Renzi nel campo largo: calcoli, veti e la sfida alla destra illiberale
Tra sondaggi, alleanze locali e timori di tradimento la sinistra deve scegliere se includere Renzi per battere Meloni o dividersi in nome dei veti di principio.

ANSA
«Renzi sì, Renzi no». Salvo imprevisti e colpi di scena, il tormentone estivo e autunnale, di qui al programma, sarà questo. Già lo è: un boccone prelibato per la galassia stampata e digitale. E non accenna a sopirsi. Quasi fosse banco di prova e ordalia dell’idoneità del campo alternativo a governare. O nel senso della ragionevolezza riformista, o all’opposto come prova di trasformismo irredimibile. Da ambo i fronti si moltiplicano infatti gli attacchi in materia, consentendo alla destra di gioire e schivare ben altre compromissioni e divisioni, come nel caso Vannacci.
È giunto perciò il momento di ragionare e soppesare bene la questione. Per capire se davvero valga la pena di dividersi a sinistra su Renzi, come se già non vi fossero altri temi controversi e divisivi più importanti, che rischiano di immiserire tutto su una sorta di lettera scarlatta da apporre al reprobo. E regalare così per settarismo all’avversario una carta in più nella battaglia elettorale, che si preannuncia dura e senza esclusione di colpi.
Partiamo da una constatazione. Renzi è stato sconfitto nel suo disegno strategico d’origine, teso a fare del Pd un soggetto di sinistra moderata, di centro e decidente, nel segno del premierato. Sinistra a vocazione maggioritaria, e non di coalizione distinta dal centro. Quel tipo di disegno neoliberale e laico non solo non poteva reggere, in quanto populismo d’élite inviso a destra e a sinistra. Ma ha portato la sinistra stessa a dividersi, snaturandosi nelle sue radici popolari, sia nella versione più moderata, sia in quella più radicale di tali radici. E finendo per evocare quello che a suo tempo fu definito il bipopulismo leghista e grillino.
Oggi, con la ristrutturazione del sistema politico e l’esaurimento di quel bipopulismo — generato dall’elitarismo rottamatorio di Renzi — tornano le identità classiche a destra e a sinistra, e torna persino il centro, sia pur in variegati dosaggi e varie sfumature. Riesplode così, nel fuoco della crisi economica generata dalle guerre e dall’approccio liberal-rigorista europeo, la classica distinzione destra/sinistra, che divide il ceto medio impoverito. Con la prima che riassorbe in forme reazionarie classiche l’ondata populista. E la seconda che si riorganizza in partito popolare, in alleanza a nuove forze civiche e popolari, come i nuovi Cinque Stelle progressisti, e strutturati in forma di movimento governista.
In questo quadro il renzismo, che sopravvive come eredità «lib-lab» e Terza via nel Pd, si è strutturato anch’esso in partito e gruppo parlamentare, ormai di centro che guarda a sinistra. Ma senza più la forza di proporsi a forza egemone, e con percentuali assodate attorno al 2 o 3 per cento. Residuo di una mira sconfitta dai fatti, e anche dello scontro consumatosi con Calenda attorno al fantomatico progetto di un centro indipendente e arbitro, immaginato al 10 per cento.
Ebbene, facciamo due conti. Casa Riformista, figlia di IV, annovera oggi 80 consiglieri e amministratori, calcolati su tre regioni dove governa col Pd e i Penta: Toscana, Emilia e Campania. E su 18 capoluoghi di provincia, tra cui Milano, Bologna, Bergamo, Brescia, Firenze. Un capitale di alleanze e di voti pari a circa 600 mila voti su scala nazionale e a una media, depurata da +Europa, oscillante tra l’1,4 e il 4. Alle Europee del 2024 il dato netto era il 2,5. Mentre oggi i sondaggi accreditano Renzi del 2 per cento circa.
Una parte molto piccola del renzismo frattanto è passata con Calenda, o è tornata nel Pd, ma esso sopravvive culturalmente sia nel Pd, sia autonomamente sul territorio, come classe dirigente. Ma solo sul 60 per cento di votanti ipotizzabili, il peso in voti è circa 550 mila voti. Oltre 650 con afflusso al 70 per cento.
Dunque, in una battaglia al coltello, quale sarà quella dentro la «legge truffa» o dentro l’attuale legge pur modificata, quel mezzo milione e più di voti sarà decisivo, nei collegi o per conquistare il premio di maggioranza. E sul filo di uno scontro totale che correrà sul 46-47 per cento per ciascuna coalizione. Un capitale, il residuo renzista, non solo in termini numerici, ma anche in ragione del peso capillare e mobilitante della rete di consiglieri locali renziani che abbiamo visto.
A questo punto, tuttavia, sull’onda dei traumi divisivi generati da titanismo e manovre di Renzi con il Conte bis, affiora però una vera rivolta in una buona parte del popolo Pd e Cinque Stelle. «Renzi tradirà di nuovo», si obietta, e pertanto è indesiderabile, malgrado si stia battendo con grande forza mediatica ed eloquenza di argomenti contro la Meloni. E vengono così sbandierati sondaggi che segnalano astensioni al sei per cento contro Renzi in coalizione. Con un saldo secco di perdita coalizionale del 4, a fronte del 2 da incamerare.
Ebbene, a parte sondaggi «ad personam» di cui è lecito dubitare, resta da vedere se in uno scontro muro contro muro come quello che si annuncia, chi oggi esprime questa vigorosa contrarietà si asterrà davvero. E ben sapendo che da una vittoria al fotofinish della destra dipenderà l’assetto repubblicano e parlamentare del Paese. Con l’ombra delle mani sul Quirinale e di ulteriori colpi di mano in senso premierale, in virtù di una maggioranza assoluta conseguita con premio di maggioranza spropositato.
Perché di questo si tratta, e diverrà via via più chiaro se lo Stabilicum passa. Nondimeno la ritrosia e l’opposizione a Renzi restano palpabili. Sui social, ad esempio. Su Il Fatto. E ad esse vanno fornite risposte dirimenti.
La prima l’abbiamo già data: deciderà la posta in gioco, nel clima del duello. Con la radicalità di massa dello scontro. La seconda l’abbiamo accennata. Ovvero il peso specifico capillare di una classe dirigente renziana, che esiste sul territorio e che non va annullata e ritorta contro il campo alternativo. Come pure non va ritorto contro il campo il ruolo di un Renzi «cacciato», che diverrebbe a quel punto un ariete formidabile, destinato magari a disperdersi, ma inevitabilmente giocato a favore della destra.
Per non parlare degli alti lai che una parte non piccola del Pd leverebbe contro Schlein e Conte, già divisi da possibili primarie e con rispettivi elettorati diffidenti. La lite nel Pd su Renzi escluso sarebbe perciò una ulteriore divisione, dentro altre divisioni. Con la destra montante che si gode lo spettacolo.
Infine, non si capisce a che scopo Renzi potrebbe nuocere o tradire, laddove gli si conceda una dignitosa pattuglia non determinante di eletti, pari solo a meno della metà dei 17 senatori e deputati di cui oggi dispone. Né potrebbe tradire di fronte alla sua intera schiera locale di amministratori, in posizione chiave in ben tre regioni e 18 città importanti. Sarebbe la sua definitiva rovina, con disdoro, scissioni e damnatio totale.
Detto questo, nondimeno alcune condizioni vanno poste a Renzi. Innanzitutto gli va chiesto un impegno solenne a convergere su un programma che suoni critico verso riarmo e politiche europee che non contemplino trattativa diplomatica al primo posto, contro guerra infinita. E critico verso politiche del lavoro ultraflessibili come quelle da Renzi stesso attuate. Ma programma altresì avverso a rigore liberista, e favorevole invece al ruolo del potere pubblico nel determinare le politiche industriali. Dalla transizione digitale al green.
Sono solo alcuni esempi di impegno solenne di lealtà e di contenuto. Nero su bianco.
Resta un ultimo problema. La collocazione di Renzi nella geografia di coalizione. La sua propensione, come è noto, va nel senso di mantenere il logo e lo spazio di Casa Riformista. Ma a questo punto il rischio è quello di una spaccatura del voto tra la Casa Riformista e il Progetto Civico Italia di Onorato, con dentro 1300 amministratori e già accreditato al 2,5. Sarebbe drammatico e funesto che entrambi gli spezzoni di centro del centrosinistra oggi decisivi non raggiungessero il 3 per cento, regalando suffragi alla destra o al non voto.
Non è facile la sintesi. Renzi dovrebbe accettare un ruolo non da protagonista, ma collaborativo e di squadra. Vedremo come si svilupperà questa dinamica. Ma la confluenza della federazione ormai vicina tra Onorato, Maraio, Maggi e Ruffini con Casa Riformista continua a pensare che sia la soluzione migliore, magari arricchita da personalità come Manfredi, Ruffini, Gabrielli, o addirittura da Silvia Salis, che darebbero un’ulteriore spinta elettorale e aiuterebbero a superare contrasti e diffidenze.
Questo scenario sarebbe preferibile, specie nell’ipotesi di primarie con un candidato di centro accanto a Schlein e Conte. Se invece tutto ciò non fosse possibile, resterebbero due centri da federare comunque, per non disperdere una componente importante della coalizione: classi dirigenti e ceto medio democratico, efficientista e antidestra.
E quanto a Renzi, escluderlo da inizio in linea di principio, come abbiamo detto, sarebbe alfine un errore con gravi contraccolpi e infinite contumelie divisive. A Renzi vanno chiesti impegni e garanzie dinanzi alla sua stessa base di consenso e ai suoi ex sodali, che non lo hanno seguito. Tutti noi ben consapevoli che al momento la sua differenza non è oppositiva e può essere feconda. Oggi. Allorché, per dirla con i classici del pensiero di sinistra, la contraddizione principale all’ordine del giorno è quella con la destra proprietaria e illiberale.
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