Intervista ad Alessandro Onorato: «Dobbiamo organizzare le energie che non si riconoscono nei partiti tradizionali»
Dalle liste civiche ai territori, una nuova forza progressista per allargare il centrosinistra: Non contro i partiti, ma per aggiungere consenso e concretezza.

ANSA
Dare forma politica a una rete di amministratori locali, liste civiche ed esperienze della società civile. È questa l’ambizione del “partito degli amministratori” lanciato da Alessandro Onorato dopo l’assemblea del 12 giugno, un’iniziativa che punta a riportare i territori al centro del campo progressista.
Non una forza contro i partiti, spiega Onorato, ma un soggetto capace di aggiungere consenso, radicamento e concretezza al centrosinistra, intercettando quell’area civica, liberale e popolare che non si riconosce più nelle sigle tradizionali. Nell’intervista, l’assessore capitolino rivendica la necessità di scegliere con nettezza il campo democratico contro il governo Meloni, ma anche di parlare senza timidezze di sicurezza, periferie, astensionismo, preferenze e nuova classe dirigente.
Al centro c’è un’idea semplice: la politica deve tornare a partire da chi ogni giorno amministra, ascolta i cittadini e prova a risolvere problemi reali.
Onorato, lei ha detto che venerdì è nato il “partito degli amministratori”. Di che cosa si tratta?
È cresciuta in questi mesi una rete di amministratori e di esperienze di società civile. Ad un certo punto abbiamo avvertito il bisogno di trasformare tutto questo in una forza razionale. L’obiettivo è dare un protagonismo politico a chi tutti i giorni, per il mestiere che fa, affronta i grandi problemi della vita, attraversa i mali o le speranze delle persone. È obbligato a dare risposte. Intende la politica come un servizio e una passione, che in certi casi, penso ai comuni più piccoli, assomiglia a una missione, ad una sorta di volontariato. Il risultato dell’assemblea del 12 è stato al di sopra di ogni aspettativa. Lo dico con orgoglio e nello stesso tempo ringraziando tutti coloro, che da ogni parte d'Italia, hanno deciso a loro spese di rendere grande questo appuntamento.
Alla sua iniziativa hanno partecipato molti “big”, e questo è un fatto politicamente molto rilevante. Nel centro, però, si muovono anche altre forze: come pensate di intercettarle? E come individuerete una figura capace di federare quest’area?
Noi ci siamo collocati nettamente nel campo progressista, non è il momento dell’attesa, delle incertezze, delle ambiguità, dei poli in equilibrio tra destra e sinistra. È il momento di prendere netta posizione rispetto ai quattro terribili anni di governo del centrodestra, guidato da Giorgia Meloni. Per far vincere questo campo non basta la sinistra. Occorre organizzare energie che non si riconoscono nei partiti tradizionali e si collocano su una posizione più di centro ma innovativa, dinamica, moderna. Noi ci sentiamo liberali e libertari. Siamo per il progresso, che mantenga però una dimensione umana, vicina alla popolazione, nutrita dei valori che sono stati così ben espressi nell’ultima enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV. In quest’area si sono manifestati tanti diversi soggetti. L’uno diverso dall’altro. In questo momento noi vogliamo essere noi. Vogliamo misurare davvero quello che possiamo dare in più al centrosinistra. Nei prossimi mesi vi saranno le prime aggregazioni e poi, verso il voto politico, vedremo come si determinerà un assetto definitivo. Se ci saranno le primarie o direttamente le forze politiche, ci saremo. Magari dentro un solo soggetto politico, probabilmente con più soggetti politici. L'importante è mantenere tra di noi un lavoro fino all’ultimo parallelo e fondato sull'amicizia.
Quando dice che i partiti hanno perso il contatto con i territori, non teme di apparire come il promotore di un “partito contro i partiti”?
No, non sono assolutamente contro i partiti, ma il fatto che i partiti allo stato attuale non siano in grado di drenare dell'astensionismo e non racchiudono tutto il potenziale che il campo democratico potrebbe esprimere, questa è una constatazione, sulla quale nessuno può obiettare. Ma il nostro spirito è di aggiungere qualcosa, senza togliere nulla. D’altra parte, nella nostra autonomia, e con le nostre caratteristiche, ci alleiamo ai partiti del centrosinistra, con rispetto e considerazione, ma con la convinzione che noi potremo dare qualcosa di più.
Lei è stato l’animatore della lista civica di Roberto Gualtieri. Alle ultime elezioni amministrative le liste civiche hanno superato i partiti. Che lettura dà di quanto accaduto?
A Roma è un insegnamento che ci viene dai decenni passati, la sinistra ha avuto sempre la consapevolezza che da sola non vince. Ecco il grande spazio per le liste civiche. Anche nel caso di Gualtieri, che in questi anni ha lavorato benissimo, Roma si è risvegliata. E in questo risveglio ci siamo stati anche noi. In prima fila, in trincea, tornando a far risplendere Roma con grandi eventi di spettacolo, sport, moda, promozione del turismo, per lo sport diffuso nei quartieri popolari.
Lei sta conducendo una battaglia importante sul tema della sicurezza, ne ha parlato a lungo nel suo discorso, raccogliendo consenso anche in una parte della sinistra che sentiva questo tema messo in secondo piano. Perché, secondo lei, fino a oggi una parte della sinistra ha faticato a occuparsene? E quali proposte mette in campo?
La sicurezza è stato un cavallo di battaglia della destra. Il loro risultato è il seguente: tanti proclami, promesse e nulla di fatto. Lo dicono i dati ISTAT: i reati sono aumentati e la percezione dell’insicurezza spaventa la maggioranza dei cittadini. La sinistra, tuttavia, non può dare solo una risposta generale di prospettiva. È giusto risanare socialmente i territori che maggiormente producono per abbandono, emarginazione e povertà, una criminalità diffusa e talvolta potente. Ma, occorre anche da parte nostra, qui ed ora, dare risposte concrete, puntuali, determinate. Perché l’insicurezza colpisce soprattutto le persone meno abbienti, le famiglie più esposte, le donne, le ragazze che quando tornano a casa si tengono in rapporto con i genitori attraverso il telefono, gli anziani. Che fare? Serve più Stato nei quartieri: più forze dell’ordine, più presìdi fissi, più illuminazione, più videosorveglianza e una risposta rapida contro spaccio, violenze, borseggi e occupazioni abusive. Ma insieme bisogna investire sul risanamento sociale: scuola, sport, lavoro, cultura, recupero delle periferie e reinserimento, perché la sicurezza non è solo repressione, è libertà concreta per chi oggi è più fragile.
Vannacci come va affrontato: bisogna ignorarlo o confrontarsi apertamente con lui? E, in fondo, non sta facendo un favore al centrosinistra, dividendo la destra?
Ignorarlo sarebbe un’enorme sciocchezza. Vannacci è insidioso. Ha alle spalle esperienze in tutto il mondo al servizio della Nato, è collegato a poteri, con finanziamenti ingenti. E poi ha scelto una chiave nel rapporto con l’elettorato tanto degradante quanto furbesca. Intende sollecitare gli istinti più primordiali, di odio, di sopraffazione sugli altri e in particolare sulle minoranze. Dobbiamo sapere, tuttavia, che questi sentimenti in un periodo così grande di crisi, sono diffusissimi. C’è gente che si sente abbandonata, esclusa, che vede il lusso ma non può minimamente poterne usufruire. Che vive molto spesso di stenti. È inutile parlare loro in modo generico, di salvezza della democrazia, di Costituzione, di valori, di tolleranza e di accoglienza. A loro di tutto ciò non importa nulla. È importante solo la rabbia per la loro condizione e l'invidia per tutti coloro che stanno sopra. Ecco che Vannacci proclama: “io sono come voi, voglio gli scarti, voglio chi non ce l’ha fatta, voglio essere parte di una «sporca dozzina»”. Qui ritorna il valore per il campo democratico, di ripartire dal basso, dalla credibilità del fare, dalla tensione di risolvere i problemi di vita. Senza quel vezzo pedagogico e altezzoso che pure c’è stato anche nelle nostre file.
Il tema delle preferenze nella legge elettorale è stato indicato come una battaglia nazionale del movimento. Perché è così centrale per voi?
Uno dei motivi dell’astensionismo è l’assurdità che impedisce agli elettori di scegliere chi deve andare in parlamento. Con la proposta di Meloni si restringe ogni rappresentanza e rappresentatività. Le liste dei candidati vengono decise dai segretari dei partiti, il premierato di fatto umilia il Parlamento, un premio di maggioranza alla coalizione vincente così ampio è incostituzionale. Noi che siamo un movimento civico che ha un rapporto sempre più ravvicinato tra il potere e la gente vediamo tutto questo come fumo negli occhi. La reintroduzione delle preferenze è una nostra battaglia centrale. Nel weekend scorso siamo stati in 100 piazze del nostro Paese con banchetti per raccogliere le firme e ogni giorno spingeremo i partiti della coalizione democratica a svolgere in parlamento e nel paese un’opposizione nettissima.
Le preferenze non rischiano però di danneggiare proprio quei candidati civici che magari hanno visione e competenza, ma non dispongono di pacchetti di voti organizzati?
Se in alcuni territori può accadere questo, il problema, tuttavia, non sono le preferenze, che rafforzano il rapporto tra i parlamentari e il territorio. Il problema è un rinnovamento interno ai partiti, un superamento delle loro incrostazioni, di forme di clientelismo e di chiusura in se stessi. Se da questo punto di vista non si cambia, le difficoltà dei partiti sono destinate ad aumentare, ed essi non recupererebbero le capacità attrattive che oggi mancano.
Dopo l’iniziativa di venerdì come proseguirete il vostro lavoro?
Il nostro obiettivo è rendere, stabile, permanente e organizzata questa nuova forza politica. La vogliamo radicare ancora di più in ogni parte d’Italia. Vogliamo promuovere una nuova classe dirigente. Vogliamo rendere le proposte programmatiche da me esposte all'assemblea del 12, patrimonio, almeno in parte, del programma dei democratici alle prossime decisive elezioni politiche.
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