Un nuovo centrosinistra per battere le destre
L’uscita di Marianna Madia dal Pd riapre il dibattito sul futuro del campo progressista: tra rappresentanza sociale, crisi della politica e necessità di una nuova alleanza culturale capace di sfidare la destra.

ANSA
La scelta di Marianna Madia di lasciare il Partito Democratico per aderire a Italia Viva è stata vista da alcuni come una semplice ricollocazione tattica. Mi chiedo: dobbiamo davvero discutere di questo? La questione che mi pare più importante riguarda, invece, la tensione profonda che attraversa da anni il campo progressista italiano: la difficoltà di costruire una rappresentanza politica capace di leggere i mutamenti materiali della società contemporanea senza ridursi a mera amministrazione dell'esistente.
Il nostro sistema politico, negli ultimi vent'anni, ha progressivamente smarrito il rapporto tra identità sociale, conflitto e rappresentanza. Il Partito Democratico nasce nel 2007 come tentativo di superare le culture politiche del Novecento dentro una sintesi post-ideologica. La fusione tra Ds e Margherita fu raccontata come approdo naturale della modernizzazione italiana, ma in realtà produsse un soggetto fragile, costruito più sulla necessità di governo che su una reale visione comune della società. Già la mozione Angius-Zani – che sostenni con convinzione – denunciava il rischio di un partito privo di radicamento culturale, destinato a oscillare tra adattamento tecnocratico e ricerca permanente di leadership salvifiche.
Da Walter Veltroni a Pier Luigi Bersani, fino alla stagione di Matteo Renzi, il Pd ha attraversato trasformazioni continue, spesso interpretando la governabilità come valore assoluto. Ma mentre il partito si adattava ai vincoli della globalizzazione e ai paradigmi del mercato, il capitalismo cambiava natura: aumentavano precarietà, impoverimento e concentrazione della ricchezza, mentre si rompevano i tradizionali legami collettivi che avevano sostenuto la democrazia repubblicana.
È mancato un pensiero critico. In questa fase il centrosinistra ha spesso accettato l'idea che il mercato fosse non solo uno strumento economico, ma anche un orizzonte antropologico inevitabile. È qui che emerge il nucleo della crisi: una politica incapace di produrre visione, ridotta a gestione tecnica delle compatibilità economiche, mentre le disuguaglianze diventavano strutturali e la rappresentanza popolare si svuotava. La crescita dell'astensionismo e delle destre identitarie non è nata dal nulla, ma dentro questo vuoto politico e simbolico.
Con la leadership di Elly Schlein il Pd ha scelto, finalmente, di ridefinire la propria identità in senso più esplicitamente progressista, ponendo al centro il lavoro povero, la sanità, i diritti civili, la transizione ecologica e il contrasto alle disuguaglianze. Questa ricollocazione ha restituito riconoscibilità a un partito che per anni era apparso ideologicamente indistinto, tuttavia ha inevitabilmente aperto anche nuovi spazi politici e di rappresentanza.
È dentro questo spazio che si colloca il progetto centrista-riformista evocato da Madia. La questione è molto più importante rispetto ai percorsi dei singoli. In uno dei suoi libri Goffredo Bettini ha scritto: "La politica non va troppo pensata, ragionata, sezionata. Altrimenti, si da troppa importanza al dettaglio. I dettagli possono confermare il quadro; mai lo determinano. Il quadro è un colpo d'occhio immediato. Plastico. È ciò che senti. Le cose che si muovono vanno lette con l'evidenza di un'immagine: che dice quali sono i rapporti di forza fondamentali che confliggono, gli spazi da occupare , dove difenderti e dove colpire". Una lezione che torna utile per mettere a fuoco le cose che si muovono senza farci distrarre dai particolari. In questo processo di aggregazione il problema politico reale riguarda quale funzione storica possa avere oggi una forza moderata in un sistema attraversato da disuguaglianze crescenti, crisi della rappresentanza e polarizzazione sociale. Se il centro diventa soltanto il luogo della neutralizzazione del conflitto, rischia di trasformarsi nell'ennesima élite autoreferenziale incapace di parlare al Paese reale. Se invece riesce a interpretare una cultura di governo radicata socialmente, europea ma non tecnocratica, garantista ma non oligarchica, allora può contribuire a ricostruire un equilibrio democratico oggi fortemente compromesso.
Con queste premesse può nascere un nuovo centrosinistra in grado di battere le destre e allontanare l'idea, sostenuta da molti commentatori, di un ritorno al paradigma del "partito della nazione", cioè un Pd spostato stabilmente verso il centro e alleato con Forza Italia in funzione anti-populista. Nel quadro politico del 2026 questa prospettiva appare scollegata dalla realtà materiale del Paese. La polarizzazione prodotta dalla leadership di Giorgia Meloni, dalla radicalizzazione identitaria di Salvini e dall'emersione di figure come Vannacci mostra che la società italiana non sta andando verso il superamento del conflitto, ma verso una sua intensificazione culturale e sociale.
Per questo il campo progressista deve articolarsi in culture politiche differenti ma convergenti: un Pd capace di mobilitare le domande sociali e civili e, al tempo stesso, di tenere insieme le particolari caratteristiche del movimento guidato da Giuseppe Conte, che – è bene ricordarlo – grazie al suo impegno oggi si riconosce stabilmente nel centrosinistra; le sensibilità dell'alleanza rosso-verde di Bonelli e Fratoianni; una forza riformista che parli al lavoro autonomo, ai mondi produttivi e alla tradizione cattolico-democratica; reti civiche e territoriali in grado di ricostruire partecipazione dal basso.
Le esperienze che stanno emergendo – dal lavoro territoriale di Alessandro Onorato alla figura di Silvia Salis, fino ai percorsi di Ernesto Maria Ruffini e Paolo Ciani – segnalano proprio questa ricerca di una nuova mediazione politica e culturale. Non credo si tratti della nostalgia di un renzismo fuori tempo massimo, ma del tentativo di costruire una risposta alla trasformazione profonda della società italiana e all'egemonia culturale della destra. Perché la sfida non è soltanto elettorale. È ricostruire un immaginario politico capace di tenere insieme libertà e giustizia sociale, sviluppo e dignità del lavoro, identità democratica e partecipazione popolare. Senza questa ricostruzione culturale, ogni operazione centrista rischia di restare un semplice cartello parlamentare; con essa, invece, potrebbe nascere un nuovo equilibrio progressista capace di contendere realmente il governo del Paese alla destra.
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