governo di compensare in parte questi costi attraverso le revenue ETS — come fanno altri paesi europei come Germania e Olanda — ma preferiscono chiedere la sospensione dello strumento invece di rivendicarne un uso più equo. Ma parliamo di cosa ha fatto davvero esplodere i costi in questi giorni. Il costo dell’elettricità da gas è aumentato di oltre il 50% in soli dieci giorni dall’escalation del conflitto; molto più dell’impatto dell’ETS sui costi dell’elettricità. Sulle bollette finali delle famiglie, il costo del carbonio pesa al massimo il 10% — meno dell’IVA media sull’elettricità, che è al 18%. Il gas, non il mercato del carbonio, è la variabile che fa ballare i prezzi.
E poi ci sono le quote gratuite, il punto più delicato. Le imprese non le usano per abbassare i prezzi: le contabilizzano come costo — come se le avessero pagate — e intascano la differenza. Secondo CE Delft, tra il 2008 e il 2019 l’industria europea ha generato circa 50 miliardi di euro di profitti in questo modo. Il settore più beneficiato? La siderurgia: 16 miliardi. Prolungare le quote gratuite non protegge la competitività — perpetua un sussidio implicito decennale che socializza i costi e privatizza i profitti.
Sospendere l’ETS non abbassa le bollette delle famiglie o delle imprese: toglie l’unico incentivo che spinge le industrie a investire nella decarbonizzazione. È come togliere l’allarme antincendio invece di spegnere il fuoco. Dal 2012 a oggi l’Italia ha incassato 18 miliardi di euro dall’ETS. La legge europea prevede che almeno il 50% vada alla transizione climatica. L’Italia ne ha usato il 9%. Il resto è finito a coprire il debito pubblico. Questa dovrebbe essere la rivendicazione dell’industria, non la sospensione dell’ETS. Quanto alla gestione della concorrenza internazionale con i paesi senza carbon pricing, lo strumento esiste già: si chiama CBAM, il meccanismo di aggiustamento alle frontiere. Usarlo, invece di abbassare i benchmark europei verso il basso, significa risolvere il problema senza rinunciare alla transizione.
E intanto, mentre si discute di carbone e di ETS, l’Italia dorme su un potenziale enorme che non sfrutta: l’efficienza energetica e l’elettrificazione. I numeri sono impressionanti. Uno studio FIRE — la Federazione Italiana per l’Uso Razionale dell’Energia — mostra che con le tecnologie già oggi disponibili sarebbe possibile elettrificare il 62% del calore di processo industriale, riducendo di oltre la metà la domanda di combustibili fossili nell’industria manifatturiera. Importante anche il fronte degli edifici, visto che il 40% dei consumi energetici italiani viene da lì. Il 30% delle scuole italiane è in classe energetica G, la peggiore possibile. Il Politecnico di Milano stima che per centrare gli obiettivi europei al 2030 servirebbero tra 180 e 300 miliardi di investimenti in efficienza. Una cifra importante, ma dobbiamo tenere conto che ogni anno l’UE spende 380 miliardi di euro per importare energia. E Schneider Electric stima che accelerare l’elettrificazione consentirebbe di risparmiare 250 miliardi all’anno fino al 2040, generando un milione di posti di lavoro. Sono numeri che richiedono politiche coerenti, incentivi stabili, burocrazia rimossa.
Invece gli investimenti nell’edilizia sono crollati: da 80 miliardi nel 2023 a 58-66 miliardi nel 2024, per l’instabilità normativa seguita al caos non risolto del Superbonus e le priorità spostatesi su nucleare, idrogeno e grandi infrastrutture come il Ponte, che non portano ad alcuna soluzione rapida né sulle bollette né sulla nostra indipendenza energetica. C’è però un elemento spesso dimenticato in questo dibattito: l’Italia non è solo un paese con grandi potenziali di risparmio energetico da sfruttare. È anche un paese che produce tecnologie chiave per la transizione — e che rischia di non saperlo. Nella filiera europea delle pompe di calore, circa il 60% della componentistica — inclusi i compressori — è di origine italiana, e il nostro Paese è secondo in Europa, dopo la Germania, per valore occupazionale e produttivo nel segmento dell’assemblaggio. Con circa 348.000 installazioni nel 2024, l’Italia si conferma il secondo mercato europeo per unità vendute. I sistemi di recupero del calore industriale di scarto — attraverso pompe di calore ad alta temperatura, ricompressione meccanica del vapore, scambiatori avanzati — sono un’altra area dove la manifattura italiana ha competenze consolidate. Non a caso, la Commissione europea ha già approvato un regime italiano di aiuti da 1,5 miliardi per sostenere la produzione di tecnologie pulite: dalle batterie ai pannelli solari, dalle pompe di calore agli elettrolizzatori. Stessa storia per l’automazione industriale applicata all’efficienza energetica, per i sistemi di accumulo termico e per la componentistica degli impianti eolici e fotovoltaici: settori dove il Nord Italia ha campioni manifatturieri riconosciuti a livello europeo. Sostenere queste filiere con politiche industriali coerenti — incentivi stabili, domanda pubblica, export support — sarebbe al tempo stesso politica energetica e politica industriale. La IEA chiama l’efficienza energetica “the sleeping giant” della transizione. L’Italia nel frattempo discute di carbone e cerca nuovo gas.
Inoltre, mentre il governo vola in Algeria a comprare gas spot a prezzi folli, in Italia sono ferme in attesa di autorizzazione richieste di connessione alla rete per 326 GW di nuovi impianti rinnovabili: più di quattro volte il fabbisogno stimato al 2030. Le rinnovabili in Italia costano di più rispetto ad altri paesi europei. Non perché il sole sia meno brillante o il vento soffi molto meno, ma per ragioni interamente costruite a tavolino: iter autorizzativi infiniti, burocrazia kafkiana, incertezza sulle aree idonee, tempi di connessione alla rete biblici. Un parco eolico aspetta in media oltre sette anni prima di ottenere tutti i permessi, contro i dodici mesi previsti dalla normativa europea. Il 50% delle domande viene respinto. Il confronto con la Spagna è impietoso. Madrid ha il 60% di produzione elettrica da rinnovabili e prezzi strutturalmente più bassi dei nostri. In Spagna il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità solo nel 15% delle ore del 2026, contro l’ 89% in Italia. Risultato: dall’escalation del conflitto, i prezzi medi dell’elettricità in Spagna sono rimasti al di sotto del costo dell’energia da gas, mentre in Italia i prezzi sono saliti ai massimi dell’anno. Legambiente ha mappato 108 casi di blocco alle rinnovabili solo negli ultimi anni. Pannelli fotovoltaici negati perché «non esteticamente gradevoli». Parchi eolici in attesa dal 2008. Un hub rinnovabile offshore a Ravenna, oltre 750 MW tra eolico, solare galleggiante e accumuli, con VIA positiva e permessi già ottenuti, ancora fermo per assenza di un quadro regolatorio adeguato. Pichetto Fratin a Rimini ha anche detto: «Dobbiamo accelerare sulle rinnovabili in modo forte». Benissimo. Però le sue parole più importanti a Key Energy 2026 non erano quelle. Erano quelle sul carbone. E sono queste che resteranno, perché mandano un segnale preciso agli investitori, agli operatori del settore, ai cittadini: il governo non crede davvero alla transizione. Le cose da fare sono abbastanza chiare: riformare la fiscalità energetica riducendo gli oneri sull’elettricità e aumentandoli sui fossili; sbloccare il permitting per rinnovabili e accumuli; usare le revenue dell’ETS (l’Italia incassa circa 3 miliardi l’anno dall’ETS e ne restituisce una frazione ridicola alla transizione) per abbassare le bollette. E poi contratti di lungo termine tra produttori rinnovabili e grandi consumatori (PPA e CfD) per fissare prezzi stabili e bassi; riassegnazione delle concessioni idroelettriche, che oggi generano una rendita stimata in quasi 4 miliardi l’anno, con logiche che restituiscano questo valore ai consumatori. Inoltre, bisogna difendere con forza l’ETS e le direttive europee sull’efficienza e gli edifici (EED e EPBD) contro le pressioni di deregolamentazione che hanno preso anche la Commissione. Indebolire questi strumenti non abbassa le bollette: aumenta la dipendenza dal gas e garantisce che le prossime crisi geopolitiche colpiscano famiglie e imprese italiane con la stessa brutalità delle precedenti.
Pichetto Fratin usa la parola “pragmatismo”, come tutti i ministri che non sanno cosa fare di fronte a una crisi. Ma il pragmatismo vero sarebbe riconoscere che ogni crisi del gas è un promemoria dei costi devastanti della dipendenza fossile, e che l’unica risposta strutturale è rimuovere gli ostacoli che tengono bloccate le rinnovabili italiane e trascurano l’efficienza. Le soluzioni esistono e, lo ribadiamo, sono più rapide di quanto si pensi. Installare rinnovabili richiede mesi, non decenni come il nucleare che alcuni propongono, se si rimuovono gli ostacoli burocratici che oggi le bloccano. Riformare la fiscalità spostando il carico dall’elettricità al gas si fa con una legge. Usare i proventi ETS per la transizione invece di finanziarci il debito pubblico si fa con un decreto. Isolare gli edifici e installare pompe di calore, che consumano il 70% in meno di una caldaia a gas, crea lavoro e abbassa le bollette rapidamente, senza aspettare nessuna nuova centrale. L’Italia ha il sole, ha il vento, ha un’industria manifatturiera che potrebbe essere leader nelle tecnologie di elettrificazione e accumulo, ha un patrimonio edilizio che, se riqualificato, taglierebbe drasticamente la bolletta di milioni di famiglie. Ha tutto quello che serve per diventare un leader industriale della transizione, invece di restare uno degli ultimi paesi d’Europa a discutere di carbone come se fossimo nel 1975. Le conclusioni del Consiglio europeo dicono: transizione accelerata, rinnovabili, efficienza, mercati di lungo termine. Il governo italiano si mantiene inchiodato al gas e tiene pronto il carbone. E’ una politica energetica che rifiuta la realtà. La revisione formale dell’ETS è prevista per luglio 2026: sarà il momento della verità, per capire se l’Italia cambia strada o deciderà di continuare a sabotare dall’interno l’indipendenza e la sicurezza energetica europee.
Fonti: Conclusioni Consiglio europeo 19 marzo 2026 | Dichiarazioni Pichetto Fratin a Key Energy 2026 (TgCom24) | Ember, “Latest energy shock reminds Europe of its risky gas reliance”, 13 marzo 2026 | ENI Capital Markets Update 19 marzo 2026 | Enel risultati 2024 | ISPRA, Catalogo Sussidi Ambientalmente Dannosi 2024 | Legambiente, Rapporto sussidi fossili 2024 e Report Scacco Matto alle rinnovabili 2026 | CE Delft, windfall profits ETS 2008-2019 | FIRE, “Catena del valore delle tecnologie per l’elettrificazione industriale in Italia”, marzo 2026 | Energy Efficiency Report 2025, Politecnico di Milano | Schneider Electric, “Europe Energy Security and Competitiveness”, 2025 | Rapporto PHUB1, gruppo di lavoro energia, 2026 | Nature Energy, M.V. Ramana, editoriale nucleare 2026 | BCE, Bollettino economico, febbraio 2026