Trump Curse: La nuova maledizione che terrorizza lo sport Usa
Patriots, Knicks, Ryder Cup e ora l'eliminazione ai mondiali: ogni volta che Trump scende in campo, qualcosa va storto. La nuova maledizione sportiva è un racconto politico della sua presidenza

ANSA
Dalla maledizione di Bela Guttmann all’anatema Kiricocho, passando per la "maledizione del Bambino” che colpì i Red Sox per 86 anni. Da sempre superstizione e sport si intrecciano dando vita a storie al limite tra realtà e leggenda. Negli ultimi mesi c’è una nuova "maledizione” che sembra abbattersi sullo sport: la "Trump Curse”. La sconfitta degli Usa contro il Belgio, arrivata dopo che il Tycoon ha chiesto ed ottenuto la rimozione della squalifica di Balogun, sta alimentando una nuova superstizione: la sua presenza sembra trasformarsi in maleficio sportivo. A farne le spese nelle scorse settimane erano stati i New York Knicks, che alle Finals NBA di quest’anno hanno perso una sola partita. Quella in cui sugli spalti c’era Donald Trump. Ma non solo, perché negli scorsi mesi Trump si era detto certo di una vittoria dei Patriots al super bowl, poi travolti dagli Eagles Seahawks. E ancora la Ryder Cup, con Trump sugli spalti e l’Europa che batte gli Usa.
Anche nello sport Trump entra da gradasso, pretende il centro della scena, cerca il riflettore che illumini lui prima degli atleti. Ma lo sport, a differenza dei comizi, non ha copione. Può scegliere l’inquadratura, occupare la tribuna d’onore, farsi circondare da campioni, miliardari e celebrità dello sport; può trasformare ogni evento in una cartolina del potere. Ma poi c’è la partita. E quando la realtà irrompe, la retorica del vincente si sbriciola. È qui che la “maledizione” diventa racconto politico. Trump usa lo sport come tutto il resto, non come spazio collettivo, ma come scenografia personale. Vuole appropriarsi dell’energia popolare degli stadi, del patriottismo facile, dell’immaginario muscolare della vittoria. Si presenta come talismano dell’America forte, e invece finisce per apparire come un intruso rumoroso, un testimonial fuori posto. Il paradosso è crudele e perfetto: più prova a mostrarsi vincente, più la sconfitta degli altri lo travolge. I campioni dovrebbero certificare la sua grandezza, gli spalti acclamarlo. E invece Trump resta nudo davanti alla cosa che teme di più: una realtà che non si piega al suo spettacolo.
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