Viaggio a Xi’An, dove la Cina mostra all’Europa il primato pubblico
Nella seconda parte di questo reportage uno sguardo sul modello cinese: pianificazione, redistribuzione e controllo sociale interrogano l’Europa su disuguaglianze e declino democratico.

ARCHIVIO RINASCITA
Per contestualizzare meglio dal punto di vista politico ed economico alcuni dei guadagni di cui si è parlato nella prima parte, occorre ripartire da un argomento specifico: i contrasti urbanistici della città cinese. Intorno al centro storico perimetrato dalle grandi mura, a Xi’An, si effonde una galassia di grattacieli di 30, 40 piani, collegati da ampie strade e tangenziali spesso sopraelevate. Al piano della strada, ampi marciapiedi costeggiati da piste ciclabili su cui corrono biciclette, motorini e piccoli risciò, sotto uno strato frondoso di alberi che ripara le aree camminabili dalle strade carrabili a più corsie: si può vedere qualcosa del genere nei lunghi viali di Kreuzberg e Friedrichshain a Berlino.
Il marciapiede e il labirinto
Già nel 1961 l’urbanista Jane Jacobs scriveva, ne La vita e la morte delle città americane, che la vitalità di una città si giudica dalla qualità delle interazioni che sono concesse sui suoi marciapiedi. Se questo è il termine di paragone, allora Xi’An vive una situazione felice, dal momento che lungo i marciapiedi dei quartieri più moderni accade veramente di tutto. Al mattino come alla sera è facile imbattersi in gruppi di persone, perlopiù donne di una certa età, danzare o praticare il tai-chi; ragazze e ragazzi siedono appollaiati sulle gambe alla maniera di L, uno dei protagonisti del celebre manga giapponese The Death Note; stanno in mezzo al marciapiede, spesso fumando una sigaretta – in Cina si fuma ancora tanto - con i loro smartphone in mano, ma sempre in compagnia. Minuscoli stalli di cibo si accampano fuori dall’ingresso di centri commerciali e ristoranti di ogni tipo. Al gusto cinese il labirinto e il gioco di aperto e chiuso piace moltissimo: dal marciapiede si può penetrare quasi in ogni isolato nelle profondità delle aree commerciali, limitrofe alle aree residenziali che invece rimangono spesso chiuse al libero accesso.
Entrando in un centro commerciale qualsiasi si resterà meravigliati dalla vastità e dalla qualità degli sforzi per attrarre e sedurre i consumatori: richiami sonori e cantilene ripetute allo sfinimento, ma anche scenografie teatrali, giochi di luce, cascate tra i piani, aree con animali vivi, e poi sedute pubbliche e gratuite, enormi poltrone per massaggi meccanici lunghi e generosi, aree dedicate a giochi analogici e digitali, dai simulatori di ultima generazione ai giochi in legno e in pongo, dai flipper ai visori della realtà virtuale. E poi finte navi, capsule del tempo, corridoi claustrofobici che terminano in vaste piazze coperte, enormi parchi giochi con ogni genere di sorpresa per grandi e per bambini; e spesso gallerie d’arte, librerie scenografiche, ricostruzioni delle Chinatown d’oltremare. A volte, nei complessi industriali ristrutturati e trasformati in poli culturali multifunzione, si custodiscono elementi di controcultura, non si sa quanto amati dalle istituzioni ufficiali, ma senz’altro, per ora, tollerati: e in questi spazi molti allestitori trovano il coraggio di raccontare, con immagini eloquenti, che cosa era la periferia di Xi’An fino agli anni ’90 e che cosa è ancora, là dove non si è intervenuti con i nuovi progetti di rigenerazione urbana guidati, almeno in parte, dal pubblico potere.
La rivoluzione urbanistica
I quartieri non blasonati erano la stragrande maggioranza, l’informalità istituzionale e urbanistica era all’ordine del giorno, gli standard di sicurezza sanitaria erano bassi, non c’erano bagni e servizi. Per comprendere la gentrificazione delle città cinesi, il modello impiegato per le città neoliberali non funziona. Può tornare più utile un confronto con la rivoluzione urbanistica impressa dal Barone di Haussmann alla Parigi di Napoleone III intorno al 1850: una forte pianificazione pubblica che si muove per obiettivi ha deciso di concentrare i propri sforzi per un ridisegno spaziale della città e della nazione intera. Il sistema hukou, che dagli anni ’50 del Novecento assegna alle famiglie una residenza che decide burocraticamente del loro destino a seconda che siano in città (dove accedono a un certo livello di servizi) o in campagna (dove accedono a livelli assai più bassi), era nato per ridurre le migrazioni di massa dalle campagne alle città, che ad esempio nel Sudamerica hanno determinato flussi ingestibili sfociati nella diffusione di quartieri dormitorio informali privi di servizi essenziali. Oggi il sistema è oggetto di molte critiche e proposte di riforma a causa delle sue rigidità che, oggettivamente, fiaccano la mobilità sociale delle famiglie; tuttavia, in questi decenni, i flussi demografici dalla campagna alla città sono stati abbondanti e gestiti dallo Stato secondo una programmazione certosina, con la pianificazione organica dei quartieri e dunque dell’uso della terra e, entro certi limiti, del suo costo. Per questa ragione, nonostante il mercato abbia senz’altro prodotto differenze di prezzo tra l’appartamento nel grattacielo di Shanghai o Shenzhen e le vecchie aree residenziali di epoca maoista o precedenti, non si incontrano speculazioni che rendono impossibile la vita dei cittadini.

Pianificazione e mercato
Ciò non vale solo per il mercato immobiliare. La pianificazione economica ha un effetto in particolare a livello di controllo dei prezzi in materie direttamente gestite dal pubblico, come i trasporti, il servizio sanitario, la scuola e l’università. A caratterizzare lo stato attuale dell’economia cinese è una certa tendenza stabile alla crescita, sia pure a percentuali calanti rispetto ad alcuni anni fa, in presenza di inflazione zero (l’anno scorso c’è stata addirittura una lieve deflazione a fronte di una crescita che è rimasta intorno al 5%, trainata, va detto, in particolare dalle esportazioni). Le cause possono essere identificate in due fattori. Il primo è un controllo statale-industriale delle catene di trasformazione, segnatamente la raffinazione dei minerali critici, costruito con investimento pubblico pluridecennale. Questo è ciò che rende possibile alla Cina fissare i prezzi nelle bilance commerciali con gli altri paesi e concorrere in modo competitivo per il predominio commerciale in Africa, in Sud America e, sempre di più, anche in Europa. La straordinaria capacità di raffinazione delle risorse minerarie favorisce una riduzione del prezzo dei semiconduttori e dei beni tecnologici in genere: l’installazione di pannelli solari procede in tempi record anche per via di una certa economicità di scala del processo. Tale capacità dipende dalla pianificazione di politiche industriali integrate, che prevedono momenti cooperativi ma anche un certo tasso di concorrenza interna tra i vari attori economici (imprese) e amministrativi (province).
Il mercato è senz’altro controllato, in quanto lo Stato e le singole province non si limitano a fissare astrattamente obiettivi e regole ma interviene massicciamente affinché alcuni settori valutati politicamente come strategici corrano anche a detrimento di altri. In questo senso, la rincorsa all’IA, che pure il governo centrale ha denunciato nei suoi risvolti speculativi e di maggior rischio, determina in ogni caso una preferenza per la promozione della ricerca in ambito tecnologico e di “scienze dure” su quella per le discipline umanistiche in genere, con effetti sul sistema universitario che non sono troppo dissimili da quelli che notiamo nei paesi liberali. Le facoltà umanistiche sono pressate ad adeguarsi a standard produttivi che non si attagliano propriamente alla natura e al carattere non quantitativo dei loro orizzonti di ricerca, mentre alcuni mestieri – ad esempio, nella traduzione – si stanno chiedendo come l’ingente utilizzo dell’IA impatterà sul proprio destino. Va detto che la pianificazione industriale permette di immaginare piani di investimento anche sul capitale umano realisticamente proporzionati alle condizioni dell’economia: pur nell’ambito di una promozione dell’impresa privata assolutamente superiori agli standard dei paesi comunisti e, ultimamente, anche di molti paesi liberali, nei quali l’oligopolio sta schiacciando il ceto medio verso il basso, le indicazioni dello Stato in economia e i suoi interventi antitrust e contro i comportamenti speculativi riescono ad essere efficaci.
Ciò ci conduce direttamente al terzo fattore: come lo Stato è in grado di pianificare i risultati e i profitti dell’economia, così è in grado di redistribuirli secondo principi che, francamente, non sono gli stessi che muovono i grandi attori privati dell’oligopolio liberista. Un occhio cresciuto a austerità, tagli e retorica dell’efficienza, come quello di un cittadino italiano che conosce lo stato medio di una strada provinciale, non può che stupirsi nel notare quanti dipendenti assistano gli utenti a ogni singolo tornello della metropolitana, quanti siano ogni giorno impegnati alla pulizia e al rammendo delle strade, quanti nella gestione del verde pubblico. Da noi sarebbero considerati lavori inutili, o quasi: posti su cui si può ben risparmiare. Ed ecco che il verde pubblico italiano non è più gestito, né a livello di patrimonio forestale né a livello di manutenzione urbana; che l’edilizia pubblica, i servizi idrici, i servizi igienici pubblici, l’impiantistica infrastrutturale vengono manutenuti in misura minore al necessario. In Italia è il sommerso che vive nella catena dei subappalti a compensare a costi bassissimi la carenza di manodopera ufficiale tollerata – anzi spesso imposta nei capitolati d’appalto per ragioni di risparmio. In Cina la riduzione del sommerso e quindi dell’economia informale è un esplicito impegno dello Stato nei settori privati mentre in quelli pubblici è praticamente azzerata.
Redistribuzioni e redditi
La redistribuzione non passa dunque prioritariamente da politiche assistenzialistiche, ma da un assorbimento delle persone in età da lavoro in mansionari di ogni tipo, spesso pagati poco ma in misura sufficiente da potersi permettere un alloggio e del cibo. A proposito del cibo andrebbe fatto un discorso a parte. L’atteggiamento del popolo cinese non si discosta da quello degli altri paesi asiatici: ce n’è in abbondanza, per tutti i gusti e tasche, accessibile per tutti. Mangiare insieme è un rito sociale della massima importanza: anche per via dei problemi storici delle residenze private, piccole e insalubri prima della grande rivoluzione urbanistica cinese di cui si è accennato, esiste una diffusa cultura del pasto in comune, che sia in pic nic o in cena al ristorante.
Il cameriere di una città come Xi’An, classificata da media finanziari come Yicai come New First Tier (nuova prima fascia), può guadagnare una media di 590 euro al mese, a cui si aggiungono tre pasti al giorno e un posto letto: in caso rinunciasse al posto letto per un monolocale in periferia, spenderebbe una media 200, 250 euro nell’affitto, il che rende la situazione non dissimile da quella di una città come Torino e migliore di quella di una città come Milano, dove, a fronte di un livello di servizio trasportistico paragonabile, le spese per l’affitto di un monolocale in periferia si aggirano intorno agli 800 euro (escluse le spese) a fronte di un salario mensile intorno ai 1300 – 1400 (senza i tre pasti). Mentre a Milano lo stipendio viene quasi interamente drenato dai costi fissi di sussistenza (alloggio, trasporti, bollette, spesa alimentare), a Xi’an la tradizione del Bao Chi Bao Zhu (包吃包) inverte la tendenza. Il cameriere cinese percepisce una cifra nominalmente più bassa, ma riesce a mettere da parte o inviare a casa quasi l’80% di ciò che guadagna. Il risvolto di questa situazione è chiaro: a Xi’An non si vedono senza tetto. La gran parte dei migranti dalla campagna che perde il posto di lavoro mentre occupato in città viene rimandato presso il villaggio in cui è registrata la residenza della sua famiglia, dotata in genere di una quota di terra agricola collettiva, per legge non privatizzabile e non pignorabile; nel caso in cui la famiglia non ci fosse più, la legge cinese prevede l’inserimento del soggetto in centri di accoglienza gestiti dal Ministero degli Affari Civili. A Xi’An il vasto comparto che potremmo, con qualche imprecisione, definire come “edilizia popolare” ad alto tasso di informalità ha un peso straordinario: si stima che esistano 180, 200 “villaggi urbani”, prevalentemente abitati da migranti delle campagne, anche 30.000 per uno, oggetti di piani di riqualificazione immensi che costituiscono a tutti gli effetti un aspetto della rivoluzione urbanistica della città.
Controllo sociale
La Cina contemporanea affronta i problemi che eredita da un passato complesso scommettendo sulla pianificazione dell’economia. La contropartita è l’adozione di meccanismi di controllo della vita politica e sociale effettivamente non compatibili con i principi delle democrazie liberali. L’integrazione dei meccanismi di pagamento digitale nelle applicazioni social più utilizzate è capillare: è quasi impossibile sfuggire ai controlli del fisco; la diffusione degli apparati di controllo collegati alle tecnologie satellitari digitali consentono una georeferenziazione pervasiva dei movimenti e dei traffici di merci e persone; la diffusione di dispositivi di riconoscimento facciale è vasta. L’ordine pubblico, gestito implacabilmente, tollera una varietà di pratiche che da noi sono oggetto di regolazioni più fini, nel bene e nel male. La burocrazia per l’avviamento dei lavori domestici e delle piccole aziende risulta più snella; le persone guidano i motorini senza casco e le infrazioni stradali sono tutt’altro che rare; malgrado gli sforzi per ridurre il fumo di sigaretta negli spazi pubblici, si possono sorprendere persone fumare nelle hall degli hotel o addirittura nei bagni di quartiere o dei centri commerciali. Negli alberghi la gente va e viene, nessuno chiede niente: nelle camere, dal momento che un cliente paga, ha il diritto di portare chi vuole, senza che la reception se ne interessi. I cinesi sono rumorosi, caotici, suonano il clacson, si spingono in coda, e tuttavia è raro vederli arrabbiati: non conto le volte in cui mi sono chiesto, in queste due settimane di visiting a Xi’An, come potessero essere così tranquilli in presenza di inspiegabili ritardi in coda in una cassa del supermercato, taxi che si fermano in corsia per recuperare persone, sorpassi azzardati.
Si deve aggiungere a questo punto una sensazione, che però trova riscontro in un’ampia letteratura sulle culture asiatiche, descritte spesso come meno individualistiche di quelle europee: la gente si sente tranquilla e padrona della propria città. Lo si vede dalla serenità con cui lascia i propri beni legati alla bell’e meglio e in piena vista sopra i motorini o dentro le auto: zaini, borse della spesa, trapunte paravento, oggettistica varia. Se si pensa che non potrebbe essere altrimenti, considerando la quantità di controlli di polizia presenti in Cina, si coglierebbe certo un aspetto reale. Un altro aspetto è che i costumi comunitari del popolo non sono spariti nel processo di modernizzazione e creano un’infrastruttura di fiducia minima nello Stato che è anche la condizione di legittimità dell’operato delle istituzioni. Tale infrastruttura, in una città del Sud America che conosco bene come Lima, per esempio, non esiste: e infatti le forze di polizia dispiegate nei quartieri di Lima sono assai più visibili e numerose di quelle che si vedono in giro per Xi’An. In Cina il controllo sociale è capillare, efficiente e, proprio per questo, discreto: nei parchi, nei quartieri, nei centri commerciali vengono diffuse ovunque melodie ambient volte a creare la sensazione di ambienti sicuri e camminabili, favorire il rilassamento e la buona predisposizione psicologica; le telecamere non sono a bella vista e, qualche volta, sono spente.

Il primato del pubblico
L’uso degli spazi pubblici in particolare non è fondato su principi di status: nei giardini che furono dell’imperatore, nei dintorni delle rovine di Palazzo Daming, nelle aree verdi accessibili gratuitamente della Piccola Pagoda e della Grande Pagoda, nei parchi scenici che sviluppano lungo le mura perimetrali del centro di Xi’An si vedono persone di tutte le estrazioni sociali fare qualsiasi cosa venga loro in mente: giocano a carte, corrono e fanno sport, guardano con le app le foglie o i tronchi degli alberi, o i fiori, danzano. I giovani fanno cosplay, per non essere da meno dei coetanei giapponesi e sudcoreani; le ragazze spesso si vestono e truccano in modo tradizionale e si fanno fotografare gratuitamente, per il gusto di essere osservate. Anziani in sedia a rotelle disposti in cerchio giocano a palla. Starnutiscono rumorosamente. Indossano mascherine, spesso per difendersi dal sole e mantenere la pelle bianca.
La segregazione socio-spaziale non segue la stessa grammatica delle megalopoli globali del mondo neoliberale anche perché un certo costume comunitario impedisce agli effetti più deleteri del capitalismo di dispiegarsi. Fintanto che si mangia e si beve e si è liberi di provare a migliorare le proprie condizioni di partenza attraverso lo studio e il lavoro, le persone si adeguano al sistema politico senza lamentarsene più di tanto. Quando uno studente che mi è stato assegnato per accompagnarmi in alcune giornate mi ha chiesto come funziona da noi il sistema accademico, è rimasto colpito in quanto il nostro pare assai meno universalistico che il loro. Quando ho raccontato delle tasse universitarie per scaglioni di reddito, del mercato degli affitti o degli studentati costruiti con fondi pubblici e poi dati agli studenti a prezzi di mercato, in quanto il diritto allo studio è ormai riservato alle fasce di reddito veramente povere e residuali, è rimasto a bocca aperta: non si capisce perché una persona che frequenta l’università per merito (cioè mantenendo uno standard di risultati) non abbia accesso gratuito all’università e a un posto in dormitorio (le camere sono in genere da 2 o da 4 persone) a costi irrisori. E poi è stato raggiunto da una telefonata: chiedendo scusa, mi ha spiegato di dover rispondere perché la sua famiglia era abituata a telefonargli dalla campagna in quanto, essendo analfabeta, non era in grado di scambiarsi messaggi.
I figli del popolo e il primato della politica
Nello stesso modo, la collega quarantenne che insegna alla Chang’An University, oltre ad avere da anni un posto a tempo indeterminato che, al netto dei bonus di produttività su pubblicazioni e altri servizi offerti al dipartimento, guadagna 1600 euro al mese, contro i 2000 circa di un ricercatore a tempo determinato di quarant’anni (ma coi prezzi dell’Italia), si poteva vantare della propria origine familiare in campagna. Mi sono detto: ecco i figli del popolo, quelli che vanno in università e sono i primi ad essersi laureati in famiglia, quelli che ce l’hanno fatta solo perché bravi nell’ambito di una scuola che garantisce standard minimi di qualità a tutti indipendentemente dalle risorse economiche di partenza. Anche da noi, quando la socialdemocrazia funzionava e lo Stato era in grado di mantenere un certo controllo sulle concentrazioni di capitale, è stato così; oggi invece ognuno di noi quarantenni può contare sulle dita di una mano le proprie conoscenze della nostra età o più giovani, di persone che abbiano migliorato la propria condizione sociale rispetto alla famiglia d’origine. E facciamo fatica anche a sinistra a mettere a fuoco la gravità di questo problema, perché anche a sinistra si parlano spesso linguaggi e si frequentano ambienti e contesti sociali che non sono quelli dei figli del popolo e che ha rimosso il problema delle disuguaglianze dal proprio vocabolario e dalle proprie categorie analitiche. Nel nostro tempo, per ridurre concretamente le disuguaglianze occorre la forza della politica: la Cina la esercita attraverso azioni che impediscono alla radice che gli oligarchi prendano il potere, siano essi ex funzionari di partito divenuti militari come nel modello russo oppure figli di papà dotati di ambizioni proporzionate solo al loro patologico narcisismo, come nel modello Elon Musk.
La questione che ci pone la Cina oggi non è se il suo modello di controllo dell’economia sia esportabile e acquisibile da noi: non sarebbe possibile e non sarebbe neppure auspicabile. Così come è insensato chiedere ad un paese che non ha mai conosciuto la rivoluzione liberaldemocratica di realizzare una democrazia come la intendiamo noi, sarebbe illogico chiedere a chiunque di noi di rinunciare al diritto di critica, al pluralismo delle identità etniche, religiose e di genere, alla ricchezza e anche alle fragilità della vita delle istituzioni democratiche per ottenerne, in cambio, efficienza economica e redistribuzione. La domanda che dovrebbe porsi oggi l’Europa è come reagire di fronte a un mutamento dei rapporti di forza tra potere economico e potere politico tale da rendere impossibili la mobilità sociale e il progresso civile, col rischio che anche le conquiste democratiche vengano travolte dallo scempio dell’oligopolio socio-economico. La domanda che dovrebbe dunque porsi l’Europa è se non ci sia qualche cosa da imparare da una cultura che non ha abbandonato uno spirito comunitario pur in presenza di forti innesti di capitalismo; se non sia necessario rinunciare una volta per tutte alla retorica della meritocrazia per studiare un meccanismo per promuovere effettivamente il merito, in un contesto di pari accesso alle risorse; se non sia necessario armonizzare una buona volta il debito e la pressione fiscale dei paesi europei favorendo un robusto spostamento, in tutti i sistemi fiscali nazionali, dai redditi da lavoro e investimenti alla rendita, in particolare quella immobiliare, che segue oggi andamenti completamente speculativi.
Il compito dell’Europa
Infine, l’esempio della Cina pone agli Europei una questione culturale: per essere davvero quello che vorremmo essere, cioè una guida morale del mondo in virtù delle nostre istituzioni democratiche e pacifiche, occorre essere all’altezza delle parole che diciamo. Il ripiegamento nazionalista è l’espressione del declino, ma il globalismo liberista è arrogante e predatorio: la forza della nostra identità dovrebbe stare nella ricerca di un cosmopolitismo delle differenze, che sfugga alla doppia trappola del globalismo universalistico e neoliberale, da una parte, e, dall’altra del localismo identitario, autarchico e reazionario (anche se spesso tra gli esiti sposati dagli opinionisti influencer anche a sinistra). Questo cosmopolitismo delle differenze dovrebbe rivendicare la Terra all’umano in quanto umano, non in quanto ricco o povero; e dovrebbe restituire nello stesso tempo all’umano un senso del limite nel suo modo di rapportarsi alla Terra, abitata naturalmente da altre specie e dotata di risorse finite. Con questa convinzione, l’Europa non dovrebbe avere paura della Cina e dovrebbe spogliarsi degli ultimi residui della mentalità coloniale: la Cina non è un paese del Sud del mondo, non è un totalitarismo come lo abbiamo conosciuto nell’esperienza europea, non è neppure un alleato organico o peggio il capo economico di un’alleanza che include Russia e Iran. La Cina è il più antico impero esistente, caratterizzato da una certa continuità storica, e come tale dovremmo imparare a riconoscerlo, pur nelle sue differenze, come un interlocutore importante e rispettabile.
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