Lettera di A.M.
Caro Goffredo, saluto con entusiasmo la "rinascita" di Rinascita, un settimanale che ha accompagnato quasi per intero la mia formazione politica in gioventù, e che oggi spero possa ancora essere per me un punto di riferimento utile e appassionante. Ho letto con molto interesse il tuo editoriale-Tesi (Un'alleanza più larga per l'Italia), e vi ho colto notevoli spunti di interesse, a partire dal riferimento alla politica come «tecnica regia», e prima ancora alla specifica necessità che hai sollevato di "governare la tecnica" stessa, perché «oggi è la tecnica la sostanza dell'agire». Giusto intendimento, il tuo, di indicare con forza un punto politico, di premere sulla ferita aperta, in un'epoca in cui la diffusione della tecnica è davvero al proprio culmine - e l'IA è un oggetto talmente pervasivo e mutante, da rendere persino difficoltoso capire cosa sia ancora umano e cosa no. Rivendichi, nel tuo articolo, l'accortezza e la professionalità di chi è impegnato nell'«esercizio difficile della politica», e lasci intendere che di questa accortezza e di questa professionalità bisogna avvalersi assolutamente, per cogliere correttamente il «momento della decisione» e non «superare il confine oltre il quale tutto si disperde». Rivendicazione significativa, che apre ulteriori riflessioni e pone una selva di domande, come: che relazione stabilire tra questa competenza professionale, accorta, tecnica, che tu ravvedi (auspichi) nel politico "decisore" - e la natura propria della politica? Cos'è la tecnica in relazione alla politica? Quanto - e in che misura - la decisione politica deve essere suffragata da una caratura "tecnica" e professionale del decisore, quanto deve essere affidato a esperti, professionisti, in quanto unici capaci e pronti a cogliere davvero il "momento" epocale? Spinto agli estremi, questo percorso porta necessariamente a esaltare a tal punto la professionalità, il sapere, la specifica "scientificità" politica del decisore, che si potrebbe persino dire che, se c'è una decisione-soluzione da trovare, questa dovrà essere necessariamente la più giusta tra tutte, la più efficace, la più coerente, in breve la prima e l'unica di fatto nel novero di quelle possibili. Quella che si calibra meglio, "univocamente", sul problema. Che ne coglie a misura gli addentellati. Pensiamo ai governi tecnici, alla ideologia dei governi tecnici. Come si motiva la loro nascita, la loro necessità? Con la loro competenza, con il sapere tecnico, persino professorale, di cui sarebbero dotati ministri. Un sapere capace di cogliere il momento, il punto, indovinare la soluzione efficace, oggettiva, indiscutibile, oltre la greve chiacchiera politica. Capace di cogliere l'unica soluzione, la sola possibile, quella produttiva, non le altre che apparirebbero invece improduttive. La soluzione senza alternative. La mossa, in sostanza, che ci porta fuori dalla soggettiva partigianeria incompetente della politica. (Che poi non sia davvero così, è un altro paio di maniche.) La tecnica esprime la soluzione "vera", oggettiva, fuori dalle contese politiche e "di parte". Esprime la soluzione "finale", ultima. Alla tecnica, difatti, si associa sempre il carattere della necessità. Quasi del destino. Tant'è che, come scrivi, si deve governare la tecnica, ossia (così la intendo) sfidarla, competere alla sua altezza, batterla sul suo terreno. Quasi essere più tecnici di essa. Perché la tecnica sta prendendo il sopravvento, non tanto in termini tecnologici, quanto in termini ideologici, di pensiero (gli stessi che spingono per costituire governi tecnici, dicevamo). E per questa sfida si è propensi a pensare che servano politici accorti, preparati, professionali, capaci di cogliere il momento della decisione, capaci della decisione che serve, ben calcolata, calibrata sulla linea precisa oltre cui si "sconfina" dove tutto si disperde, dove cioè la decisione perde di risolutezza, di efficacia, di solubilità, ed emerge il soggettivo di ciò che è considerato chiacchiera politica, mera doxa, banale opinione diffusa. Ma appunto si tratta di un'ideologia, non di una questione "tecnologica". È la sostanza nascosta dietro l'IA. Un'ideologia che dice: serve oggettività, serve risolvere la questione nell'unico modo possibile e davvero efficace, senza tante chiacchiere "politiche". Forse persino senza democrazia. Servono i filosofi-re, non i cittadini. Non disturbate il manovratore competente. Ma è qui, proprio qui, in questo punto di caduta e per contrasto, che si capisce cosa sia invece la politica. Non la necessità, non l'oggettività senza apparente conflitto, non i filosofi-re, ma la scelta, la decisione che decide, presa dagli uomini-di-parte, il cui sapere regio è la lotta. Alla necessità della tecnica si oppone la libertà della politica, il suo carattere aureo di libertà dell'agire, di libertà delle scelte, di conflitto aperto, di dibattito pubblico e poi di una deliberazione che batte e ne contrasta altre possibili, tutte legittime ma perdenti nel confronto (democratico). La politica come "scienza architettonica", dunque, che non vuole aristocratici-tecnici-professionisti al governo ma gioca a coordinare praticamente l'impegno dei cittadini, a rappresentarne spinte e interessi con l'obiettivo del bene comune, in un confronto-scontro, in una lotta quotidiana tra idee e soluzioni alternative, di parte, dicevamo, e solo per questo tutte legittime. Si tratta si capire cosa conti di più: l'esecutivo dei migliori o l'aula parlamentare che rappresenta le parti in conflitto tra loro. Cosa serva: la tecnica (l'ideologia della tecnica) oppure la politica, ossia la libertà del confronto partigiano per pervenire, volta per volta, a una scelta singolare che valga proprio nella sua parzialità. La solitudine del filosofo-tecnico o l'azione collettiva? La tecnica regia o la scienza architettonica? Il produrre o l'agire? Il fare o l'azione? La necessità o la libertà? Gli ultimi decenni di vita politica italiana corrono rischiosamente lungo questo crinale, propendendo spesso pericolosamente per la politica del fare dei governi oligarchici di esperti. Ma sarebbe ora di scartare rispetto a questo tragitto infausto, che miete come prima vittima la democrazia e manda inevitabilmente la destra al governo. Credo che sia questo uno dei compiti della sinistra. Scusa la prolissità, ma la discussione politica, e non piuttosto il marketing politico adottato dai partiti, è davvero l'ultimo bene che ci resta. Fraternamente, Alfredo Morganti
Risponde Goffredo Bettini
Caro Alfredo, sono felice che la ripresa delle pubblicazioni di Rinascita abbia suscitato in te sentimenti così positivi. Come dico spesso, il nostro compito è quello di rimettere insieme politica e cultura. La politica è povera, superficiale e quotidianamente cangiante. La ragione sta anche nei difetti soggettivi di una generazione di leader che si sono formati in modo assai approssimativo e che, spesso, vengono alla ribalta per ragioni esclusivamente mediatiche, di immagine. Ma oltre a questo, la povertà della politica deriva anche dalla velocità nella quale siamo immersi. Essa non permette più di pensare, costruire, tessere, confrontarci con calma. Si consuma tutto in un giorno. Si può cambiare idea rapidamente senza che nessuno pretenda una coerenza. Si fa principalmente propaganda, con una assertività che non corrisponde a convinzioni radicate, ma piuttosto deriva dalla disabitudine ad ascoltare l’altro. Ti riferisci, in modo molto arguto, alla politica come “tecnica regia”. È proprio così. La politica deve sapersi fondare anche sugli specialismi. Ma se resta a quel livello perde il suo specifico significato. Dagli specialismi deve estrarre gli elementi di verità per arrivare a una sintesi superiore. Per confrontarsi con il movimento della società, con i processi che si sviluppano, con la storia. È dunque tecnica, ma regia. È la tecnica che coordina le altre tecniche. Deve saper comporre, sulla base anche di dati scientifici (penso all’affrontamento della pandemia Covid, che il nostro governo presieduto da Conte riuscì a mettere in campo), un quadro di analisi il più possibile corretto (Togliatti diceva che, se si sbaglia l’analisi, poi si sbaglia tutto), ma infine deve possedere il dono del “colpo d’occhio”. Il dono che ti fa intendere visivamente, plasticamente, sul piano corporeo e dei sensi, i possibili sviluppi e gli spazi sui quali intervenire, che devi avere la fermezza e il coraggio di percorrere, è quel dono intuitivo che fa grande un politico. Puoi capire come tutto ciò sia in contrasto con l’agenzia di stampa che ti tiene a galla per qualche ora. Tutto ciò, caro Alfredo, avviene dentro un processo più ampio che con Rinascita stiamo cominciando ad affrontare in modo più attento: il vorticoso sviluppo tecnico e scientifico raccordato a un turbocapitalismo che aumenta le distanze sociali. Tu lo dici bene: questo processo seleziona élite e piccole oligarchie che detengono un potere immenso. Hanno il comando. Il controllo di esse determina l’arricchimento e la povertà, le distanze sociali e l’espropriazione di ogni forma partecipativa e democratica. I cittadini sono destinati a consumare, relegati in una dimensione vegetativa. È persino difficile distinguere, in queste ristrette oligarchie, tra i politici e le enormi potenze economiche e finanziarie che ad essi si mischiano. In certi casi sembra, addirittura, che le scelte siano imposte dalle nuove acquisizioni tecnico-scientifiche e che i politici e gli affaristi, utilizzandole e conoscendole, si gettino negli spazi di guadagno e di accumulazione che esse determinano. Il resto dell’umanità, ignara, non può che seguire docile questa forza dominante. Per fortuna, credo ci sia una parte delle donne e degli uomini che avverte questo pericolo, che inevitabilmente porterebbe a una catastrofe. Spesso sono proteste isolate, a macchia di leopardo, inserite in reti talvolta ampie di società civile. A cosa si possono appigliare? A tutto ciò che nella politica rimane umano e non spinge verso il nichilismo. Ecco, la necessità di sviluppare e difendere una democrazia partecipata, le autonomie locali e il Parlamento. Perché lì ancora si può sentire la voce umana e collettiva. Lì, ancora, si può avvertire la speranza.