Rinascita risponde

Uno spazio di dialogo con i nostri lettori. Le lettere pubblicate e le nostre risposte.

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Lettera di A. V.

Veder ricomparire Rinascita fa bene al cuore di molti di noi che hanno vissuto la stagione del PCI. Di quella stagione si ricordano molte cose, e certamente una che si ricorda con più entusiasmo è lo straordinario rapporto tra organizzazione di massa, con la sua disciplina ma anche le sue risorse, e la cultura. Chi ha visitato a Torino la mostra su Berlinguer tenuta presso il Museo Fico ha potuto notare, non senza una punta di emozione, quali fossero i libri che leggeva Berlinguer: Nietzsche; Croce; persino Gentile; e tutti ricordiamo la sua semplicità, la genuinità che proviene da un approccio umile alla cultura, da chi sa che la cultura, come il diritto, serve soprattutto a chi non ha nulla da ereditare. Per avere classe ci vuole coscienza di classe: e la coscienza si sviluppa attraverso la cultura politica. Ho la speranza che iniziative come Rinascita possano servire, in questo senso, a recuperare un vuoto, ma mi sembra che stia vincendo una politica fondata semmai sulla negazione del ruolo della cultura, cioè di fatto basata su una visione impoverita e in fondo cinica dell’umano, per cui il cittadino che non ha nulla da ereditare non debba essere educato a lottare per i propri diritti ma debba essere manipolato e spremuto fino all’ultimo. E poi c e un tema ancora più grave: senza organizzazione materiale, senza reti di sostegno economico, senza risorse non si può riorganizzare una cultura politica. Lo sapevamo bene nel PCI, che non era solo una comunità di idee e cultura, ma una comunità in grado di auto organizzarsi per essere indipendente dalle pressioni dei potentati economici e nello stesso tempo sufficientemente ramificato sul territorio da poter sostenere veramente i propri iscritti. Ora la società è più liquida di per sé però certo abbiamo anche noi dato il nostro contributo a liquefarla quando abbiamo accondisceso questa idea assurda che senza partiti, cioè senza organizzazione materiale e formale disciplinata e dotata di risorse, si potessero liberare maggiori energie democratiche attingendo dalla cosiddetta società civile. I partiti oggi non esistono più: non mi pare che stiamo meglio. Senza risorse si rischia di agire “per testimonianza”. Vorrei conoscere le vostre posizioni su queste preoccupazioni che mi rendono inquieto. Grazie!

Risponde Goffredo Bettini

Caro Andrea, mi permetto di darti del tu, visto il contenuto della tua lettera ricca di considerazioni utili e di domande stimolanti. L’esigenza di riprendere dal dimenticatoio la testata gloriosa di Rinascita scaturisce dalla mancanza sempre più evidente, nel corso del tempo, di una connessione tra la politica e la cultura. Tale nesso è il solo modo per non ridurre la politica al solo immediato; ad una dimensione istantanea, volubile, transitoria. Una politica, insomma, che passa senza lasciare traccia: dettata dagli interessi del momento, puramente tattica e alla fine strumentale e piegata alle convenienze, spesso personali, di corto respiro. Per questa via (quanto ne soffriamo oggi!) l’agire politico non è in grado di produrre consapevolezza, coscienza, visione. Anche lo scontro di opinioni contrapposte circa le guerre in corso è povero, schematico, degradato: i buoni e i cattivi, il bene e il male assoluto. Scompaiono le ragioni della storia, le fratture depositate nel tempo che hanno determinato i conflitti; manca una visione del futuro, vale a dire l’idea per concluderli e far tornare la pace. Tu rimpiangi, anche per queste ragioni, i partiti di massa che hanno educato gli italiani alla democrazia, alla pace, al conflitto come premessa di una ricomposizione su un terreno più avanzato. Certo vi sono molte ragioni oggettive che hanno spinto verso l'eclissi della ragione e della misura necessarie per mantenere una convivenza civile. È stata la stessa rapidissima innovazione dei processi produttivi a indebolire il conflitto fondamentale nei secoli che abbiamo alle spalle: la contrapposizione tra la proprietà borghese e la classe operaia nella fabbrica moderna; che tutto disciplinava e chiariva. Il conflitto si è disperso. Il comando dei potenti non si è addolcito, semmai si è esteso a tante altre figure atomizzate con meno forza contrattuale, che vivono una condizione alienata, non solo circa il salario ma in tutti gli aspetti della loro vita, trasformandosi da cittadini a semplici consumatori. Vorrei dirti che oltre ai processi oggettivi dal ‘89 ad oggi, si sono verificati errori e mancanze nell’azione e nel pensiero della sinistra. Anche la vicenda della fine del PCI, per diversi aspetti necessaria, non ha tenuto conto abbastanza del carattere originale di quel partito, non caratterizzato dalla sola parola “comunista”, né tantomeno dalla sua affinità con il socialismo realizzato dei paesi dell’est, dal quale da tempo si era distanziato. L’esperienza dei comunisti italiani fu soprattutto la capacità di costruire nel profondo della società italiana un insediamento sociale, culturale, umano e politico, motore fondamentale dello sviluppo democratico e della storia della Repubblica. Quella aggregazione di masse aveva una sua peculiarità, unicità e consistenza, da non potersi davvero identificare con il crollo del muro di Berlino. Era iniziata, dopo la morte di Berlinguer, una flessione elettorale. Nel momento della svolta, tuttavia, esso andava maggiormente rispettato, perchè in molta parte ancora vivo e palpitante. Per nulla un vecchio arnese o “un bambolotto di pezza”. Da questa frettolosa sottovalutazione, si è via via consumata l’attenzione della sinistra verso il popolo più profondo e le sue contraddizioni. È emersa sempre più, invece, la dimensione istituzionale e di governo: abbiamo anche ottenuto successi e più volte salvato l’Italia, ma con un profilo difensivo, privo di una rinnovata critica dell’assetto del capitalismo imperante, sempre più rapido nelle sue trasformazioni. Eppure, voglio chiudere questa breve risposta, con un pensiero positivo. Di fronte all’impressionante velocità della scienza e della tecnica che mettono a disposizione dei potenti gli spazi economici e di potere per comandare e arricchirsi sempre di più, rimane una resistenza al fondo dell’animo di tante persone che intuiscono la manomissione della loro vita e della sua autenticità. Vedi, c’è la volubilità della storia che scorre in superficie ed intacca tanti aspetti della società, ma sotto la storia cangiante c’è la continuità dell’umano, della nostra natura, del nucleo biologico che persiste e che dà speranza. Io confido che da esso possa rinascere una riscossa, se la sinistra sarà in grado di ascoltare, organizzare le esperienze concrete di resistenza, che in modi sparsi e diversi si manifestano; se saprà riprendere la strada di un riformismo non inteso come disciplina da imporre per rispettare le compatibilità del sistema vigente, piuttosto come il carburante per inverare via via in armonia con il cambiamento dei tempi, i principi profondamente umani, progressivi ed emancipativi della nostra costituzione repubblicana.

Lettera di R. G.

Ho una domanda da fare a un intellettuale, intendo una figura pubblica, presumibilmente una scrittrice o uno scrittore, in grado di far arrivare le proprie suggestioni a una fetta più o meno ampia della popolazione italiana. Mi riferisco proprio a quell'intellettuale che rivendica la propria autonomia da tutto e da tutti, la propria libertà di pensiero. Non è forse arrivato il momento che tu prenda parte attivamente, e con forza (attraverso un movimento, un partito), alla politica dell'Italia? Ci troviamo in un contesto in cui per un giovane è meglio fuggire (considerato lo stato di arretratezza e di mancanza di prospettive in cui viviamo). È un Paese di chiese e di botteghe, sempre più basato sul lavoro autonomo, senza fabbriche, senza un'idea di sviluppo e di progresso. Per voi, (passami il termine, magari non ti piacerà) intellettuali maturi, non è arrivato il momento di una reazione, di dare una scossa, dell'organizzazione e della militanza? Mi dirai che è nell'indipendenza che un intellettuale ha la sua integrità... E se i tempi fossero cambiati? Forse è arrivato il momento di rivalutare la figura del politico (ammesso che sia un politico serio). Se è vero che la classe dirigente della politica italiana tutta è pessima, perché rimanere in disparte e non provare a cambiare il paradigma in prima persona? Altrimenti significa che le cose stanno bene così, come sono in questo momento, e che, sì, i politici magari sono pessimi, però devono essere loro a sporcarsi le mani. Non noi, noi cittadini comuni. Gli intellettuali di oggi sono i primi astensionisti. Non è una questione di colpa, rispecchiano la situazione generale: dimostra però che non sono in grado di cambiarla. Gramsci, Calamandrei, Salvemini (e considera che ho letto solo un po' di Gramsci, pochissimo di Calamandrei, devo assolutamente leggere di più) erano forse meno intellettuali, partecipando alla politica all'interno o al fianco di un partito? Certo, prendere parte alla faziosità politica di oggi sarebbe un tentativo forse troppo rischioso per la tua credibilità di figura pubblica indipendente, senza conflitti di interessi; e capisco anche che magari attualmente puoi arrivare a una maggiore di cittadini rispetto a quella che potresti raggiungere da "militante". Ma l'Italia di oggi non è già (inutilmente, ossia su preconcetti vuoti e irreali) polarizzata? Il tuo lettore, o follower, non è già schierato, standardizzato? Probabilmente legge i libri che tu gli consigli nelle stories di Instagram, nel tuo podcast. Può anche darsi che si spinga oltre, che ti abbia assunto a proprio modello, non è un peccato. Se allora tu proponi, con il tuo esempio, l'astensione dal potere, che poi sono i parlamenti, i governi, in sintesi la politica democratica attiva, non è difficile pensare che chi ti segue porti avanti il tuo stesso comportamento. Ma non voglio fare il discorso dei "cattivi maestri". Il punto è: ora che hai una platea, se non anche dei seguaci, perché, mentre la politica è vuota di tesi e di passione, ti ostini a rimanere in un angolo, limitandosi a osservare, a giudicare? Non siamo più nel tempo in cui i politici approfondivano i problemi della società che andavano a toccare con mano. Non stiamo vivendo gli anni nei quali un leader, ma più in generale un politico, veniva scelto per la propria capacità di ragionare ed escogitare. Oggi un leader viene scelto a partire dalla sua somiglianza macchiettistica con il proprio elettore. Non ti senti in dovere di fare di più? Se la situazione è già pessima si può fare peggio di così? Per quanto la politica non cambierà la natura dell'essere umano, come invece in pochi continuiamo a sperare e a illuderci, quella democratica è l'unica che possa darci le basi per provare a vivere meglio, come individui umani liberi. Pertanto, se adesso non si va oltre all'impegno distaccato, perché sentirsi assolti? Non sei un osservatore esterno. Ci sei dentro fino al collo, in questa Italia. Riccardo Gardi

Risponde Redazione

Gentile Riccardo Gardi, pubblichiamo con piacere la Sua lettera, sebbene non sia rivolta direttamente alla nostra redazione. Raccogliamo tuttavia il Suo invito e lo rilanciamo, indirizzandolo a nostra volta all’intellettuale libero e autonomo cui Lei si rivolge. Il Suo appello ci sembra tanto opportuno quanto necessario, e ne condividiamo pienamente lo spirito, che è quello di Rinascita.

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