"Spezzeremo le reni alla Spagna"? La deriva muscolare che rischia di isolare l'Italia
Dalla crisi di Ceuta al dibattito sulle frontiere esterne: perché la retorica del muro tra Paesi di primo approdo rischia di trasformarsi nel più classico degli autogol geopolitici.

ANSA
Nelle ultime ore, le tensioni diplomatiche attorno agli eventi di Ceuta e alla gestione dei flussi migratori hanno riacceso un registro verbale che in Italia pensavamo appartenere ai manuali di storia del secolo scorso. Un’ostentazione di muscoli nei confronti del governo di Madrid che, al netto del facile consenso da social media, solleva interrogativi sostanziali sulla reale visione geopolitica dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
Mettendo da parte gli slogan ed esaminando la realtà dei dati forniti dal Ministero dell’Interno e dalle autorità spagnole, emerge un quadro assai più complesso e sfaccettato. La Spagna ha certamente affrontato pressioni cicliche rilevanti, culminate nel picco del 2024 con oltre 64.000 ingressi irregolari registrati tra la rotta atlantica delle Canarie e i valichi terrestri delle enclave nordafricane. Tuttavia, le politiche d’intesa bilaterale promosse da Madrid con i Paesi di origine e transito hanno portato a un drastico ridimensionamento dei flussi nel 2025, scesi a circa 36.700 unità, con un trend calante che si conferma anche nella prima metà del 2026.
L’Italia, dal canto suo, per conformazione geografica e dinamiche della rotta del Mediterraneo centrale, continua a sostenere il peso quantitativo più gravoso del fenomeno. Superata la parentesi critica del 2023, il Paese si è assestato su una media costante di oltre 66.000 sbarchi annuali tra il 2024 e il 2025, per giungere ai circa 15.000 arrivi rilevati nella prima parte del 2026. Ed è proprio alla luce di questa asimmetria che l’atteggiamento di scontro nei confronti di un partner mediterraneo appare privo di lungimiranza.
Da anni il nodo nevralgico della questione migratoria europea risiede nel superamento della rigidità del Regolamento di Dublino, che imputa al Paese di primo ingresso la responsabilità quasi esclusiva dell’accoglienza e della gestione dei richiedenti asilo. In questo contesto, Italia e Spagna hanno storicamente condiviso la medesima battaglia negoziale a Bruxelles: esigere una reale solidarietà comunitaria, meccanismi vincolanti di ricollocazione e una redistribuzione equa degli oneri tra tutti i ventisette Stati membri.
Rompere il fronte dei Paesi del Sud Europa per perseguire fughe in avanti sovraniste significa delegittimare la posizione negoziale italiana. Sdoganare il principio secondo cui ogni Stato sia legittimato a «difendere unilateralmente i propri confini» contro i vicini innesca un pericoloso effetto domino.
L’ipotesi di una revisione o sospensione del Trattato di Schengen – scenario ciclicamente evocato dalla retorica securitaria – vedrebbe come primi danneggiati non i Paesi dell’Africa nord-occidentale, bensì l’Italia stessa. Se Francia, Austria, Germania e la stessa Spagna dovessero sigillare ermeticamente i propri valichi di frontiera, bloccando i cosiddetti “movimenti secondari”, l’Italia rimarrebbe la cassa di risonanza di tutti i flussi d’ingresso.
In termini geopolitici, il rischio è quello di accelerare il processo di marginalizzazione diplomatica del Paese. A forza di invocare barriere e denunciare presunte colpe altrui, il pericolo reale è che siano gli altri partner europei a chiudere le porte in faccia all’Italia, trasformandola di fatto in quell’hub di stazionamento permanente ai margini del continente che la propaganda nazionale ha sempre promesso di scongiurare.
La complessità dei fenomeni migratori globali non si governa con il citazionismo storico o con l’aggressività verbale. Richiede diplomazia bilaterale, cooperazione multilaterale e la consapevolezza che, quando si mina la tenuta delle frontiere altrui, si finisce inevitabilmente per rendere più fragili le proprie.
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