Viaggio a Xi’An, la Cina oltre gli stereotipi
La prima parte del reportage da Xi’An: storia, religioni, urbanistica e contraddizioni di una civiltà che sfugge alle letture ideologiche.

ANSA
Saranno i social, sarà lo spirito del tempo, sarà la logica cartesiana dura a morire nelle nostre università e nella nostra scienza in genere, sarà la crisi dell’intellettuale, sostituito ormai stabilmente da opinionisti battezzati in contesti mediatici, orientati al profitto e al clickbait anziché ispirati a principi di pedagogia sociale: ma sembra impossibile scrivere serenamente di un tema come la Cina senza doversi schierare tra le fila degli anticinesi o dei filocinesi.
A questa spiacevole semplificazione concorre anche un certo abuso della geopolitica, disciplina di per sé nobile e utile a chiarire le ragioni dei comportamenti e delle scelte dei governi e dei loro apparati in relazione a temi quali il reperimento e la distribuzione delle risorse a livello internazionale. La geopolitica riduce i paesi ad attori cinici e razionali che operano secondo scopi chiari e trattano i partners, alleati o avversari bellici, come strumenti; siccome per un continente dall’alto super-io (e dai forti sensi di colpa per un passato a dir poco controverso) come l’Europa questo realismo machiavellico è molto difficile da sopportare, alleanze e conflitti vengono razionalizzati in termini valoriali: si fa la guerra, o ci si prepara a essa, per la democrazia e per la libertà, contro quei paesi dove non si sa cosa sia la libertà. Ma in realtà questa idealizzazione condivide proprio con la geopolitica più spregiudicata un gesto di fondo che impedisce di apprezzare la complessità del reale: la riduzione dei costumi, delle società, della cultura, e quindi anche dell’economia dei popoli alla posizione geopolitica che i loro governi assumono nello scacchiere globale.
Così, i più solerti censori dei mondi culturali che non hanno conosciuto la democrazia liberale sanno senza esitazione dove collocare la Cina: tra gli avversari da temere e combattere, a prescindere, mentre magari si magnifica ancora “la più grande democrazia del mondo”, considerando il fatto che essa sia in mano al prodotto più deteriore dell’incultura in cui siamo precipitati come un incidente occasionale e insignificante. Allo stesso modo, i più vigorosi critici delle idealizzazioni e delle ipocrisie del blocco occidentale non disdegnano di prendere le parti della Cina, e poi della Russia, e perché no, dell’Iran, di Hamas e di quant’altro possa apparire, in una logica di semplificazione ascendente e del tutto speculare a quella opposta, pur di potersi sentire dalla parte “dei più deboli” e degli “altri”. Posizioni nevrotiche entrambe, che dicono più del nostro rapporto con noi stessi in quanto europei e occidentali di quanto non dicano del nostro desiderio di apprendere e comprendere; posizioni la cui fragilità intellettuale riflette né più né meno la debolezza storica e culturale della nostra società anche a livello geopolitico ed economico.
Per iniziare a comprendere la Cina e le sue contraddizioni bisogna leggere un po’: ci sono moltissimi libri, articoli, ricerche accademiche, reportages giornalistici accurati e canali Substack che vanno a fondo; e poi bisognerebbe prendersi la briga di andare a vedere, di camminare in una delle sue città, oggi ormai aperte al turismo internazionale e ancora, nello stesso tempo, così candidamente genuine e distanti dalla costruzione di un mercato turistico così come siamo abituati a conoscerlo in questi ultimi anni. Non basta certo un viaggetto per capire la Cina; ma, se condotto con sguardo attento e orecchie ben posate a terra, si possono già trarre spunti di una certa importanza sul piano politico, sociale e storico.
Introduzione a Xi’An
Prendiamo ad esempio una città come Xi’An, prima capitale della Cina – il suo nome storico era Chang’An: così oggi si chiama la sua università, nella quale ho lavorato in queste settimane di maggio. Un milione di abitanti alla fine del settimo secolo, quando Maometto aveva conquistato il bacino meridionale del Mediterraneo e l’Europa romana si era barbarizzata e cristianizzata: la più grande città cosmopolita del mondo sotto la dinastia Tang. Quanto segue non intende essere una guida di viaggio; al contrario, utilizza spunti facilmente esperibili da chiunque in viaggio – per lavoro, come nel mio caso, oppure per una vacanza, come vedremo subito, decisamente low cost – per avviare una comprensione meno artefatta e più seria della Cina. Sull’importanza che ha questa comprensione per noi si dovrà tornare nelle conclusioni, nella seconda parte del reportage, affidata ad un secondo articolo, destinato ad approfondire alcuni risvolti economici e politici emersi in questo.
In primo luogo, si riscontrerà immediatamente una dinamica dei prezzi incomprensibile per chiunque provenga da una qualsiasi area dell’Europa e, peggio, del Nord America e che viene incontro alle tasche del ceto medio e medio-basso europeo, depredato da un’organizzazione speculativa dell’economia ormai platealmente ispirata al piramidale “modello Ponzi” a quasi ogni livello, per il quale chi ha di meno continua ad avere di meno e lavora come schiavo per chi ha di più e continua ad avere di più. Il cittadino italiano in particolare, abituato ad una crescita vertiginosa dell’inflazione a fronte di un salario che cresce poco o non cresce affatto, resta stupito di trovare dei voli diretti Milano Xi’An a 600, 700 euro andata/ritorno, senza scali – i prezzi si riferiscono a una fase precedente al blocco dello stretto di Hormuz, che hanno ulteriormente abbassato i costi dei voli intercontinentali a fronte di maggiori aumenti e difficoltà sui voli a corta gittata. Atterri a Xi’An e probabilmente pernotterai in un albergo di Yanta, il quartiere a sud del lato meridionale delle grandi mura perimetrali del centro storico, di epoca Ming (pressappoco contemporanea al nostro Rinascimento), dove si concentra la gran parte delle attività turistiche, e spenderai, se viaggi in coppia o in famiglia con bambino, 40 o 50 euro a notte per la stanza. Se sei a Xi’an per lavoro, probabilmente ti inviteranno a stare in un hotel nuovo e dotato di tutti i confort nella zona nord, a Weiyang, interamente disegnata negli ultimi trent’anni – tre decenni nei quali la popolazione di Xi’An è cresciuta da 8 a 12 milioni di residenti, e non si tratta della città cinese dalla crescita più vertiginosa. Spenderai di nuovo 40, 50 euro a notte, oppure 60 se il tuo hotel non è convenzionato con l’azienda o l’università con cui lavori, per un servizio inclusivo di una colazione luculliana e design degli spazi comuni e della camera e servizi degni di un quattro stelle moderno.
Esci e ti incammini lungo gli ampi marciapiedi, a nord come a sud, in centro come in periferia, e troverai stalli di cibo che ricordano la vivacità dei mercati del sudest asiatico, a prezzi paragonabili: spiedini di carne, frutta fresca, vari tipi di impasti salati e dolci a prezzi che si aggirano tra 1 e 3 euro, che puoi pagare rigorosamente attraverso AliPay o WeChat, le onnipresenti app multifunzione in cui sono sviluppati ambienti integrati che riuniscono funzioni che da noi sono fruite in modo separato e non integrato, quali il pagamento delle transazioni commerciali, la comunicazione social, la prenotazione e l’utilizzo dei qr code per i servizi di trasporto pubblico oppure di taxi.

Guardi le grandi e moderne strutture della metropolitana e decidi di tentare di prenderla, e rimani colpito: immense, moderne stazioni dotate di bagni pubblici e nursery: paghi facilmente 20, 30 centesimi di euro per usufruire del servizio. Ti chiedi dove stia l’inganno: se hai pazienza e esplori, non trovi segregazione dei prezzi a livello di quartiere: qualche naturale oscillazione tra il ristorante buono e il baracchino all’angolo, qualche ovvia distinzione tra quartieri residenziali e luoghi più battuti dal turismo, che, va ricordato, oggi è prevalentemente interno, laddove quando si dice “interno” si deve sempre tenere presente che la Cina ha da sola più abitanti di tutto il continente europeo. Ma le oscillazioni restano logicamente spiegabili, mentre gli invisibili (ma tangibilissimi) confini interni alle città che le diverse dinamiche dei prezzi di mercato se non gestiti, in America del nord e del sud così come in Europa, tendono a produrre, in Cina – perlomeno a Xi’An – sembra che non ci siano. Pare che tutto costi francamente molto poco. Procediamo poco alla volta prima di affrettarci a fornire spiegazioni, le quali arriveranno nel secondo capitolo del reportage.
La stratificazione urbana
La prima cosa che ti colpisce se decidi di dedicare una settimana a Xi’An, non limitando la tua visita all’esplorazione del trito e ritrito (ma effettivamente imperdibile) esercito di terracotta, è l’utilizzo dello spazio pubblico da parte della gente. Un vero conflitto che si può leggere nella trama urbana è quello tra quartieri tradizionali e quartieri nuovi. La stratificazione urbanistica e architettonica di una qualsiasi città si può cogliere se si presta attenzione a qualcosa di più dei landmarks di valenza storico-culturale, che pure la Cina tende a ostentare con esibizionismo e gusto per la messa in scena. L’ordine temporale delle cose, quando si parla di stratificazione urbanistica o paesaggistica, non è lo stesso in tutte le latitudini del mondo: soprattutto, tra diversi paesi cambia il modo di articolare il rapporto tra il passato (i diversi passati di cui le nostre città portano traccia) e il futuro.
A Xi’An, nei quartieri centrali raccolti dalle grandi mura, le strade sono fitte e reticolari, prevalentemente inadatte al traffico veicolare, concentrato sulle arterie principali di più recente costruzione. In questi quartieri, il labirinto urbano presenta somiglianze significative con gli intrecci dei centri storici del nostro medioevo oppure del suk arabo. Le vie sembrano sentieri di fondovalle che si snodano tra le montagne: ma i versanti sono vecchi condomini lungo i quali la gente passa, senza contraddizione, a piedi, su carretti di legno, biciclette, motorini perlopiù elettrici, senza casco. Se sulla stradina c’era un albero, molto spesso lo si è conservato: lo sciame umano gira intorno con rispetto. Non aspettarti lo charme del borgo storico come lo abbiamo trasformato in Europa negli ultimi decenni: i condomini sono spesso fatiscenti e senza bagni. Al piano terra ogni genere di commercio si sviluppa in garages e hangar popolari dove persone di ogni età siedono esponendo mercanzia di vario genere, ma anche giocando a carte, fumando, chiacchierando. Spuntano qui e là, come piccole fontane di Trevi dal ginepraio della vecchia Roma medievale, templi affacciati su piazzette raccolte e vivaci, che raccontano la Cina di una volta. I templi sono frequentatissimi e coloratissimi e parlano di una spiritualità ibrida, sincretistica, politeistica: ufficialmente sono o taoisti, o buddisti, o “ancestrali”, dedicati cioè a divinità tipiche della mitologia cinese tradizionale, ma questa articolazione, che spesso il lettore occidentale coglie nei termini cui è stato abituato dalle rigorose distinzioni dei monoteismi, sfuma nella pratica rituale concreta.
I templi
Il tempio del Dio della città, che spunta come un fungo nella profondità del labirinto del centro storico, si riferisce al recupero di epoca Ming di un’antica figura paragonabile a quella del genius loci latino: protettore del luogo e suo “doppio” spirituale, tutte le diplomazie per un certo periodo dovevano rendergli omaggio come segno di rispetto per la città stessa. Il taoismo, che scende dalle montagne dei dintorni di Xi’An dove è nato per conquistare a sé tutta la mitologia tradizionale, non ne sopprime il politeismo e non la costringe nei dogmi delle sue scuole più filosoficamente fini. Non lo fa neppure il buddhismo cinese. L’Imperatore di Giada, che secondo il taoismo amministra l’universo per merito, dopo eoni di apprendimento e dopo aver abbandonato la caotica politica del suo tempo, è evocato nei templi insieme ai suoi tre generali, che guidano il cielo, la terra e l’acqua, attraverso simbologie materiche ed elementali, che coinvolgono giovani ed anziani in ritualità dal significato immediato, legate alla richiesta di protezione, di fertilità, di buona sorte e di felicità, per sé, per la famiglia, per la comunità e per la vita sulla terra. Ma l’imperatore di Giada convive con una molteplicità di figure legate allo zodiaco cinese e alle deità associate agli anni di nascita, con gli Immortali, con le divinità colleriche e quelle alchemiche; convive col culto di Guanyin, che forse è la più amata di tutte e che è l’equivalente antropologico della nostra Madonna: principessa devota della mitologia tradizionale, rigorosa e compassionevole Bodhisattva tra le più importanti dei templi buddisti, figura centrale del pantheon dei templi taoisti legata alla generosità della madre terra.

L’amministratore supremo è una guida educativa, proprio come il Buddha, colto nei diversi padiglioni del tempio Daci’En, nel quartiere di Yanta, nelle sue diverse pose e posizioni ontologiche, rappresentato pertanto in diverse figure e attraverso varie simbologie: ora nasce, in bronzo dorato, su una foglia di loto circondato da draghi, già da sempre predestinato come Buddha; ora ride grassoccio, a ricordare che il cammino verso l’illuminazione non è solo privazione dei beni materiali, ma anche e soprattutto liberazione dalle schiavitù, che procura felicità e godimento autentico; ora è il Buddha storico, che ha scoperto la via dell’illuminazione attraverso un lungo percorso; e ora è quello del futuro, che insegna e guida i fedeli e che attende che quello storico si ricongiunga a lui permettendo così alla storia umana e al ciclo karmico di concludersi e compiersi nella libertà. Anche i Buddha del Daci’En convivono con Guanyin, con il maestro della medicina e con altre grandi figure del taoismo: e non è forse un caso che proprio a ridosso di questo tempio si trovi anche la Grande Pagoda, eretta nel settimo secolo dal monaco Xuanzang, che per certo ha tradotto i testi del buddismo dal sanscrito al cinese e, secondo alcune tradizioni, anche i testi del taoismo dal cinese al sanscrito. In gioco è l’idea che i grandi orizzonti dell’umanità si disegnano scavando a fondo di tradizioni culturali apparentemente molto distanti e scoprendovi una sorgente comune di senso, un comune desiderio di abitare in pace, una comunanza di condizioni ed esperienze originali: l’essere sotto lo stesso cielo, il condividere la stessa casa che è questa terra, il bere la stessa acqua, il vivere sempre a cavallo tra desiderio e rinuncia, diritto e dovere, sofferenza e piacere.
Queste sono le radici culturali del nuovo cosmopolitismo delle differenze, del nuovo umanesimo di cui abbiamo bisogno.
Il colore delle religioni
Anche la Grande Moschea del quartiere musulmano, che di tutti i quartieri labirintici del centro storico è forse il più noto anche al turismo internazionale per il suo carattere vivace e i suoi mercati di cibo gustosissimi e divertentissimi, si uniforma alla “regola” del sincretismo –espressione, questa, volutamente contraddittoria: non troverete in giro per il mondo molte Moschee in funzione sviluppate secondo la tipica progressione spaziale del tempio taoista o che ne accolga le forme architettoniche, le pagode, le ampie aule, che pure, negli interni, restano inconfondibilmente islamiche. A pochi isolati di distanza, la settecentesca cattedrale cattolica di San Francesco, in tre navate, riaperta negli anni Novanta e ampiamente ristrutturata dopo i saccheggi della Rivoluzione Culturale: la croce sull’abside campeggia tra i colori e gli arzigogoli tipici del gusto cinese. Forse troverai questi colori e questi arzigogoli troppo kitsch, ma se lo pensi non è colpa tua: è solo che abbiamo vissuto il trauma della modernità occidentale, che tra le altre cose ha stabilito che il canone della bella arte, classica e soprattutto neoclassica (cioè moderna), è la scultura bianca. I templi della nostra greca e latina madrepatria erano invece coloratissimi: la statua di Atena dentro il Partenone era essa stessa colorata, era colorato il medioevo – se pensiamo ai nostri centri storici o alle nostre cattedrali lo sappiamo benissimo -, erano e sono in effetti colorate e piuttosto espressionistiche (non osiamo dire kitsch) le statue delle sessanta cappelle che raccontano la vita e la via crucis di Cristo nel Sacro Monte di Varallo, in Piemonte.
Abbiamo litigato con il colore all’inizio del moderno per un trauma storico, col quale è necessario fare i conti senza nessun moralismo, senza nessun autosabotaggio: i tempi sono maturi per farlo. Oggi abbiamo deciso che il colore sta giusto bene dentro gli schermi dei nostri smartphone, o al limite in un’illuminazione al neon – ma anche quella “fa vecchio”, ricorda gli anni Ottanta. Pensiamo in generale che il moderno deve essere grigio metallizzato, essenziale, richiamare “innovazione”, “originalità”, valori di rottura e di negazione, e pensiamo al ciclo storico come un progresso in cui ciò che viene dopo spodesta ciò che c’era prima: il digitale sostituisce l’analogico, il robot sostituisce l’umano, l’economia di mercato distrugge l’economia di prossimità, i giochi online rendono obsolete le sale giochi, le realtà virtuali rendono inutile lo studio della geografia. Ovviamente, il conservatorismo reazionario gioca sullo stesso terreno: nega il moderno, torna al passato in modo dogmatico e idealizzato, coglie nel futuro i segni della caduta anziché del progresso. Lo schema del ragionamento è lo stesso: il nostro rapporto col passato, e con i diversi passati degli altri, è attraversato da un trauma peculiarissimo. Ebbene, la Cina non ha mai avuto questo trauma, perlomeno non in questa forma: e se in parte gli è arrivato così com’è arrivato all’Occidente, ciò è accaduto per via della tentata imposizione colonialistica.
Moderno e antico
In realtà, la modernità, in Cina, entra a contatto con la tradizione secondo modalità diverse, di cui puoi darti qualche idea considerando, mentre passeggi a Xi’an, il modo in cui il patrimonio culturale (templi, palazzi imperiali, giardini…) viene mantenuto, ricostruito e vissuto: le nuove tecnologie, che i cinesi conoscono come e meglio di noi e utilizzano in abbondanza, servono a ricostruire ambienti immersivi enormi e vastissimi, volti a riproporre in forma estetizzata e simulacrale l’esperienza vissuta di mondi della vita passati, epoche che non torneranno più e che hanno lasciato solo rovine. Noi al massimo possiamo accettare l’Italia in Miniatura, per ragioni didattiche più che per ragioni ludiche, ma assegniamo all’autenticità materiale della rovina un significato assolutamente superiore, che la dice lunga sul modo in cui intendiamo il nostro rapporto col passato. A Xi’An il ludico e il didattico si compenetrano al punto da confondersi: la reinterpretazione paesaggistica dei luoghi del passato sfocia in un simulacro vivacissimo e interessante, che potrebbe far storcere il naso a più di uno di noi. Se andrai al Tang Paradise, trascorrerai alcune ore in un parco grande come Gardaland, dove però a essere ricostruito in modo scenico, assolutamente verosimile, ma anche assolutamente fake, è il giardino degli imperatori Tang, tra pirotecniche attrazioni, pagode, spettacoli pirotecnici e processioni in maschera, giochi in legno, buffi pupazzi, passeggiate su montagne artificiali, iscrizioni posticce, statue, finti enigmi. Questo fake è anche un modo per toccare, vivere, esperire, sia pure in forma estetizzata, un originale che non c’è più e che, nella forma della rovina, è custodito nei numerosi e frequentatissimi musei della città.

Il moderno non contraddice l’antico, lo reinterpreta: l’antico sopravvive nel moderno, ispirandolo e tracciando le linee di evoluzione del futuro. Ed è sempre stato così: quando già il taoismo e il buddismo avevano forma stabile, le dinastie Sui e Tang hanno voluto edificare un tempio del cielo nella zona sud di Xi’An secondo lo stile architettonico e costruttivo che fu tipico della grande dinastia fondatrice, gli Zhou, durante il cui regno vissero Confucio e Lao Tze. Il tempio del cielo di Xi’An fungerà a sua volta da modello per il tempio del cielo di Pechino, costruito dai Ming nel sedicesimo secolo. Puoi ammirarla, oggi, nel mezzo di una quieta area verde di fronte alla quale si sviluppa il più blasonato mall di Xi’an, il MixC, al cui centro si erge un enorme albero in metallo colorato su cui si può salire, frutto delle più spericolate firme architettoniche del contemporaneo. La pianta piramidale a gradoni del tempio del cielo, attraversata da diverse rampe di scale per consentire all’imperatore e ai fedeli di raggiungere la sommità e performare i propri riti rivolti al cielo, ricorda un tempio azteco o una huaca preincaica in Perù, o uno ziggurat sumero: i primi templi del mondo hanno la forma della montagna perché la montagna avvicina l’umano al cielo, conferendogli uno status differente, a contatto col sacro e il numinoso.
Questa esperienza primigenia, nella mentalità modernista, è confinata nella preistoria ed è oggetto di uno studio distaccato e disincantato, mentre a livello socioeconomico la montagna viene piegata al gusto turistico per le foto panoramiche instagrammabili e lo sfruttamento estrattivo delle sue risorse. Nel mondo cinese, che pure di estrattivismo si intende eccome, le montagne sacre sono ancora sacre e non si toccano, se non in forme estremamente regolate. Allo stesso modo, adottare uno stile architettonico “preistorico” per alcuni dei propri templi significa rievocare un’esperienza spirituale che esige quella forma e che deve risultare accessibile anche all’umano contemporaneo.
L’anacronismo e il tempismo
Si può dire che al cinese l’anacronismo non dispiaccia poi granché, un po’ come, del resto, non dispiaceva poi molto ai nostri rinascimentali che si rifacevano al greco per superare le strettoie del medioevo, o ai nostri romantici, che al contrario amavano il medioevo per uscire dalle strettoie del razionalismo illuministico. Gli intellettuali più brillanti della cultura europea non hanno mai temuto l’anacronismo e, al contrario, hanno sempre cercato il tempismo: la capacità, cioè, di reinterpretare in forma attuale stili, forme espressive, concetti, linguaggi, tesi filosofiche e posizioni politiche, impianti normativi e giuridici e gusti architettonici del passato, il passato nostro e quello altrui (si pensi alle immense influenze del mondo arabo e del mondo indiano e cinese nella cultura europea ad esempio, e viceversa), al fine di rispondere a esigenze e temi che provengono dal mondo della vita presente e fungente, quello in cui viviamo, con le sue sfide inedite. In Cina tutto questo è vivo e periodicamente si rivitalizza anche a costo di forti tensioni, rotture, esili e fatue: non dimentichiamo che la famiglia di Xi Jinping era finita al confino sotto Mao Zedong e che la continuità di regime attuale non implica in nessun senso fissità e ripetizione dell’identico.
Abbiamo attraversato in modo cursorio un pezzo di Cina, come si fa quando si esplora davvero, accennando a un paio di temi che in questa prima parte del reportage sono serviti più come guida tematica all’esplorazione: il tema dei prezzi e il tema del conflitto tra aree tradizionali e aree moderne. Ora che ci sembra di aver collocato le riflessioni politiche ed economiche che dovremo fare sul giusto terreno, che come si vede non è affatto quello del confronto tra modelli politici (o peggio geopolitici) e teorie economiche astrattamente intesi, possiamo tornare a queste questioni con una consapevolezza diversa.
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